Quando c'era Marnie. Commento di Aurora Polito (29.12.2016)

Quando c'era Marnie. Regia di H. Yonebayashi, 2014.

Commento di Aurora Polito

"A questo mondo esiste un cerchio invisibile. Il cerchio ha un di dentro e un di fuori. Queste sono persone al di dentro. E poi io sono una persona al di fuori. Ma di questo non mi importa".

 

Questi pensieri attraversano la mente di Anna mentre guarda i ragazzini giocare e ridere nel cortile della sua scuola. E' la prima scena del lungometraggio d'animazione giapponese "Quando c'era Marnie", prodotto dallo Studio Ghibli nel 2014 con la regia di H. Yonebayashi. Un film che colpisce per la trama misteriosa e coinvolgente, che pur rivelandosi in tutta la sua drammaticità apre la strada ad una riflessione profonda sugli ostacoli insiti nel delicato passaggio dall'infanzia all'adolescenza e nella costruzione dell'identità: questo processo può essere sentito come molto più difficile laddove manchi la conoscenza della propria storia personale, come accade alla protagonista. Con una sapiente fluidità, nella narrazione si alternano il mondo interno di Anna e la realtà degli eventi, che, intrecciandosi, accentuano la nota enigmatica del film. Anna ha dodici anni e vive con i suoi "zietti", ovvero i genitori adottivi, da quando era molto piccola, in seguito alla morte dei suoi genitori biologici. Non sa altro delle sue origini, ma quotidianamente vede e vive la sua diversità, il senso di non appartenenza ad una comunità orientale. E', infatti, una ragazza dagli occhi azzurri, con spiccati tratti occidentali. Soffre di attacchi di panico, che, non capiti, vengono scambiati per asma dai medici. Uno di questi attacchi segue i pensieri di Anna in apertura della prima scena, quando ancora una volta si sente esclusa dal "cerchio". Perché guarisca dalla sua "malattia", la madre adottiva decide, su consiglio del medico, di mandarla dagli zii, che vivono in una località verdeggiante e salubre, decisione vissuta da Anna come un'ulteriore espulsione. Ma, una volta giunta nella cittadina, Anna viene accolta calorosamente, gli zii che la ospitano si rivelano persone gioiose e vitali, molto meno apprensivi della madre adottiva. Scopre la possibilità di esplorare il luogo, comincia a disegnare i nuovi paesaggi ed è particolarmente colpita da una villa disabitata, situata su un acquitrino e dall'aspetto per lei familiare. Durante le sue esplorazioni, Anna mantiene sempre una debita distanza dai coetanei. Non ama la compagnia e non ama le feste, tanto che quando viene invitata ad un evento del paese deve compiere un grosso sforzo per parteciparvi: indossando lo yukata, veste tradizionale giapponese prestatale dalla zia, si chiede tristemente: Come può starmi bene?. Anna "si detesta", perché sente di non potersi amalgamare alle altre ragazze giapponesi, il suo desiderio è solo quello di trascorrere giornate "normali", di poter passare inosservata. Ma durante la festa le coetanee mostrano di accorgersi dei suoi "begli occhi azzurri", rivelatori delle sue origini. Anna si sente crollare la terra sotto i piedi: è l'ennesima riprova della sua non appartenenza, mentre cerca disperatamente di capire chi è. Emerge tutta la sofferenza di un'adolescente disorientata, che non può trovare le sue radici, non ha un passato e quindi crede di non poter costruire un futuro. La "diversità" che avverte è qualcosa di ben più profondo del suo non essere orientale, proviene dal vuoto di ricordi legati alla sua nascita, ai primi anni della sua vita, alla sua famiglia. Entrare in contatto con gli altri è difficile, c'è una ferita profonda all'origine, che si ripropone ogni volta che cerca di farlo, un trauma dovuto a un abbandono che Anna non può accettare. Non riesce a costruire un rapporto di fiducia perché avvicinarsi all'altro può significare perderlo e frantumarsi, qualcosa che lei ha già vissuto. L'assenza dei suoi genitori, da cui non ha potuto ricevere l'amore tanto desiderato, provoca rabbia e la sensazione che questa assenza sia da considerare una loro colpa. Immersa in un senso di solitudine confusivo e straniante, si perde nei dintorni del paese. Da questo momento in poi il confine tra fantasia, sogno e realtà si mescola, in una sovrapposizione che confonde anche lo spettatore. Anna, traghettata da un vecchio pescatore muto verso la villa, incontra una ragazzina bionda e dagli occhi azzurri, Marnie, che vive proprio in quella villa che sembrava dismessa e la introduce nelle stanze della sua casa. La vita nobiliare della sua famiglia, apparentemente fatta di feste e sfarzo, nasconde in realtà il vissuto di grande sofferenza di Marnie, trascurata dai genitori e maltrattata dalle domestiche. Tra le due ragazzine nasce l'amicizia. Ogni incontro con Marnie, è seguito da una perdita di coscienza di Anna, che viene ritrovata spesso dai