Il figlio (Le fils). Commento di Claudia Altieri 20-09-2012

Il figlio (Le fils, Belgio 2002)

 

Commento di Claudia Altieri


di Jeanne-Pierre e Luc Dardenne, con Olivier Gourmet (Olivier), Morgan Marinne (Francis) e Isabelle Soupart (Magali).

Olivier lavora come falegname in un centro di recupero per ragazzi disadattati; nascosto dietro i suoi spessi occhiali, incerto e titubante, Olivier è quotidianamente alle prese con un lavoro profondamente legato alla materialità, fatto di rumore e di trucioli che sporcano gli abiti. Il suo lavoro, costruito sull’impossibilità di commettere errori, è misurazioni, precisione che costantemente si scontrano con un dato irrimediabile che caratterizza la sua esistenza: l’incommensurabilità del dolore. Olivier, infatti, fa i conti con un lutto insostenibile, la perdita di suo figlio, ucciso - forse per errore - da un ragazzino poco più grande di lui durante un tentativo di rapina. Lo spettatore ancora non conosce la tragedia del protagonista, così come non sa che Francis, il nuovo apprendista che gli viene chiesto di prendere con sé, il ragazzino biondo e smunto che fa ripiombare Olivier nel tumulto del dolore e del dubbio, è l’assassino di suo figlio. Anche Magali, l’ex moglie di Olivier, condivide con lo spettatore un medesimo livello di inconsapevolezza: neanche lei, infatti, è a conoscenza del fatto che la mano che le ha portato via parte della sua vita è tornata libera. Ed è così che, ignara di tutto, nello stesso giorno in cui Olivier si è trovato faccia a faccia con la tremenda realtà, si reca in visita da lui per comunicargli di aver voglia di “ricominciare”; la macchina da presa che inquadra ora l’uno ora l’altra, come impossibilitata a contenerli entrambi sullo schermo, dà la cifra del dolore e della lontananza che ormai accomunano gli ex coniugi. Magali rivela ad Olivier la sua volontà di risposarsi e, soprattutto, di essere nuovamente in attesa di un figlio; il silenzio pesante che circonda i due, riempito solo dalle brevi frasi che si scambiano, è squarciato da una domanda di Olivier, naturalmente senza senso agli occhi di Magali eppure così piena di significato: “perché oggi?”. La disperazione della sua paternità doppiamente negata, dalla morte e da questa nuova nascita a lui estranea, traspare per ciò che è, senza orpelli, senza esagerazioni, scarna ed insostenibile. Ancora una volta Olivier sotto il peso delle contingenze esterne si trova dinanzi ad una scelta e decide di prendere con sé quel ragazzino piccolo ed inesperto, eppure così desideroso di apprendere un mestiere. Inizia una lenta e dolorosa infiltrazione nella vita di Francis: Olivier lo segue, lo spia, lo pedina, si intrufola, toccandola, nella privatezza dei suoi spazi. Ancora una volta è la materialità, la concretezza dei gesti a farla da padrone: anche Francis, infatti, catturato dall’esperienza di Olivier, dal suo modo di insegnargli a conoscere e trattare il legno, la sua pesantezza, le sue venature, si avvicina a lui, a quell’uomo del quale nulla sa e che nonostante ciò rispetta. Tutti, spettatore compreso, sono ancora ignari del tremendo segreto che lega i due personaggi; la verità emerge in tutta la sua durezza quando Olivier, probabilmente dilaniato dal peso delle sue azioni, dal dubbio o dalla confusione che la sua scelta comporta, la confessa a Magali ed è allora che il ragazzo da carnefice, perché responsabile dell’omicidio e in tal senso dell’evento scatenante, diviene paradossalmente vittima della narrazione, poiché rimane l’unico, l’ultimo a non conoscere i fatti. Tutta la seconda parte del film, dal momento in cui siamo anche noi informati, è una lenta emersione di come ci saremmo regolati nei panni del protagonista e il dilemma si protrae fino alla fine, quando Olivier sarà nuovamente chiamato a scegliere tra la vendetta e il perdono, o forse sarebbe più corretto dire tra i due aspetti più profondi del suo essere padre: assecondare l’umano istinto cedendo così alla rabbia e al dolore o riconoscere e far propria la responsabilità generazionale, quella di essere comunque e prima di tutto un adulto dinanzi ad un ragazzino. In questo film il senso di smarrimento che colpisce a causa di una tragedia intima, la morte di un figlio - evento contro natura che lascia attoniti, mutando la percezione degli oggetti, chiudendo tutte le prospettive, facendo franare gli affetti – viene realizzato in modo scarno, ma efficace grazie soprattutto ad inquadrature che occludono la