Quattro minuti. Commento di Anna Sabatini Scalmati 04-07-2012

Quattro minuti

 

Commento di Anna Sabatini Scalmati


Musica classica e musica "negra" nel film Quattro minuti (Lungometraggio di Chris Kraus, Germania, 2006 con Monica Bleibtreu nella parte dell'anziana insegnante di musica Traude Krüger. Hannah Hertzsprung nel ruolo di Jenny von Loeben. Sven Pippig in quello dell'agente Mütze).

Fotogrammi di apertura del film: il cielo lattiginoso per l’avanzare dell’alba e il volo di due schiere di uccelli; le mura sormontate dal filo spinato e le torri di controllo del carcere femminile di Luckau; il cono di luce di un lampione e il suono delle prime campane. Un movimento di macchina sposta l'obiettivo all'interno di una cella: un cuscino e, poco oltre, due piedi che pendolano; poi, con una rotazione verso l’alto, il letto ove ancora dorme Jenny, la giovane protagonista; dietro la sua testa, il corpo di una persona impiccata. Jenny si sveglia, ruota il capo e…., un sobbalzo. In pochi secondi, con "intelligenza imperturbata ", registra l'evento: mero fenomeno, null'altro. Si china per riprendere sonno, ma un desiderio la spinge a risollevarsi: fruga nelle tasche della morta, vi trova delle sigarette, ne porta una alle labbra, quindi suona l'allarme. Al buio schiarito dall'aurora succedono fotogrammi di luce e orizzonti aperti. Una pianura, un camion che trasporta un pianoforte da concerto e, accanto a due corpulenti machos ed ex detenuti, l'esile ottantenne Traude Krüger: l'insegnante che nel carcere impartisce lezioni di musica alle detenute. L'insolito carico entra nel penitenziario, le note che lo accompagnano si smorzano all’avanzare dei cavilli della burocrazia carceraria e la morte, non accidentale, dei persici dell'acquario del direttore. Inquadrature di segno opposto - reclusione, annientamento di livelli di coscienza e spazi aperti e suoni - che, dopo violente contrapposizioni, troveranno un’integrazione nella relazione tra l'austera insegnante - vestale del "culto della bellezza", dell'espressione artistica e della tradizione classica - e l'inquietante Jenny - icona di suoni "negri" e violenti; dalla tempesta di note che scuote la sua mente, urla al mondo e a ciò che la chiama fuori dal suo isolamento ostile e furibondo: "non mi toccare!" Jenny è da poco giunta nel carcere; l’attenzione dell'anziana insegnante, che non sa nulla di lei, forse neppure del suo arrivo, mentre esegue la Sonata in la maggiore di Mozart, è richiamata dall’intensità dell’ascolto musicale della nuova arrivata: sta mentalmente suonando il suo stesso brano e le sue dita premono tasti di un'immaginaria tastiera. Sorprendente agnizione a cui, su richiesta della detenuta, segue il loro primo incontro. Ma la giovane, l'incuria delle sue mani, il suo nervoso mordere le dita, l'arroganza delle sue risposte - in manifesto contrasto con la sensibilità musicale di cui poco prima ha dato prova – suscitano nell'insegnante una istintiva avversione. Respinta, l’aspirante allieva è attraversata da un picco di tensione che trova, nell’agente di custodia Mütze, il suo capro espiatorio. L’assale selvaggiamente, poi si getta sul pianoforte e con convulse vibrazioni emotive, dà voce ad "insolite" "note negre" che lasciano sui tasti macchie di sangue e nell'insegnante un insinuante interrogativo. Sono note barbare, che non appartengono al suo repertorio musicale, non la riguardano, eppure i loro suoni comunicano sensazioni a cui è difficile sottrarsi. Abissale è la differenza tra le due donne. L'una, emblema di valori antichi, totalmente frantumati dalle metamorfosi della storia; l'altra, coatta espressione dell'indifferenziato sessuale, della gestualità violenta e aggressiva. Dati biografici circoscrivono l'esperienza culturale ed affettiva dell'una, in un passato che tuttora l'avvolge con attimi di intensa nostalgia; quella dell'altra, entro una crosta di reazioni colleriche, agiti violenti, auto ed eterolesivi, tanto