Wendy. Commento di A. Gentile

 

 

Wendy. Regia di Benh Zeitlin (2020)

Commento di Aurora Gentile

 

Non è un film per bambini Wendy (2020) di Behn Zeitlin. Forse non lo era neanche il libro a cui è ispirato, che inaugurò la storia di un bambino ribelle che non voleva crescere e detestava le madri.

Wendy è un nome carico di senso e di una certa mitologia, soprattutto quando è associato con uno strano bambino, un’isola misteriosa e un viaggio fantastico.

In questo film molti dei codici del racconto di James Matthew Barrie sono ripresi, pur essendo completamente reinventati. Peter è un piccolo e paffuto bambino nero, Pan è un asino, Wendy l’ultimogenita di una fratria capeggiata da due gemelli. Non provengono da una nobile famiglia inglese in cui un cane gli fa da governante. Al contrario sono cresciuti in una locanda lungo una strada ferrata e non esitano a bestemmiare come carrettieri. In Wendy non c’è Trilly, non ci sono pirati, sirene o Indiani.

È dunque un’opera profondamente personale che si serve del mito per interrogare, nel presente, i legami che esistono tra il potere dell’immaginazione, la speranza, l’innocenza e le età della vita. Così, la magia dell’infanzia sarebbe un modo di vedere il mondo e convincersi di un certo numero di cose, di sperare. Al contrario, la vecchiezza sarebbe sinonimo di rassegnazione, perdita di fiducia in sé e nel mondo.  

Ancora una volta, il mondo di Peter Pan, o piuttosto, qui, quello di Wendy costituisce una riflessione su ciò che può significare crescere. Zeitlin filma i bambini come cercando di studiare in dettaglio le loro reazioni e trasformazioni. Tenta per così dire di cogliere attraverso i loro occhi ciò che affiora del loro mondo interno. Non sono ingenui, perché allora continuano a credere? Non pensano certo che la magia esiste, eppure fanno “come se”, mentre al contrario gli adulti non ci riescono, perché? Questa ricerca era già presente nel primo film di Behn Zeitlin, quello del suo esordio come regista nel 2012 che aveva incantato spettatori e critici, Les bêtes du Sud sauvage (titolo italiano Il Re della terra selvaggia), in cui una bambina di sei anni Hushpuppy, resta sola con un padre malato in un ricovero di fortuna, mentre sta per arrivare un uragano. Il regista aveva costruito il suo scenario ispirandosi per i suoi dialoghi agli abitanti dei bayous del sud della Louisiana, immersi in un universo magico e tenebroso, (tra i premi vinti Grand Prix del Festival del film americano di Deauville e il Premio della Giuria al Sundance).

In Wendy il regista rinuncia alla magia stregata del suo primo film per trasformarla in ciò che si potrebbe chiamare un “realismo magico”, da lontano ci darebbe l’impressione di un incontro stravagante tra il neorealismo italiano del dopoguerra, il dramma alla Dickens e un fantasy esilarante che prende alla rovescia l’ingenuità disneyana. Ci sono tutti i codici delle favole ma il regista ne fa ogni volta qualcosa di visceralmente ancorato nel reale, anche se una componente magica è presente ma relegata in secondo piano (come Peter del resto, poiché per una volta la star del film è Wendy).

Ecco la storia.

Allevata da una madre single, Wendy (un’incantevole bambina dai grandi occhi blu) cresce in un ambiente familiare povero, perfino sordido, e i sogni a occhi aperti sono l’unico modo che ha per inventare un’esistenza più leggera.  C’è un treno immenso, che passa con grande fracasso di binari regolarmente davanti alla casa, sul quale la piccolissima Wendy vede a volte figure infantili che saltano da un vagone all’altro. Un giorno allora, con i suoi fratelli, si avventura a saltarci sopra, per ritrovarsi infine su un’isola maestosa e affascinate, ma anche pericolosa e piena d’insidie. L’isola è dominata da un enorme vulcano e una strana figura marina, di cui s’intravede appena la forma, che i bambini chiamano “Madre”, in contatto con loro attraverso sorprendenti eruzioni e bagliori che irradiano lo schermo, sorta di totem cui l’animismo infantile attribuisce un potere tutelare.

“Io detesto le madri!”. Questo grido di collera lo lancia Peter Pan, che racconta a Wendy la sua infanzia tragica: scappò di casa il giorno della sua nascita ascoltando i genitori parlare del suo avvenire, troppo serio ai suoi occhi. Ma quando decise infine di rientrare in casa trovò la finestra della sua stanza sbarrata, perché la madre l’aveva dimenticato e un altro bambino dormiva nel suo letto. È da allora che Peter vive nel paese del Mai con i bambini perduti. Una storia crudele in fondo e a Neverland non si tratta di una ricreazione infinita, né per i bambini perduti né per quelli di loro che sono diventati vecchi perché hanno rinunciato a sognare.

