Locke. Commento di Chiara Mezzalama (02-06-2014)

Locke (Regia di Stephen Knight, 2013, U.K.)

 

Commento di Chiara Mezzalama


 

Ivan Locke è un capo cantiere. Lo scavo per l’edificio in costruzione al quale sta lavorando è impressionante. È la prima scena del film di Steven Knight con il bravissimo Tom Hardy, e guardando quello scavo viene subito da pensare alla complessità di ciò che gli esseri umani sono talvolta capaci di fare e di gestire. Costruire un edificio di cinquantacinque piani. Ivan Locke, capo cantiere, sale in macchina. È stanco dopo una giornata di lavoro, fuori è già buio, si addormenta quasi al semaforo rosso. Accende il bluetooth e fa una telefonata. Anzi due. Il film si svolge tutto all’interno dell’automobile di Ivan Locke (il cui nome stesso rimanda al senso di chiuso, serrato) per la durata del tragitto verso Londra. Una telefonata dopo l’altra. Novanta minuti che cambieranno la sua vita.

 

Ivan Locke chiama il suo operaio Donal. Tra loro c’è un rapporto di fiducia consolidato negli anni. Ivan Locke gli comunica che non sarà sul cantiere l’indomani alle 5.35 per l’immensa colata di calcestruzzo (la più grande colata mai realizzata in Europa) che costituirà le fondamenta dell’edificio. L’operaio non può credere alle sue orecchie. L’equivalente di un chirurgo che lascia la sala operatoria nel mezzo di un intervento, o di un capitano che abbandona la nave durante la manovra di attracco.

 

Poi Ivan Locke chiama a casa e dice a suo figlio che non potrà essere a casa per seguire la partita, - ma mamma è già uscita a comprare la birra, ha preparato le salsicce e si è messa la maglia della squadra – protesta il ragazzo. – Domani vi spiegherò tutto – dice il padre, - andrà tutto bene.

 

E’ questo il mantra del film: andrà tutto bene. È a se stesso che Ivan Locke lo ripete, ma soprattutto a suo padre, il suo padre interno, morto anni prima, ma contro il quale Ivan rivolge una rabbia mai estinta, un odio mai placato. Lo guarda, invisibile ombra nel passato, nello specchietto retrovisore. Il rapporto con i fantasmi è il più duro che ci è dato di affrontare. Il conflitto non può che diventare un conflitto interno che rischia di sfociare nell’autodistruzione. È una battaglia impossibile contro il passato che Ivan Locke vuole vincere stravolgendo il presente.

 

Nel susseguirsi sempre più incalzante delle telefonate, emerge la figura di un uomo che vuole cambiare il suo destino. Rovesciarlo. E per fare questo è disposto a sacrificare ogni cosa. I dialoghi più belli sono quelli tra Ivan Locke e l’operaio Donal. Parlano di calcestruzzo, C6. Di che cosa succederà al momento della colata. Di come questa operazione richieda una dedizione totale, che non deve lasciare alcun margine all’imprevisto, all’approssimazione, all’errore umano o alla sciatteria. Ivan Locke convince l’operaio a controllare di persona che ogni meccanismo di questo mostruoso ingranaggio funzioni alla perfezione. In realtà il mostruoso ingranaggio è la vita. E la battaglia di questo uomo è la battaglia impossibile contro l’imprevedibilità e il caos della vita, a partire dall’atto stesso di venire al mondo. Ivan Locke sta lottando affinché vada tutto bene ma per ottenere questo deve prendersi cura delle cose. Deve prendersi cura del calcestruzzo, del suo cantiere, della sua famiglia ma anche della “sua cazzata”.

 

Ha commesso un errore Ivan Locke, lo stesso errore che commise suo padre, ma a differenza di quest’ultimo, vuole porre un rimedio. Prendersi cura dei propri errori, delle proprie “cazzate”. Non fuggire alle responsabilità. Seguire sul navigatore la strada che si è scelto di percorrere, fino in fondo, senza scorciatoie o vie di fuga. È questo l’eroismo. Prendersi cura. Sapere che un calcestruzzo di qualità inferiore (C5) non garantirà la stabilità dell’edificio, negli anni provocherà crepe, fragilità, crolli. C’è qualcosa di molto maschile in questo, che rende il personaggio di Ivan Locke davvero toccante. In inglese il calcestruzzo si chiama “concrete”. Ivan Locke è un uomo solido. Concreto. Serio. Abituato a risolvere problemi, anche molto complicati. Ma la vita qualche volta non ha soluzioni. Ha crepe, traumi, ingiustizie, errori, ferite. Ed è questo che Ivan Locke ha capito; è proprio la sua fragilità, la “sua cazzata” a renderlo così forte, credibile. Umano. Non sarà in grado di cambiare le cose, ma può guardarle per quello che sono e prenderle su di sé. E soltanto in questa maniera potrà sconfiggere il fantasma del padre che pesa sul suo destino, fardello transgenerazionale che diventa in questo modo una spinta fortissima alla vita.

02/06/2014

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