Si Alza il Vento. Commento di Silva Oliva (04-09-2015)

Si alza il vento. di Hayao Miyazaki - Studio Ghibli

 

Commento di S. Oliva

 

04/09/2015

 

Cos’è la mantissa? Pochi lo sanno o lo ricordano: la mantissa è la parte decimale dei logaritmi, sul cui uso si basa il regolo calcolatore, strumento ormai desueto, usato dagli ingegneri, nel nostro caso dagli ingegneri  aereonautici, per fare  calcoli  per costruire  e far volare gli aerei: la mantissa, lasciatemi dire, è    un numero che ci aiuta a raggiungere il cielo, che ci conduce verso qualcosa di non comunemente comprensibile e condivisibile come l’aspetto romantico della scienza, la poesia del calcolo matematico, l’esultanza per la creazione dell’innovazione tecnica e la passione devastante, perché ti prende l’anima,  per la conoscenza e il progredire della scienza.

 

         Ma procediamo con ordine per questo bellissimo film a cartoni animati, l’ultimo di Hayao Miyazaki (1914), figlio di un ingegnere aereonautico, forse il suo testamento spirituale per i numerosi riferimenti biografici che contiene e per l’elogio  che fa di una passione umana antica: volare come volle Icaro o, più modernamente, progettare e far volare gli aerei. Non mi dilungo sulla grafica del film opera dello studio Ghibli, alla cui bellezza  gli appassionati  del genere sono preparati ed abituati.



     

 

         Il giovane Jiro, il futuro ingegnere aereonautico Jiro Horikoshi, alla cui biografia questo film si ispira, fin da ragazzo ha la passione del volo e non potendo diventare pilota a causa  della sua miopia, vuole diventare progettista di aerei. La passione la scopriamo fin dall’inizio quando Jiro sogna di incontrare nel cielo, su un aereo, l’ingegnere Giovan Battista Caproni, pioniere dell’aeronautica italiana, che sempre nei sogni, lo spinge a diventare ingegnere aeronautico, lo incoraggia quando il traguardo sembra inaccessibile e che gli spiega come gli aereoplani non siano  strumenti di morte né macchine commerciali: gli aereoplani sono uno splendido sogno e il progettista è colui che conferisce forma al sogno.

 

Il regolo, simbolo e strumento indispensabile della ricerca, compare la prima volta nel film quando Jiro va in treno per studiare all’Istituto Aereonautico di Tokio: complice il vento che fa volare il cappello, conosce la graziosa Nahoko che, accompagnata da una parente, si reca nella medesima città: s’alza il vento, bisogna tentare di vivere”, la frase di  Paul Valery, è la prima frase che i giovani si scambiano. Il terribile terremoto del ’23 impedisce al treno di proseguire, distrugge le case, fa crollare le biblioteche, depositi di cultura e conoscenza, e sconvolge la regione mentre il vento  dà forza agli incendi che scoppiano dovunque. Tra la folla che scappa disordinatamente in preda al panico,  Jiro generosamente aiuta la parente della giovane Nahoko: tramite il suo regolo calcolatore tiene ferma la gamba rotta della donna con una sorta di medicazione-steccaggio di fortuna ed accompagna entrambe in un luogo sicuro dove verranno soccorse e accompagnate alle loro case.  Il vento, che fa volare i fogli semi bruciati dei libri della biblioteca, porta a Jiro una cartolina dove è raffigurato l’idrovolante realizzato dall’ingegner Caproni, simbolo incoraggiante della continuità e tenacia della passione per la conoscenza anche tra mille difficoltà.

