Mommy. Commento di Maria Giovanna D'Amato (29.06.2016)

Mommy (2014). Regia di Xavier Dolan

Commento di Maria Giovanna d’Amato

Cosa accadrebbe se la legge S-14, inventata dal regista di Mommy, che consente ai genitori di internare in un istituto psichiatrico un minore senza alcuna autorizzazione, esistesse veramente? Credo che in un paese come il nostro, dove la penuria di servizi pubblici che si occupano di adolescenti border è cronica, potrebbe apparire una risposta disastrosa, alla disperazione di tanti genitori alle prese con comportamenti al limite della distruttività, in cui annegano i sentimenti positivi nella relazione tra genitori e figli.

 

Cosa accadrebbe invece se prima del gesto folle di madri che uccidono il loro bambino, o dei comportamenti estremi di adolescenti al bivio tra devianza e follia, una società più attenta al disagio e alla solitudine di persone che trovano soltanto in soluzione estreme la risposta al loro dolore, si preoccupasse di accogliere e sostenere la difficoltà di genitori che non trovano dentro di sé le risorse necessarie per il difficile compito di allevare un figlio? Forse avremmo meno personalità disturbate e meno tragedie familiari

 

Perché il vero malato è la relazione (sembra raccontarci il film), che porta fin dal concepimento tutta la sua carica di possibilità evolutiva o distruttiva nella crescita dell’individuo, e dunque l’opportunità di un sostegno precoce può essere davvero fondamentale nel destino delle persone.

 

E’ quasi impossibile parlare di Mommy senza pensare al suo regista ragazzino, che ha esordito nella regia a soli 19 anni, con un lungometraggio, “ J’ai tué ma mère “ (Ho ucciso mia madre) all’epoca selezionato per il festival di Cannes, per la Quinzaine des Realisateurs, vincendo numerosi premi. Da allora Xavier Dolan ha continuato a frequentare con successo il festival di Cannes, fino ad attribuirsi il Gran Premio della Giuria con Mommy, ex aequo con Jean-Luc Godard nel 2014. Pochi giorni fa si è di nuovo aggiudicato il Gran Premio della Giuria a Cannes. Mi sono chiesta quale intensa ma certamente complessa e dolorosa evoluzione psichica abbia reso questo giovanissimo autore così sensibile e geniale nel descrivere le tormentose dinamiche che attraversano il rapporto madre-figlio. “Se c’è un tema, che conosco meglio di qualunque altro, uno che m’ispira incondizionatamente e che amo sopra a tutti gli altri, è certamente mia madre. E quando dico mia madre intendo la Madre in senso lato, la figura che rappresenta“. Sono parole sue in una intervista a proposito del film Mommy, di cui dice anche che in un certo senso è la risposta al suo primo film, mai passato nelle sale italiane. “Ai tempi di “J’ai tué ma mère” sentivo di voler punire mia madre…credo che per mezzo di Mommy stia cercando di farla vendicare”.

 

Nel film ci muoviamo in un Canada dove la risposta che viene offerta alla spaventosa situazione in cui vivono Steve e la madre è quella di dare un nome alla sua malattia (“disturbo ossessivo compulsivo” lo definiscono, nel riferito della madre e nella traduzione italiana) e di allontanarlo in maniera coatta dalla famiglia e dalla comunità in cui vive. In realtà tutte le sequenze ci portano al cuore del problema che è il rapporto di Steve con sua madre, una vedova di 46 anni, incapace di gestire se stessa prima che il figlio, e nei cui atteggiamenti e nelle cui parole si può immaginare un’adolescente non molto diversa da quella di suo figlio per la testarda scontrosità con cui affronta il mondo .

 

