Le onde del destino. Commento di Anna Sabatini 03-11-2012

Le onde del destino

 

Commento di Anna Sabatini Scalmati


Attorno alla difficoltà di interiorizzare, abitare l'altro nella propria rappresentazione, il regista Lars Von Trier muove nel 1996 una pellicola, Le onde del destino. Nel set del danese troviamo  gli spazi di una storia tessuta di fragilità psicologica e generosità, religiosità e oscurantismo, freddezza affettiva e dedizione, infermità fisica e brutalità maschile.

In breve la trama. Negli anni '70 del secolo passato, in un paese di pescatori del nord della Scozia, vive Bess, giovane ingenua, in diretta comunicazione con Dio a cui ripetutamente chiede di concederle l'amore di Jan, lo straniero che lavora nella piattaforma petrolifera, negli spazi aperti del mare che bagna il  villaggio.

Il Dio con cui parla è severo: “dà e toglie a suo piacimento”. L'unisce a Jan, poi  lo guarirà, ma il prezzo è alto: il sacrificio della sua giovane vita. Non molto diversi da Dio sono i suoi intermediari in terra - il pastore e gli anziani - detentori severi e intransigenti della morale della comunità; avvezzi alle dure fatiche del mare, a rinunce transgenerazionali che hanno inabissato ogni espressione emotiva. In loro non parlano gli affetti, parimenti nessun suono accompagna i riti della comunità. Il campanile della piccola chiesa è vuoto. Si può fare a meno dei suoni che la campana diffonde nell'aria.

Bess supera la cupa diffidenza degli anziani e sposa Jan, che vediamo felice delle innocenti emozioni che animano l'affettività e la sessualità della giovane: il suo candore non può che accendere il suo desiderio.

Dopo non molto, la loro unione è interrotta dalla piattaforma che richiama Jan al lavoro e solleva in Bess, come anni prima alla morte del fratello, prepotenti stati di ansia e un insostenibile vissuto di abbandono. La giovane rivolge al suo Dio calde esortazioni. Lei non è forte come le donne che dividono con il mare i loro uomini, provveda quindi a che il suo amato torni al più presto. Lei non può permettersi di perdere Jan, non può vivere lontano da lui.

In Bess l'assenza fisica dell'altro non ha alcun contrappeso rappresentativo, alcuna interiorizzazione: né la presenza non si staglia su uno sfondo di assenza, né l'assenza su uno sfondo di presenza. All'assenza non segue un ritorno, al fort non segue il da, perché fort1 non origina attesa, fiducia, pensiero, ma nulla e morte.

La sua richiesta è esaudita, Jan torna, ma gravemente paralizzato. Un incidente l'ha privato di ogni autonomia e incatenato ad un corpo inerme. Con l'infermità, dopo un debole tentativo di differenziare il suo destino da quello della sua giovane compagna, avanza in lui una regressione psichica che con prepotenza lo rinserra entro un misero perimetro narcisistico.  La libido dell'Io fa irruzione sulla scena e soffoca l'affetto e il rispetto per Bess. Prigioniero dell'assetto psichico che l'ha barricato sugli spalti della difesa del suo Io residuale Jan, spezzati i legami con l'alterità e la cura dell'altro, non presta più attenzione all'incolumità della sua donna.

 

La libido e l'interesse dell'Io  determinano in Jan un mutamento che ha sfarina l'amore e la preoccupazione per l'altro.

Nella speranza di sottrarre una parte di sé dalla spire della paralisi che ha anestetizzato il suo corpo, ma non la sua fantasia, Jan fa sua una scelta perversa e crudele. La paralisi l'ha reso impotente, ma tramite Bess può vivere una sessualità per via indiretta. Bess può alimentare le sue fantasie sessuali se - non importa con chi e dove - ha rapporti sessuali e poi glieli  racconta dettagliatamente. Tramite lei, facendosi minuto voyeur, può residuare una porzione di godimento e, non rinunciando totalmente alla libido, non dichiarandosi definitivamente impotente, riprendersi un po' di vita.

Non senza iniziale riluttanza, Bess accetta di farsi oggetto e motore delle fantasie di Jan; rinuncia alla sua difesa e delega a Jan la salvaguardia del suo sé. Non si distanzia dalla sua domanda e si dona sacrificalmente al suo desiderio. Desiderio che, circoscritto al campo della perversione, quindi estromesso dal percorso della sublimazione, può esprimersi unicamente attraverso atti che la mettono fisicamente e pericolosamente in gioco.

L'equilibrio della coppia è rotto dalla scelta perversa di Jan. A lui è dato ricevere iniezioni di vita, a lei avventurarsi in esperienze quanto mai distoniche e pericolose e, contravvenendo alla morale che la circonda, affrontare il ripudio della comunità  e l'interdizione familiare.

Bess, fanciulla un po' pazza e un po' mistica, nel tentativo di impedire l'abbandono e, esaudendo il suo uomo continuare ad essergli cara, sorpassa il confine che nella notte dei tempi ha attraversato Antigone.

Difende il legame – ora divenuto perverso - che l'unisce a Jan e, come poco prima lei - donna che non ha diritto alla parola - ha detto ai parrocchiani convenuti nella casa di Dio: “non si può amare una parola, si può amare un’altra persona”, si affida a due bruti che la massacrano.

Tra la legge della comunità e quella degli affetti, Bess, come l'eroina di Sofocle, non può frapporre un Io che, faticosamente e dolorosamente differenziato, capovolge l'opposizione “Vita mea, mors tua” in “Vita mea, vita tua” e non oltrepassi la soglia di “Al di là del principio di piacere”.

 

 

03/11/2012

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