 

Terminata l’università, Jiro trova lavoro alla Mitsubishi dove porta avanti, con crescente successo,  le sue ricerche per modernizzare l’aviazione giapponese molto arretrata rispetto agli  aerei occidentali, più leggeri e veloci; segue un corso di formazione in Germania dove, tramite l’ingegnere tedesco  Junkers, ha l’occasione di ammirare i prodotti dell’Ingegneria aereonautica tedesca.  Nel viaggio di ritorno  rivede Nahoko: i due giovani, pronubo il vento che fa volare gli aeroplani di carta lanciati da Jiro fino al balcone di Nahoko-Giulietta,   si innamorano. Jiro chiede di sposarla, ma Nahoko è malata di tubercolosi, malattia di cui è già morta la madre,  e prima di sposarsi vuole guarire ricoverandosi in un sanatorio.

 

Nell’attesa, Jiro, alla Mitsubishi, studia incessantemente come ovviare ai difetti tecnici degli aerei giapponesi creando continuamente sofisticate soluzioni tecniche che possano migliorare le loro prestazioni: anche dalla spina dello sgombro, cibo che mangia sovente,  trae spunto per riflettere sulla curvatura più aereodinamica dell’ala, su come rendere più efficiente e veloce il volo di quello che diventerà Il Mitsubishi A6M Zero,  aereo tristemente noto per essere quello usato dai kamikaze giapponesi che, durante gli ultimi anni della II Guerra Mondiale,  si lanciavano sulle portaerei americane per distruggerle a prezzo della loro vita.

 

La guerra che si prepara filtra  nei sogni di Jiro dove gli aerei, invece di famigliole festanti, portano bombe, appare come presagio inquietante nella precipitosa fuga di Hans Castorp (citazione dalla Montagna incantata di Thomas Mann!), un tedesco antimilitarista inseguito dalla polizia, e nella necessità, per Jiro, di continuare a lavorare nascosto in casa del  responsabile della Mitsubishi a causa della sua conoscenza di Castorp. Quando infine Jiro arriva a progettare e a far volare il suo prototipo, seppure il primo tentativo fallisce, non si perde d’animo, ma riesce a capire, dai difetti che ne hanno provocato il fallimento,  le innovazioni che potrebbero portare al successo il tentativo successivo.  Nahoko però è troppo malata, il padre informa Jiro del suo aggravarsi, e lei stessa sentendo che i suoi giorni stanno scadendo raggiunge Jiro per sposarlo e passare il  poco tempo che resta assieme. “Sei un egoista!” gli dice il suo burbero responsabile quando Jiro gli chiede di celebrare il matrimonio con Nahoko invece di convincerla a tornare in sanatorio: ma Jiro sa che hanno pochissimo tempo per loro.

 

Jiro ama teneramente Nahoko e ne è riamato, ma continua incessantemente a lavorare; come gli dice   il suo amico e collega Bonjo: “Per mettersi seriamente al lavoro ci vuole un focolare domestico”, un altro elemento paradossale che il film ci presenta. Jiro, anche a casa,  porta avanti le sue ricerche e i suoi calcoli utilizzando il regolo calcolatore con una mano sola: “se facessero una gara per utilizzare il regolo con una mano sola, vincerei il primo premio”  dice, perché con l’altra tiene la mano della giovane moglie Nahoko che giace sdraiata accanto a lui, ormai  quasi senza più forze. Insegue la passione di costruire un aereo che possa competere, per velocità e leggerezza,  con i modelli occidentali e anche superarli per capacità tecnica e bellezza. Un’impresa titanica portata avanti per la passione e la bellezza dell’impresa stessa: Jiro “è” la sua stessa ricerca.

 

L’ultimo risultato della ricerca di Jiro è un successo: il suo prototipo vola alto, veloce nel cielo mentre Nahoto, che di nascosto è tornata in sanatorio lasciando una lettera di addio,  muore. Nell’ultima scena, in un paesaggio desolato, Jiro cammina su un cimitero di carcasse di aerei distrutti.  Il film termina nel  sogno dove l‘ingegner Caproni, guardando la pianura dove si erano incontrati la prima volta, gli dice: Si tratta del regno dei nostri sogni! mentre Jiro si domanda se non sia piuttosto l’inferno. In alto il giovane vede l’ombrellone dell’amata volare alto nel cielo mentre Nahoto, che gli appare davanti in sogno, gli dice nel vento : “Vivi, Vivi“, un ultimo incitamento alla vita.

