Il papà di Giovanna. Commento di B. Bandini Lucarini

 

Il papà di Giovanna. Regia di Pupi Avati, 2008

Commento di Barbara Bandini Lucarini

 

Il papà di Giovanna è un film del 2008 scritto e diretto da Pupi Avati. É stato presentato al 65° Festival del Cinema di Venezia che ha premiato Silvio Orlando con la coppa Volpi come miglior attore protagonista insieme ad Alba Rohrwacher, rispettivamente nei ruoli di padre e figlia.  La storia, alla quale fa da sfondo la città di Bologna di fine anni trenta, narra le vicende di un nucleo famigliare composto da madre, padre e figlia adolescente fragile e problematica, scompaginato da un evento tragico che ne mette in risalto le dinamiche affettive.

Michele è un professore di disegno presso un liceo statale nel quale studia anche la figlia Giovanna. Con lei ha un rapporto simbiotico ed esclusivo, volto a proteggerla dalla realtà che altrimenti si imporrebbe sulla ragazza con il suo vero volto di emarginazione e disincanto. Trasferisce su di lei sogni e speranze che coltiva anche per se stesso illudendosi di ricevere dal celebre pittore, nonché suo ex compagno di studi, Giorgio Morandi, il permesso di scrivere e pubblicare le memorie del tempo passato insieme. Concentrando la sua attenzione sulla figlia non solo non realizza nulla per sé, ma elude anche la sua realtà matrimoniale che lo vede sposato con Delia, bellissima, (Francesca Neri) insoddisfatta e segretamente attratta dal loro vicino di casa, commissario della polizia fascista.

La situazione precipita quando Giovanna si innamora di un suo compagno di scuola e sostenuta dal padre si illude di essere ricambiata. Quando scopre che il ragazzo ha una relazione segreta con la sua unica amica, la uccide per gelosia. Giovanna confessa l’omicidio pur non rendendosi conto della gravità del suo gesto. Michele è costretto a dimettersi dal posto di lavoro e ad accettare suo malgrado il consiglio dell’avvocato di sostenere l’infermità mentale della figlia al fine di evitare il carcere a favore del manicomio criminale. Per starle vicino e farle visita durante il suo internato, l’ex professore si trasferisce in campagna e lascia la moglie libera di restare a Bologna e di legarsi all’amico Sergio. Al termine della guerra Sergio verrà giustiziato dai partigiani, Giovanna verrà dimessa e padre e figlia ritorneranno a quello che resta della loro città. Incontreranno Delia per caso anni dopo e si ricongiungeranno.

Il film enfatizza l’amore e l’abnegazione di un padre verso la figlia, ma a ben vedere, anche come questi l’abbia sempre sopravvalutata attribuendole qualità che ella non possiede e proiettando su di lei desideri e passioni mai realizzati. Giovanna rappresenta un prolungamento del narcisismo paterno tramutato in amore oggettuale; Michele, il padre, le dice: “vorrei che ti potessi vedere come ti vedo io”, ma non riesce a vedere la figlia per quello che realmente è, la sospinge verso un’immagine di perfezione e delicata armonia che in realtà ha a che fare con il suo essere un artista mancato, il marito di una donna bellissima che non lo ama e alla quale viene preclusa la possibilità di instaurare un rapporto con la figlia basato su un principio di realtà. Tra padre e figlia non vi è spazio per un terzo che abbia la funzione di consentire un’apertura e un radicamento nel mondo reale. Non vi è castrazione, rinuncia, riparazione, resta spazio solo per un’ illusoria grandiosità.

E alla madre, Delia, non resta niente se non l’amarezza di un rapporto mancato che lei non sa trasformare. Il film non ci mostra la relazione che madre e figlia hanno avuto in passato ma sentiamo come Delia si lamenti per essere sempre stata preceduta, scalzata dalla presenza invasiva di Michele. Vediamo quanto Giovanna cerchi la sua vicinanza e allo stesso tempo la invidi per la sua bellezza e per tutte le qualità che le sembra la madre abbia tenuto solo per sé. Giovanna dice al padre: “i figli belli li fanno quelli che si vogliono bene” lasciando intendere che lei non è il frutto di un amore e non si sente amata.

Perché Delia è distaccata, algida e vile, un oggetto fragile e volubile che non ama e non sa tenere dentro di sé quel binomio composto da marito e figlia che ai suoi occhi si condensa in una cosa sola.   Non riesce ad inserirsi in quella relazione perché nella sua mente non esiste una coppia genitoriale ma solo due solitudini che si sfiorano. Giovanna soffre per la mancanza d’amore tra i genitori che inevitabilmente sente cadere su di sé come un’ombra e ancor di più soffre per l’apparente serenità, per la finzione, per il non detto.  Porta il peso di ciò che il padre non vuole ammettere e che la madre sembra accettare passivamente ritirandosi in un silenzio carico di biasimo e rimpianto. La rabbia che sempre consegue il rifiuto e che sembra venire rimossa dal padre, trova sfogo nel gesto omicida di Giovanna che elimina la sua rivale in amore.

Delia sembra percepire la portata dell’odio che origina dalla relazione familiare e che forse la coinvolge più di quanto non sembri. Anche lei come la bella amica di Giovanna può essere odiata e invidiata come una rivale. Sconvolta, prende le distanze da Giovanna rifiutandosi di incontrarla.

La realtà dei fatti si impone con forza e Michele libera la moglie, le dice che sa che lo ha sposato per necessità, che la speranza che un giorno l’avrebbe amato è un illusione. Incoraggia il vicino Enzo a prendersi cura della moglie e si trasferisce in campagna per dedicarsi interamente alla figlia.

A questo punto il film si illumina, finalmente si fa giorno, la pellicola ci porta nella luce della campagna, nel giardino del manicomio dove Giovanna si consola dell’assenza della madre indossando per anni i suoi guanti. Come se indossandoli potesse identificarsi con lei e rivestirsi di quella bellezza ideale, non solo estetica, di cui si sente privata. Forse quei guanti eleganti di pelle nera che nell’iconografia cinematografica rimandano all’assassino, rappresentano sia la freddezza delle cure materne che l’orrore che talvolta ne consegue.

E come se la verità, finalmente svelata si imponesse con il suo aspetto liberatorio, si fa giorno e tutti i membri della famiglia liberi dall’illusione si confrontano con la realtà: Delia può finalmente unirsi al vicino di casa Sergio, Michele accetta di non essere mai stato amato da lei e allo stesso tempo accetta la realtà della follia della figlia adattandosi ad un lessico comune sempre più regredito. Il buio che emana da ogni scena della prima parte del film e che rimanda sia al buio della mente dei protagonisti che al lungo buio dell’Italia fascista, si rischiara offrendoci finalmente la luce del giorno, la fine della guerra e la liberazione.

 

20/04/2020

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