passanti, distesa lungo sentieri boschivi nei dintorni del villaggio e ricondotta a casa. Anna vive una realtà parallela attraverso fughe dissociative che le consentono di non provare il vuoto della solitudine: Marnie rappresenta l'unica persona cara a lei vicina. Così, la disegna e la ricorda, con in mente una domanda: Chi sei veramente? Anna mantiene un contatto con la realtà, consapevole di immaginare Marnie, ma qualcosa la spinge a credere che lei esista. Sapere chi è veramente Marnie vuol dire anche capire chi è realmente Anna, perché lei la sente misteriosamente legata alle sue origini. Mentre è intenta a disegnare sulle rive dell'acquitrino, incontra una pittrice del luogo, Hisako, una donna di mezza età che si avvicina a lei con rispetto e delicatezza, comunicandole che hanno qualcosa in comune: l'amore per il disegno e per la villa misteriosa. E' Hisako a far notare ad Anna che la villa è in ristrutturazione. Proprio come Anna, adolescente che lavora su di sé per rinnovarsi e crescere. Interessata, ella vi si avvicina e conosce la nuova inquilina, Suriko, una bambina curiosa e solare attraverso la quale scopre con sorpresa che Marnie è realmente esistita. Ora che è vicina a una possibile verità insorge la grande angoscia di conoscere la realtà, con cui deve fare i conti. Sapere fa paura. Ed è in questo momento che il sogno svanisce: nelle fantasie di Anna, Marnie la sta abbandonando, la sta dimenticando, lasciandola indietro, di nuovo sola e spaventata. Fantasie e ricordi appaiono con flashback che mostrano Anna bambina stringere una bambola bionda vestita come Marnie ad un funerale. Anna, che aveva appreso parte della storia di Marnie da Hisako, solo alla fine può riacquistare ricordi perduti che appartengono anche alla propria storia. Questo accade attraverso il fondamentale aiuto della madre adottiva, finalmente pronta a parlarle: dopo la scomparsa dei genitori in seguito a un tragico incidente stradale, da bambina aveva vissuto con la nonna, Marnie, che si era presa cura di lei. In quegli anni, prima della sua morte, la nonna le raccontava la storia della sua vita, che ora Anna riviveva nelle sue fantasie senza poter dare a queste un senso. Il trauma dell'abbandono, incistato come qualcosa di non spiegato, di incomprensibile, ha portato con sé la sfiducia negli altri e la sensazione che sia reale solo ciò che è negativo. Ne deriva l'impossibilità di costruire rapporti, un profondo isolamento, che caratterizza il vissuto depressivo. Anna, nel corso del film, dubita spesso del bene che gli "zietti" nutrono per lei, pensando che il loro unico interesse sia il denaro che ricevono come sovvenzione. La sensibilità del regista sembra cogliere e portare alla luce la difficoltà derivante dalla speciale condizione del bambino adottato, quella di figlio straniero (Artoni Schlesinger, "Adozioni e oltre", 2006). Anna è doppiamente straniera, trovandosi in una famiglia adottiva e in un mondo orientale. A nulla sembrano servire l'amore e la preoccupazione della madre adottiva, che vengono da lei molto sminuiti. Anna è una ragazza silenziosa, ma questo silenzio rappresenta una protesta che paradossalmente grida a gran voce il diritto alle origini finora negato. Di fronte alle parole di commiato della "zietta" che, triste, la saluta in stazione, Anna non risponde e pensa: Pare una capra che ti assorda belando. La zia piange per il distacco, ma Anna non lo può sentire. Sentire la separazione sarebbe come accettare di nuovo un'assenza. La dimostrazione di affetto, le parole, sono inutili, assordano Anna e non rispondono al suo bisogno attuale. Quello di sapere. Sarà invece la possibilità di apprendere e di pensare le proprie origini a consentire di restaurare dentro di sé un oggetto buono, conosciuto prima dell' "abbandono" e di accettare chi ora lo sostituisce. Il segreto è rappresentato dal pescatore solitario che conosceva Marnie, ma non poteva parlare. Una volta svelato il segreto, anche l'uomo può tornare a parlare. Così, Anna recupera il suo passato, legittimata a ricostruirne i pezzi e a piangere per la sua sofferenza e il suo lutto. In sogno, perdona Marnie per esser dovuta andare via, e così facendo perdona finalmente i suoi genitori e la nonna per esser morti e averla lasciata sola nel mondo. Il ristabilirsi della verità consente un rapporto trasparente con la madre adottiva e le permette di andar via dal villaggio serenamente, ricongiungendosi ai genitori adottivi che sente ora come la propria famiglia, arricchita di nuove esperienze e della nuova amicizia con Suriko. Il ritorno in città rappresenta il ritorno al presente e alla realtà, con la consapevolezza, però, che esiste un posto che appartiene al passato e che si può conservare nella memoria mentre ci si apre al futuro.

29/12/2016

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