che una feroce, sebbene non chiara, condanna di omicidio le grava sulle spalle. Nondimeno, ambedue sono ferite nel profondo; l'una dalla forza della storia e dai lutti della guerra, l'altra dai perversi giochi di potere degli interni familiari. Per la violenta colluttazione con l’agente, la detenuta viene duramente punita. La signora Traude, chiamata in causa dal rifiuto che ha provato per la giovane e dalla qualità musicale delle sue note, la va a trovare nella cella di isolamento. Con la rudezza con cui da anni si oppone al mondo esterno, le motiva le ragioni della sua visita: non è lì per lei, "persona spregevole", ma per il suo insolito talento musicale, non sa "da dove vengano le sue capacità", e non le interessa, ma è disposta ad offrire aiuto al suo "dono speciale", a lei "come pianista, non come persona". Parole ostili, taglienti, che penetrano in aree della mente di Jenny che attendono di tornare ad esprimersi, a dare voce alle note che le è impedito suonare. Ne smontano l'orgoglio al punto che - pur senza ricorrere a termini quali "scusi, prego, grazie" - per la seconda volta le chiede di accettarla come allieva. L'incontro avviene in parlatorio, fra di loro un vetro e un patto che deve essere sottoscritto senza obiezioni: mostrarsi umile, curarsi le mani, lavarsi - "non accetto di sedermi accanto a una persona che puzza" - partecipare ad un concorso per pianisti emergenti che non hanno ancora compiuto 21 anni e, regola numero cinque, "lei non conta". E' in gioco la sua musica, non la sua persona. Jenny accetta le condizioni che l'insegnante le impone, poi parla di sé. Prima crepa nel bozzolo che le unisce e le distanzia. Bambina prodigio, ha solcato le scene delle capitali dell'Occidente, riportando strepitosi successi, finché a 12 anni, una svolta violenta. Il patrigno l'ha legata alla sua perversione e manomesso i doni che la nascita le ha concesso. Abuso - sessuale, morale e artistico - impunito, non riconosciuto, che ha inabissato nel degrado le sue aspirazioni e i suoi desideri. Nel patto che ora la lega all'insegnante, la loro voce torna a farsi sentire. Faticose ore di lezione affiancano le due donne; sodalizio siglato in nome della musica, tra le cui trame, con fatica, si tesse un rapporto che, ad improvvise e violente ribellioni, alterna momenti che stemperano le punte della loro esplosiva differenza e permettono l’affiorare di sorrisi e gestualità scherzose. L'austera signora, affascinata dalle capacità di Jenny, dal tocco delle sue note, in transfert sull'allieva, si apre a speranze che la guerra aveva distrutto e ora - in flash back che sospendono la narrazione - riemergono assieme agli eventi che le hanno eclissate. Vediamo la giovane Traude, musicista di grandi promesse che, infermiera per esigenze di guerra in un ospedale della Wehrmacht, si prende cura dello strazio dei feriti. Conosce la potenza distruttiva dei bombardamenti anglo-americani, la condanna a morte, per adesione al comunismo, della sua compagna e poi la sua stessa incriminazione: "ha abbandonato il suo posto di lavoro ed è stata amica di una comunista". Con il disastro della nazione e il lutto degli affetti, si arresta la sua carriera. Estranea al suo tempo, chiusa tra le valve dei suoi ricordi, dedica la sua vita alla musica e, per sessanta anni, se ne fa paladina nel carcere femminile di massima sicurezza, là ove nel febbraio del 1945 era stata uccisa la sua compagna e con lei si erano oscurati gli orizzonti della sua carriera. "Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fiori ". Da Jenny, non sappiamo in che misura corresponsabile dell'assassinio, nascono suoni che colpiscono profondamente l'insegnante. I ricordi dell'amica, della loro comune passione per la musica, si proiettano sul presente e in immagini del passato fissano i sentimenti - diversi da quelli di allora - che questa straordinaria ed inquietante allieva le suscita. Il concorso per pianisti emergenti chiede