Diventati grandi, suggerisce Zeitlin, i nostri sogni di bambini sono tracce sulla sabbia che il mare cancella, anche se, chissà, forse potevano realizzarsi: “I could have done it", dice la madre di Wendy, ma senza amarezza perché gli affetti, quelli che alimentavano i sogni, sono smarriti anch’essi. È la morte ad abitare completamente gli adulti in questo film, che invecchiano nei tormenti e in una sorta d’acidità di spirito in una parte dell’isola che sembra una bidonville, strani fantasmi che sembrano destinati a errare, essere dimenticati e sparire.

I vecchi di Zeitlin, i vecchi che Zeitlin introduce nel mito di Peter Pan, rassomigliano agli homeless che vediamo nelle strade del mondo, ma non hanno perso soltanto una casa, più radicalmente hanno perso la memoria, non ricordano nulla, e quel che resta è ciò che vediamo nel film, una casa in rovina, un vecchio diner, un relitto che a malapena si tiene a galla. Nulla da raccontare, nulla da trasmettere. Il film infatti verte non soltanto sulla paura di crescere, ma anche sull’orrore dell’invecchiamento.

Non a caso si salva solo uno di loro, uno dei due fratelli gemelli che Wendy aveva portato con sé sul treno, verso l’isola dei bambini perduti, uno che ricorda a metà. Diventa infatti Capitan Uncino per aver sacrificato, inutilmente del resto, una mano per non invecchiare. La scena di Peter che si serve di un vecchio machete per il taglio è di una sorprendente crudezza, tanto più crudele quanto più inutile, in effetti non è così che si fa per non invecchiare. Ma questo vecchio appunto si salva perché l’uncino è pur sempre una traccia memoriale sulla quale si può costruire un’altra storia e rilanciare una vita. (e da cui in effetti Steven Spielberg ha fatto un film, Capitan Uncino, con Dustin Hoffman nel ruolo di protagonista, nel 1991, esercizio di memoria e di ciò che resta).

Per la rappresentazione teatrale a Parigi nel 1908, James Matthew Barrie scrisse in inglese queste note [1]: “Pensate quel che volete di Peter Pan. Forse era solo un bambino sfortunato la cui morte ispirò l’autore per le sue avventure. O, forse, non è mai nato, un bambino che alcuni hanno sperato che venisse e non è mai arrivato. Può darsi che costoro lo sentano alla finestra più di qualsiasi altro bambino. Peter Pan è imprendibile. Come dice lui stesso: ‘Io sono la giovinezza, la pura gioia, sono un uccellino appena uscito dal nido’. E questo lui vuole restare, per sempre: l’unica cosa che lo fa disperare è dover crescere, apprendere le cose gravi della vita e essere un uomo” (Barrie, 1908). Fuori dal tempo, Peter Pan sfugge alla rappresentazione della nascita e della morte. Si oppone al tempo che passa e che lascia tracce sul suo corpo. Insomma, si rifiuta di vivere invecchiando. Così Peter Pan incarnerebbe il fantasma infantile per eccellenza: il regno del piacere, dell’onnipotenza e dell’immortalità, cioè il potere di sfuggire a tutte le ferite narcisistiche che la vita inevitabilmente infligge.  In questo senso per Barrie la creazione di Peter Pan sarebbe stato il risultato di un lavoro di sublimazione per la sua riparazione narcisistica.

Ma sul mito del bambino che non vuole crescere, nell’opera originale di Barrie, viene a innestarsi nel film una riflessione sul ruolo della madre. Peter è cresciuto senza lo sguardo di una madre, o con lo sguardo di una madre assente, una “madre morta”, secondo l’espressione di A. Green, morta psichicamente agli occhi del bambino di cui si prende cura.  

Ma la Wendy, protagonista del film di Zeitlin, è stata amata, e sin dall’inizio, in apertura, già lo suggeriscono i suoi grandi primi piani tra le braccia di una donna e le sue tenere carezze. Lei sogna non un’eterna infanzia, il cui doppiofondo macabro è l’orrore d’invecchiare, ma nuovi orizzonti, e non è una madre per i bambini perduti, piuttosto una audace compagna di viaggio.

Né con Peter, né tra le fila dei vecchi senza memoria, Wendy pronuncia una sorta di monito: “non dimenticate!”, “inventate, fantasticate una musica sulle cui note ballare anche se non la sentite”, dice in una sequenza del film accanto a un vecchio jukeboxe .

La morale della favola è dialettica, bisogna accettare di crescere per continuare ad essere un bambino, e così vivere d’avventure e rincantare il mondo.

 

[1]  James Matthew Barrie, Peter Pan, or The Boy who wouldn’t grow up dall’opera teatrale del 1908

 

20/09/2021

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