 

Si alza il vento: bisogna tentare di vivere, la frase percorre il film: il vento porta i cappelli e gli aerei di carta verso l’amata, fa volare i semi dei fiori che sbocceranno in primavera, fa volare gli ombrelloni, dà forza agli incendi devastatori, porta gli aerei a volare in cielo e porta gli aerei dei kamikaze giapponesi a schiantarsi sulle navi americane. Il vento porta, come la vita, bellezza, imprese grandiose, brutture e morte, ma se si alza il vento, dobbiamo tentare di vivere e non si può vivere senza sogni: questo sembra il messaggio del film.

 

Lasciando da parte la questione a lungo dibattuta sulla neutralità della scienza, risolta dal regista facendo procedere parallelamente  l’avventura intellettuale di Jiro con l’uso che di quella ricerca se ne è fatto, senza prendere mai posizione e lasciando aperta la contraddizione, possiamo più modestamente farci trascinare dalle suggestioni e dalle domande che il film evoca sulla personalità di Jiro e sulla sua impresa: Quella di Jiro è una passione vitale? O Jiro è, per così dire, uno spirito malato? E’ un egoista, un insensibile come ripetutamente gli dice la sorella Kayo, rimproverandolo di far troppo tardi dal lavoro e di lasciare sola Nahoko così gravemente malata?

 

La risposta di Jiro di vivere giorno per giorno, di godere di quel poco che porta il  giorno, senza pensare al futuro, è significativa di come il godimento momentaneo della acquisizione scientifica possa tenere a bada le fantasie distruttive o, per meglio dire, di come tollerare delle fantasie inquietanti senza lasciarsene travolgere.

 

Nel descrivere come  fattori autonomi della personalità umana: L, H  e K, quest’ultima indipendente da L e H, lo psicoanalista W.Bion sembra considerare il perseguimento della conoscenza come avente un’origine autonoma: non deriva dall’amore, seppure desessualizzato, sublimato come riteneva S. Freud,  né dall’odio e dalla paura paranoica che persegue la conoscenza a scopo difensivo come pensava M. Klein. Il desiderio di conoscenza, l’istinto epistemofilico, ha le sue origini nella bellezza intrinseca dell’attività conoscitiva, è una libera attività dello spirito, un impulso dell’anima, come l’odio e l’amore. Se  pensiamo Jiro come una personalità schizoide, non facciamo un torto a K?

 

Quella di Jiro è una passione precoce, quella che si  riscontra sovente  in coloro dotati nel campo delle  scienze, nei quali la creatività si manifesta già nella prima adolescenza come ci narra la cospicua aneddotica sull’adolescenza di famosi scienziati. Alcuni autori, V. Rosen V., I. Hermann, ipotizzano che la capacità di pensiero altamente astratto, o formale, sorga come contenimento  della pulsionalità libidica, e che, come ci ricorda W.Bion, l’apparato matematico necessario alla produttività scientifica, abbia in origine un significato sessuale. Questo potrebbe confermare l’ipotesi che la passione scientifica, la tendenza al problem solving, si sviluppi in concomitanza con l’insorgere della pubertà. Anche gli aspetti “scissi” del pensiero di Jiro, l’appassionata ricerca scientifica e le fantasie distruttive che l’accompagnano sullo sfondo, sono funzionali alla creatività dell’individuo: le fantasie distruttive esistono, sono legate alla consapevolezza della realtà, ma sono tollerate, non sono (forse non devono esserlo?) in grado di fermare il suo progetto.  Il regista ci pone di fronte a un elemento paradossale, una contraddizione,  che non può essere risolta in quanto connaturata alla psiche umana: come portare avanti con passione  un progetto non sapendo se domani saremo vivi.

 

Così, sebbene l’ultima scena del film possa non essere vissuta come incoraggiante,  il film mi è sembrato un forte e bellissimo messaggio di vita.

16/09/2015

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