possibilità di guardare: lo sguardo è limitato a minimi spiragli ridotti dall'incombenza dei muri. Pareti tanto ravvicinate da frapporsi sempre tra il protagonista ed il mondo, o meglio tra la sua vista, appannata dal trauma che gli ha sconvolto la vita, e gli eventi. Nonostante l’assenza di operazioni scenografiche eclatanti e la totale mancanza di colonna sonora, il ritmo è incalzante e serrato; lo spettatore segue i protagonisti come se fosse seduto sulle loro spalle, ad un palmo dalla loro nuca, ne sente il respiro, il battito del cuore. Uno degli elementi cruciali è sicuramente il pedinamento che in un momento è addirittura doppio: Olivier segue Francis per capire, scoprire qualcosa su di lui e magari ottenere una spiegazione che dia ragione della sua tragedia, ma anche l’ex moglie fa lo stesso e lo fa con rabbia. Per lei il rancore è enorme, il gesto di Olivier incomprensibile, quasi offensivo. Nella reazione di Magali che sviene alla vista di Francis seduto nell’auto del suo ex compagno, nel posto forse occupato tante volte da quel figlio che ora non c’è più, troviamo ancora una volta la disperata emozione che naturalmente si fa corpo. L’atteggiamento dei due ex coniugi, così diverso e così straordinariamente simile, offre un intenso spunto di lettura sulla genitorialità: Magali è una madre sconvolta, attanagliata dal rancore, dalla rabbia, dall’incolmabile senso di vuoto e perdita e, nonostante lo dichiari, non riesce in realtà ad andare avanti, a muovere oltre; Olivier, per contro, per quanto anch’egli vittima della più sorda disperazione, mostra un atteggiamento meno urlato e poco meditato che in qualche modo gli consente di recuperare parte di ciò che significhi essere padre: non è il vincolo di sangue a sancire un legame, quanto la capacità di trasmettere il desiderio da una generazione all’altra. Nel rapporto didattico che il protagonista instaura con Francis, nella sua capacità di comunicargli nozioni e passioni, risiede forse la sua possibilità di recuperare quell’identità della quale così brutalmente è stato privato. Nel film dei Dardenne ci troviamo dinanzi ad una concretezza estrema, che non nega la materialità dei rumori, la pesantezza del legno e la sporcizia del lavoro e che, nonostante tutto, conduce ad una riflessione su temi profondi e meno corporei. Cosa significa essere genitori? Nello specifico, cosa fa di un uomo un padre? E’ forse il vincolo di sangue a determinare questa identità? Nella parte conclusiva del film, durante una sequenza in auto, Francis chiede ad Olivier di diventare il suo tutore; il motivo è semplice, “perché mi hai insegnato un mestiere” dice il ragazzo. La domanda è secca, inattesa, innesca l’incalzante e concitato finale del film e, soprattutto, getta definitivamente Olivier nella disperata confusione del suo dilemma. Non è forse la prova di quanto, nonostante tutto, nonostante il dolore ed il rancore, il segreto, lui sia riuscito nell’essenza della sua funzione? Non è forse la testimonianza di quanto, a dispetto delle convinzioni, sia stato capace di trasmettere un’eredità indipendentemente dalla genetica? In un modo siffatto l’atto della paternità si produrrebbe non come installazione, ma come rottura di un ordine universale: l’ordine della morale normativa, del sangue e della genealogia. In quel momento nell’auto, nonostante le differenze, gli eventi, il dolore, la solitudine, forse l’incolmabile lontananza, siedono un ragazzo ed un uomo che si offrono la reciproca opportunità di tornare ad essere un figlio ed un padre e in tal senso i registi hanno dichiarato “Due corpi separati da qualcosa che ignoriamo. Dei gesti, delle parole, degli sguardi che non cessano di misurare la distanza che li separa a e allo stesso tempo la potenza che li avvicina. E’ questo che bisognerà cercare di misurare con la nostra camera”. “Il figlio”, dunque, si pone come un film che sa toccare vertici altissimi di poesia, un cinema che costringe alla riflessione proprio perché completamente mancante di emozioni esplicitate. Alla fine il film non svela che cosa accadrà fra Francis e Olivier. Non sappiamo se si produrrà l’atto paterno di adozione simbolica, quello che ha il potere di amare l’altro a dispetto dei suoi limiti e delle sue mancanze; tutto ciò che rimane è semplicemente un incerto e denso di significati scambio di sguardi tra un uomo ed un ragazzino che lo aiuta a caricare della legna su un furgone

20/09/2012

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