un intenso studio. Per mesi, in ore di severo impegno, Jenny disciplina la sua irrequietezza. Alle sonate di Schumann alterna quelle di Beethoven, in momenti di esplosione emotiva, con note di musica "negra" , dà voce a stati d'animo violenti e iconoclasti, al suo orgoglio e alla sua voce di artista. L’eco dei loro suoni richiama l'attenzione del mondo esterno e di quello carcerario - ove l'isola di musica 'alta' urta contro forti contraddizioni - e acutizza la conflittualità delle strutture psichiche. Il sodalizio tra le due donne è messo a dura prova dai tumulti distruttivi ed autolesivi della giovane, dalla gelosia e dalle rivalità nelle relazioni carcerarie e dal riapparire della longa manus del patrigno: il burattinaio a cui forse si deve il trasferimento della figlia in quel penitenziario, e che indirizza l'interesse dei mass media sulla musicista-assassina. Per essere ammessa alla prova finale, la candidata deve superare due selezioni. Alla prima, l'ascesa faticosamente intrapresa conosce seri momenti di crisi. Dopo anni di assenza Jenny torna ad esibirsi nei luoghi ove bambina è stata ripetutamente acclamata. Si misura con i titoli accademici degli altri concorrenti, a cui contrappone la spavalda autodichiarazione "io sono un'assassina"; ma al confronto con le forze in gioco, la maschera dietro cui cela la sua vulnerabilità si screpola. La giovane, che ha imparato a rispondere ai sommovimenti dei suoi stati d'animo con agiti violenti, ad espellere le emozioni, alla tensione della prova reagisce con un rigurgito di reazione collerica e un'impennata persecutoria. Si rifiuta di partecipare alla prova, insulta l'insegnante e sferra, ferendosi la mano destra, un violento pugno contro uno specchio. Poi si placa; con tocco perfetto, nonostante la contusione alle nocche della mano, suona il Momento musicale n. 2 di Schubert e supera la selezione. Sulla via del ritorno, in una sosta all'ospedale per curare la ferita, Jenny si lancia contro una parete di vetro. La mattina prima dell'audizione fra le due donne vi era stato un toccante e significativo avvicinamento. L'abbigliamento di Jenny è assolutamente inadatto alla prova; non c'è altra soluzione che uno scambio di abiti. Come avrebbe fatto una madre, se una madre vi fosse stata, l'insegnante la veste con i suoi vestiti e fa propri quelli di Jenny. Il codice affettivo, che affianca quello musicale, stempera la diffidenza e la ripetitività dell'agito distruttivo e le avvicina. Ora, dopo il tentato suicidio, alla domanda della signora che le chiede "cosa ha che non va?", Jenny, per la seconda volta, introduce nella scena il terzo - questa volta sociale - che si vorrebbe tagliar fuori dalla responsabilità delle derive individuali. Con voce rotta, le narra un amaro episodio della sua vita. Tempo prima, ricoverata in questo stesso ospedale, aveva già compiuto un gesto simile. Dopo sedici ore di travaglio aveva partorito, sola, senza affetti né sostegno del personale sanitario, un bambino, morto poco dopo. Mentre evoca l'episodio l'inquadratura è ferma su di lei e la signora Traude. Una accanto all'altra, ambedue ritratte di profilo; davanti a loro il vetro e al di là il vuoto: assenza del sociale, del transoggettivo. Fotogrammi che aprono alla complessità, all'interdipendenza tra la vita e il pensiero, a domande che chiamano in causa considerazioni etiche e chiedono in che misura la regressione psichica e la violenza conflittuale siano il prodotto di una sola mente. Chiedono di riflettere sulle incongrue valutazioni morali con cui si prende atto e si valuta la morte. Chi le è stato vicino nel "lutto" da lei subito per mano del potente patrigno, nella silenziosa perdita dei suoi legami affettivi, nelle doglie del parto, nelle ore di incuria, se non di malanimo, che indirettamente hanno condotto il neonato alla morte? Nel feroce corso di sopravvivenza intrapreso da Jenny, il venir meno della solidarietà collettiva ha ulteriormente