Strappare lungo i bordi. Commento di G.M. D'Amato

 

Strappare lungo i bordi. Regia di Zero Calcare (Michele Rech, 2021)

Commento di Giovanna Maria D’Amato

 

Strappare lungo i bordi è una serie animata del 2021 scritta e diretta da Zero Calcare per la piattaforma di streaming Netflix. Zero Calcare, nome d’arte di Michele Rech, è un fumettista italiano molto popolare nel mondo giovanile, per il quale rappresenta con un’ironia funerea i sogni e le delusioni di una generazione disgregata e amara.  Una generazione cresciuta con l’illusione che vivere significasse seguire la linea tratteggiata e strappare lungo i bordi così segnati perché tutto andasse come doveva andare. Confesso che ho dovuto guardare la pellicola più volte, innanzitutto per decifrarne il linguaggio che i ragazzi invece afferrano al volo, sganasciandosi dalle risate e/o diventando pensierosi. Ma ho sentito più volte citarlo durante il lavoro, e mi sono fatta un punto d’onore di capire.

E poi, una volta entrata in quel linguaggio veloce, un romanesco stretto con metafore argute e affilate come coltelli, ho cominciato a intravederne il senso. La prima cosa che ho pensato è che questo mondo diventa sempre più binario. Da una parte ci sono le giovani eccellenze, abbiamo una presidente del parlamento europeo che ha appena 43 anni, dall’altra gli sfigati, i senza slanci e senza lavoro, che annegano le migliori risorse in un generale sentimento di disfacimento e di impotenza.

Il protagonista della serie, che si chiama Zero come l’autore, è un giovane adulto o tardo adolescente, con una coscienza vigile e stanca, sarebbe forse più indicato dire depressa, rappresentato concretamente da un armadillo che compare a tratti sul divano accanto a lui. L’armadillo, cui presta la voce l’attore Valerio Mastandrea mentre tutte le altre voci variamente contraffatte appartengono all’autore stesso, intraprende un serrato dialogo tra il mondo esterno e il mondo interno di Zero mostrandogli come in uno specchio i suoi sogni e i suoi fallimenti e ha battute fulminanti per definire stati d’essere comuni a tanti giovani oggi. “Sei veramente cintura nera di come si schiva la vita”, gli dice una volta, ma il fatto è che la vita è troppo pesante da affrontare, quando ci si sente così poveri di risorse interne. E questa è dunque ancora la generazione delle passioni tristi, come scriveva Miguel Benasayag un po’ di anni fa, anni durante i quali evidentemente non si è fatto niente per generare un po’ di fiducia nel futuro, e certo non è solo colpa della pandemia se i ragazzi sembra che abbiano perso la capacità di sognare in maniera vitale, costruttiva, mentre spesso indugiano nel  fantasticare l’impossibile, che è la via più sicura per l’immobilismo e la depressione, con tutti i derivati che la rappresentano, devianza, dipendenza, assenza di pensiero, maniacalità, suicidio.

Zero ha esaurito i suoi sogni sul divano, anche se è diventato un fumettista, mentre il tempo passava e il corpo gli cresceva, con accanto gli amici di quando era bambino anch’essi cresciuti nel corpo, ma tuttora impelagati in una impossibilità di essere. Una coltiva il nobile sogno di insegnare, ma continua a fare la cameriera per tirare a campare e a dare lezioni private quando le va meglio, un altro punta sul gioco d’azzardo e si annega nella consolazione di un gelato. “Annamo a piglià er gelato?” è la sua formula per ogni situazione per quanto sgradevole sia. E poi c’è la ragazza nuova, quella di fuori, che non appartiene all’infanzia e si ostina a mantenere entusiasmo e ricerca di senso, scontrandosi con l’amorfa malinconia di Zero, cintura nera di come si schiva la vita, e altre difficoltà dette e non dette, che alla fine annienteranno anche la sua generosa disponibilità a provarci.

Perchè piace tanto ai giovani questa storia? mi chiedo. Perché si sentono rappresentati?