La storia ha inizio quando la madre va a riprendere Steve dalla comunità di recupero in cui viveva, e da cui lo hanno cacciato perché ha dato fuoco alla cucina provocando serie ustioni a un compagno. Bella, squattrinata, atteggiamento e look da marginalità sociale e culturale, la donna oppone alle parole dell’operatrice – Non basta amare qualcuno per salvarlo- una spavalda caparbietà che è un impasto di amore, onnipotenza e rigetto verso un esterno sentito solo come persecutorio, incapace di comprensione e accoglienza. –Gli scettici dovranno ricredersi- dice all’operatrice che tenta di farle prendere consapevolezza delle difficili condizioni psichiche del figlio. A prima vista non desta simpatia questa madre sboccata, fumatrice compulsiva, che sembra rincorrere un sogno di riscatto muovendosi tra strategie seduttive e aggressive, le stesse che usa col figlio, fin dal momento in cui si ritrovano insieme. Il regista usa un espediente filmico che rende concretamente la vicinanza claustrofobica in cui i due si muovono, riducendo lo spazio della pellicola che prevede quasi costantemente l’immagine di una figura per volta, suggerendo la gabbia emotiva in cui l’amore simbiotico e soffocante tra i due prende corpo, tra scene di una violenza che sfiora gli estremi e rari momenti di complicità e dolcezza. La scena in cui il ragazzo corre in una specie di danza sul monopattino, (sulle note di Colorblind dei Counting Crows -I’m ready I’m ready I’m fine-) sotto un cielo bianco e lucente, percorso da nuvole, sembra gridare al mondo la felicità di un adolescente che corre incontro alla vita con sfrenata avidità, e prosegue nel suo ritorno a casa, sulle ruote di un carrello del supermercato carico di cose rubate, tra cui una collanina per la madre. La reazione della madre al furto, arrabbiata e preoccupata anziché compiaciuta per il regalo, scatena una crisi di collera nel ragazzo, che ci presenta subito la violenza di cui Steve è capace quando entra nella spirale della frustrazione o del rifiuto. Ma quando la madre piange dopo essere stata licenziata, mostrando per la prima volta una fragilità di fronte alla disastrosa situazione economica in cui si trovano, ancora più difficile ora che dovrà occuparsi anche di Steve, oltre che trovare e mantenere un lavoro, lui la conforta quasi come un compagno adulto, le ricorda il padre morto, e frena i suoi singhiozzi mettendole una mano sulla bocca e poi baciandone il dorso. E’ una scena in cui il rapporto tra i due sembra esprimere tutta la sua carica di incestuoso amore, sia pure con un cenno ad una capacità di contenimento, ma che in realtà non tiene abbastanza, perché pare che non ci siano adulti in questo teatro rumoroso e caotico dove l’azione si muove sempre ai limiti. La comparsa di una terza persona sembra per un po’ assumere una funzione di argine: Kyla, la nuova dirimpettaia, una donna misteriosa e dolente, del cui passato non si dice nulla, ma si intuisce che forse ha perso un figlio, un’ insegnante in anno sabbatico, con una vistosa balbuzie. Kyla sembra affascinata e spaventata dalla spregiudicatezza dei due, e si inserisce tra loro col suo fare delicato e timido, a fare da sponda persino alla libido dell’adolescente che si distribuisce un po’ fra lei e la madre, riuscendo ad aiutare Steve a studiare, sostenendo i suoi sogni su di un futuro possibile.

 

Non è solo la riedizione dell’edipo, in un adolescente che vive una situazione familiare dove il padre non c’è più: sembra una situazione in cui un padre non ci sia mai stato, né ci sia mai stato un genitore capace di sostenere dentro e fuori di sé il limite del reale. E’ tutto un turbinio di “elementi beta”, senza mai un accenno alla possibilità di elaborazione. E’ Kyla che in una scena molto toccante sembra offrire uno spiraglio di reverie, quando sostiene lo scontro con la provocazione di Steve piombandogli addosso come una leonessa ferita e bloccandolo col peso del suo corpo e la determinazione nella voce che improvvisamente non balbetta più: quando si staccano, una gamba dei suoi jeans è bagnata, e non sappiamo se di urina o di sperma, come a suggerire l’impasto tra il piccolo bambino spaventato e l’adolescente eccitato, che può esprimere solo con il corpo contenuti psichici non digeriti. Ma a quel punto il ragazzo rompe in pianto, l’unica volta in tutto il film, e Kyla, alla fine, gli sorride. Sembra che per un momento Steve abbia potuto sospendere la lotta senza quartiere che porta avanti   per affermare la sua esistenza altrimenti negata, forse annegata nel rapporto di amore esclusivo e feroce con una madre che lo guarda troppo da vicino per poterlo vedere nella sua realtà individuale. Steve non ha mai interiorizzato un contenitore, forse perché non lo ha mai trovato, non ha potuto “apprendere dall’esperienza” attraverso un alternarsi di soddisfacimenti e frustrazioni tollerabile, ma soprattutto attraverso l’esperienza di una buona reverie che consente la trasformazione di elementi beta in elementi alfa, e infine lo sviluppo di una propria funzione alfa che aiuta a controllare gli impulsi, a contattare le emozioni senza esserne sopraffatto, mettendole in parola e trasformandole in contenuti di senso.