opacizzato il suo senso di fragilità. Dopo la seconda audizione, ammessa alle finali - una pellicola di luce scorre nei suoi occhi, sul suo volto un sorriso dolce e autoironico - Jenny confessa all'insegnante, cosa che non ha "mai detto a nessuno", neppure a quelli con cui è stata a letto - "che le piace", e le chiede se lo stesso è per lei. Il suono dell'orchestrina del bar ove hanno fatto una breve sosta invita alla danza. Jenny, che ha i polsi serrati dalle manette, alza le braccia, le apre a cerchio e vi accoglie il corpo magro della austera signora. Nei giorni che precedono la prova finale, ove verrà proclamato il/la migliore giovane pianista, attorno alla detenuta si aggrovigliano tensioni che cortocircuitano l'una sull'altra. Il patrigno corrompe i giornalisti perché scrivano articoli sul carcere, fotografino la figlia, parlino del suo talento ed intervistino l'anziana signora. Sono poi loro che muovono le carte e, nel gioco 'figura-sfondo', pongono in risalto ora il profilo della pianista, ora quello dell'efferata assassina. Le loro crude comunicazioni sull'omicidio, pochi giorni prima dell’ultima audizione, spalancano nell'insegnante orizzonti a cui aveva risolutamente voltato le spalle. Educava alla musica, all'ascolto dei suoni, non alle voci delle passioni, dei contraddittori e violenti tumulti dell'animo. Dal contatto con realtà troppo diverse, dall'angoscia che accompagna le esperienze e il contatto con l'ignoto, anche nel caso di questa dotatissima allieva, si era difesa aggrappandosi alla scissione della “funzione intellettuale […] dal processo affettivo ”. Credeva che la sua vita, chiusa nel santuario della musica, fosse impenetrabile, inattaccabile da parte del mondo esterno. Non aveva mai rovistato negli angoli bui della storia delle sue allieve. Era stata sorpresa e affascinata dal talento di Jenny, non dalla sua persona, nonostante le feritoie aperte sulla sua ira e la sua solitudine. Ora che sa - con parole crude le è stata gettata in faccia la dinamica degli eventi - come conciliare le straordinarie capacità musicali con la perversa dinamica dell'omicidio? Come continuare ad esserle mentore e desiderare che raggiunga il massimo riconoscimento? Come fare fronte a questa "tempesta emotiva" che chiama in causa livelli etici, professionali, relazionali ed affettivi? Il patrigno, il nodo traumatico di Jenny - sempre presente sulla scena, sebbene velato da complici quinte -, con in mano un mazzo di fiori e in tasca una bottiglia di super alcolici, bussa alla porta dell'anziana signora. Le mostra il dossier che condanna la figlia, poi ambiguamente la chiama in causa dandole copia, misteriosamente tratta da un archivio delle SS, del processo che nel febbraio del 1945 la condanna in quanto lesbica e mentalmente instabile. In fogli dattiloscritti, nero su bianco, gli affetti riservati alla incursioni della sua memoria. Combattuta, piegata dalle difficoltà della scelta, offesa dalla realtà esterna, per tre giorni non si presenta alle lezioni. Il patrigno lo viene a sapere e, ancora una volta, si fa avanti. La prega di riprendere le lezioni e l'assicura che non è stata Jenny a massacrare l'uomo. Al processo la figlia aveva reso nota la loro "relazione". Per "riguardo" alla moglie - "se fosse venuta a saperlo si sarebbe uccisa", (unico accenno alla figura materna che queste parole rivelano incapace di qualsiasi contenimento), aveva cessato di sostenere la sua difesa. Ora, più volte, ripete: "Lei non ha colpa". Parole che aprono impliciti sfondi sul ruolo della sua disgraziata persona di padre. Sul potere delle sue parole, accolte con riverenza dal tribunale e sull'impotenza della giovane: a lei viene riconosciuta solo l'azione. Sulle valutazioni etiche che sottostanno al rapporto tra le persone, tanto più quanto la relazione che le unisce è fortemente asimmetrica. Con l'aggiunta del dubbio sulla colpa e la condanna, l'insegnante riprende le lezioni con Jenny, ora