C’è una scena in cui il protagonista, Zero, non riesce a trovare un film da guardare, non riesce a sceglierlo, e alla fine commenta sconsolato “..non posso trovà fuori quello che me manca dentro .. “. È come se gli fosse impedito l’accesso al desiderio, una cosa che caratterizza molto l’atteggiamento mentale di tanti giovani, quelli che non rientrano, appunto, nella sfera delle eccellenze. Desiderare comporta dei rischi, il rischio del fallimento per esempio, il rischio del lavoro da compiere per costruire, perciò si resta nel dilemma tra conoscere l’ignoto col rischio che sia “n’accollo“, come dice Zeno nella sua maniera colorita, o rimanere nell’ignoranza dove nessuno “te caca er cazzo”.

Desiderare, progettare, in altri termini assumersi la responsabilità di vivere, comporta la necessità che la relazione con l’altro sia anche un “accollo”, nel senso di riconoscere l’altro come tale e confrontarsi con i limiti e la diversità, dunque piuttosto che uscire da una posizione auto centrata, da una libido narcisistica per andare verso una libido oggettuale, meglio restare sul divano.

Il desiderio, dice Manuel Benasayag, è il fondamento stesso dell’apprendimento…” e aggiunge: “La pulsione epistemofilica e il desiderio di apprendere…. non si limitano solo a fornire un metodo di sopravvivenza. Esprimono il desiderio di cultura. Inteso in questo modo, il desiderio è ciò che pone in relazione con gli altri e, in tal senso, si accorda con le nozioni di pluralità e molteplicità. Il desiderio pone in relazione, crea legami, mentre l’educazione finalizzata alla sopravvivenza implica che ci si salva da soli”.

L’altro aspetto di questa modalità di lasciare scorrere la vita è il senso di colpa, un po’ figlio del confronto con il mondo degli eccellenti, come un continuo rimando all’idealizzazione, un po’ figlio di una onnipotenza infantile e persecutoria da cui non si riesce a venir fuori. Sembra che non ci siano vie d’uscita tra l’accettare di essere “dei fili d’erba che non muovono niente”, o sentirsi il peso di responsabilità impossibili da sostenere: un’oscillazione costante tra fantasie megalomaniche e sensi di colpa annichilenti.

Tutto questo fa pensare alla mancanza di un contenimento fondamentale per la costruzione dell’identità.

I genitori di Zero e dei suoi amici, che quando non si suicidano sopravvivono ai margini, sono la generazione che voleva cambiare il mondo, ma di essi quasi non si parla nella serie. Sono rappresentati da una maestra che non cerca di capire perché l’intelligenza di un bambino che sembrava eccellente nella prima metà dell’anno scolastico sia improvvisamente svanita. Si è aperta una crepa nella quale il bambino e il desiderio di apprendere sono precipitati, ma sembra non interessare nessuno, se non il bambino stesso che vive il suo fallimento come un enorme senso di colpa per la delusione che crede di infliggere agli adulti.  Gli altri adulti sono i genitori della amica che si uccide, quella che cercava un senso ed evidentemente non lo trova, e anch’essi sono rappresentati come assolutamente incapaci non solo di comprendere, ma di cercare un senso a quello che è accaduto. 

Tutta la storia scorre sul filo di un mondo che si muove tra la rassegnazione e il senso di colpa di non riuscire a controllare le cose.  La coscienza di Zero, anche se a volte sembra fustigarlo per la sua ignavia, altre volte è piena di istigazioni al sabotaggio del desiderio, cioè della vita.

In effetti in queste ore stiamo assistendo al sabotaggio della possibilità di un mondo fatto per gli uomini e non per i giochi di potere, che pescano direttamente nella follia quando non tengono conto dell’essere umano, e diventa sempre più difficile che questo mondo possa costituire un contenitore sociale adatto a fare crescere e sviluppare la speranza e il futuro. Al contrario, proprio quando il senso viene a mancare, si precipita nelle catastrofi come unica possibilità di svolta. Si finisce col correre dietro miti folli, cedere ad identificazioni distruttive e mortifere; tuttavia bisogna resistere, il che significa costruire legami, e credo che alla psicoanalisi oggi più che mai spetti il compito di continuare ad elaborare  percorsi di pensiero e di cura che aiutino a farlo.

 

 

 

 

 

04/04/2022

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