 

Infatti la parola nel film, nella sua funzione di mediazione col mondo esterno ed interno, la parola e il pensiero verbale sono poco presenti. La parola è prevalentemente urlata, è insulto, sarcasmo, è parolaccia, direi che è una parola agita, non pensata: prorompe, anzi dirompe con la violenza degli agiti, si schianta contro il muro di gomma di una realtà che non com-prende. C’è più detto nei gesti e negli sguardi di Kyla, nei suoni inarticolati della sua balbuzie, che attingono a emozioni che non possono affiorare al dicibile negli altri due. E’ grazie a lei che ci sono momenti di leggerezza, quasi di felicità, quando vanno in bicicletta, quando le due donne bevono e ridono insieme dietro il vetro sporco e fuligginoso della finestra, quando tutti e tre si fanno il selfie e Kyla accosta la testa a quella del ragazzo come una innamorata, quando si abbracciano al termine di una lezione che Steve ha imparato con successo. E’ grazie a lei, alla sua presenza di terzo, che ci sono momenti in cui affiora un sentimento di fiducia, la speranza che si possa costruire un legame in cui credere, che non strangola né abbandona, come sembrano essere quelli a cui Steve è abituato, e forse anche sua madre. Ma non basta : si intravede in questi squarci di tenerezza l’ammiccamento alla fuga dalla realtà, l’illusorietà di un mondo fuori dalle leggi, (per es. quando, nella gita in bicicletta, Steve sfida il traffico delle auto lanciando verdure in mezzo alla strada, e le due donne ridono con lui, mentre gli Oasis cantano Wondewrwall- I said maybe you’re gonna the one that saves me - ) un mondo senza tempo e senza differenze. L’incapacità di Stevie di controllare i suoi impulsi raggiunge il culmine quando vede la madre alle prese con un incontro galante che dovrebbe servire ad aiutarli a uscire dalla difficile situazione in cui li ha messi la sua bravata al centro di recupero (il padre del ragazzo ustionato ha sporto denuncia), ma forse è anche un tentativo per la donna di prendersi una boccata d’aria, per una sera, di godersi il piacere di sentirsi ancora attraente, di potere ancora sedurre. La gelosia di Steve esplode in maniera incontrollabile, disperata e feroce, fino a culminare, dopo avere scaricato all’esterno l’aggressività che lo travolge, in un tentativo di suicidio, quando diventa consapevole della stanchezza della madre e della possibilità che lei lo abbandoni. Da tutto questo emerge con una richiesta straziante di amore: Ci amiamo ancora noi due?

 

Certo, risponde lei, è la cosa che ci riesce meglio. Ma non è vero, che “è la cosa che gli riesce meglio”, e tornano in mente le parole dell’operatrice del centro di recupero all’inizio del film: Amarlo non vuol dire salvarlo; certamente l’amore non funziona bene con la sua carica riparatrice e propulsiva quando prospera nella negazione e nell’onnipotenza.

 

Alla fine la madre si risolverà ad accettare la legge che consegnerà Steve al servizio psichiatrico, legge S-14, una soluzione brutale e violenta, anche se la madre dirà a Kyla che lo ha fatto – ..perché ho ancora speranza.. nel mondo siamo in tanti a sperare e siamo noi che possiamo cambiare il mondo..- Non sembra una rinuncia all’onnipotenza, un momento di presa di consapevolezza, sembra ancora una volta un agito. Lo dimostra il primo piano in cui lei, dopo l’ultimo incontro con Kyla che sta per trasferirsi (un altro abbandono), rimasta sola si sforza letteralmente di ingoiare lacrime e disperazione con una serie di smorfie che le deformano il viso in una maschera grottesca, fino a ricomporre con uno sforzo sovrumano la maschera pseudonormale di sempre .

 

L’ultima scena in cui vediamo Steve: egli si è divincolato dai suoi carcerieri e corre forsennatamente verso un finestrone, c’è la luce bianca del reparto che non è quella del cielo di periferia sotto il quale volava sul carrello della spesa, ma non sapremo cosa accadrà, possiamo solo immaginarlo. La fiducia è stata ancora una volta tradita: è veramente difficile sopravvivere senza un po’ di fiducia in un legame d’amore.


 

 

 

29/06/2016

Centri Clinici AIPPI

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