persona, ora realmente "Altra". Ma nel carcere, nei giorni della sua assenza, l'atmosfera si è fatta più che mai pregna di tensioni. Il desiderio di vendetta e la gelosia dell'agente Mütze, a cui dà man forte la rivalità delle prigioniere, esplode in un episodio di brutale violenza. Per difendersi dall'attacco esplicitamente diretto alla sua persona, Jenny ferisce seriamente la detenuta che ha progettato l'agguato. Al grave episodio l’istituzione reagisce negandole il permesso di partecipare alla prova finale. Nonostante le immediate dimissioni della signora Traude - se ne andrà lei e con lei il pianoforte - la decisione non muta. Sullo stesso camion, guidato dagli stessi ex galeotti che abbiamo visto entrare nelle prime inquadrature, esce il pianoforte. In un cortile le due donne si incontrano: fra di loro uno sguardo intenso; le unisce una muta, profonda complicità. Poi Jenny scompare alla vista. Tutt'uno con il pianoforte, con l'insegnante, ambedue una, nella dedizione alla musica. Con lo strumento esce la stessa Jenny. Nella sosta in casa della signora Traude, Jenny vede una bottiglia: il super alcolico che il padre reca sempre con sé. Un geyser di impetuosa violenza la sopraffà. A un passo dall'appuntamento costruito tenendo duramente a freno la sua distruttività - in alleanza con una donna che, a differenza della madre, credeva immune da influenze terze - ancora una volta la perversa e corruttrice figura dell'uomo. Sulle lezioni il sospetto di un congruo compenso. Tutto si disfa. Il loro linguaggio torna ad essere oppositivo e spietato; i gesti di Jenny violenti. La presenza del patrigno ripropone la faglia che ha dato vita ai suoi problemi: il trauma. Se in esso non si staglia la presenza di un soggetto 'forte' - persona, luogo, oggetto (il pianoforte) - che preserva l'unità della persona, si mette inevitabilmente in moto uno scivolamento verso organizzazioni psichiche arcaiche violentemente distruttive. La signora Traude, inaspettatamente chiamata in causa, mostra a Jenny gli atti del processo che la riguardano, alza il velo sulla sua storia affettiva, le parla della donna che è stata "uccisa senza aver commesso nulla". Il racconto - accolto con derisione - rafforza l'ira della ragazza che, furiosa, esce di casa. L'insegnante l'insegue; Jenny si volta e le sferra un pugno sulla fronte. Attimi di buio. Poi, da aree del loro mondo interno, sovrapposte ad un coro di musica sacra, immagini del loro difficile percorso. Lo smarrimento si affievolisce, si può riprendere il cammino che la "leggerezza della distruzione" intendeva demolire. Al Teatro dell'Opera, tra Jenny e la musica, chiamato a testimoniare la sua identità, ancora una volta il patrigno. Poi, con un violento dominio di sé, Jenny si avvia verso il palcoscenico. Sulla soglia la raggiunge l’ultimo augurale saluto dell’insegnante, “belle mani!”, evocativo cenno al loro burrascoso incontro. In modo superbo la giovane suona le prime note del Concerto in la minore di Schumann, poi dà vita alla 'sua' musica. Ai suoni tradizionali, alterna note 'negre', 'insolite', tumultuose, violente. Accarezza i tasti, li percuote, preme le mani sul piano quasi fosse una batteria, pizzica le corde, batte i piedi. Il palcoscenico, l'intero teatro risuona della sua musica. Polifonica, liberatoria espressione del suo essere diversa, apertura alla differenza che abita e unisce le due donne. Al termine dell'esecuzione, dopo attimi di esitazione, a Jenny un fragoroso applauso, e lei all'insegnante, un ampio, gentile e garbatissimo inchino che, lo aveva giurato, non le avrebbe mai fatto. Ora può farlo; con il volto reso luminoso dalle note che l'ha attraversato, può offrirle questo dono e testimoniare come la loro musica non abbia umiliato, ma permesso l'espressione della loro interiorità, l'ermeneutica delle loro differenze e l'individuazione della loro storia umana e artistica.

04/07/2012

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