Il campione. Commento di R. Bernetti

IL CAMPIONE. Regia di Leonardo D’Agostini (2019)

 

GUARDATO DA TUTTI, VISTO DA NESSUNO:

Commento di Roberta Bernetti

 

Vi propongo questo film che ha catturato la mia attenzione suscitandomi suggestioni e riflessioni.

Il film mostra un accurato lavoro nella sceneggiatura e scrittura dei testi e le inquadrature dei primi piani accrescono l’attenzione alle parole e all’espressività degli attori. 

È l’incontro tra due persone apparentemente molto diverse: Valerio, un professore schivo interpretato da un maturo Stefano Accorsi, candidato al David di Donatello come attore non protagonista, e Cristian, un ventenne attaccante di grido della Roma, che nel film è Andrea Carpenzano, vincitore del Nastro d’argento come miglior attore protagonista.

Il loro incontro, articolato in tentativi di avvicinamento, scontri, attacchi e ricongiungimenti, avvia per ognuno dei due un viaggio interiore alla ricerca di se stessi e determina il proseguo delle loro vite lasciandoli profondamente cambiati. Mi soffermo sulla profondità di alcuni passaggi del film che mi rimandano ai “viaggi” interiori che percorrono i nostri pazienti durante il processo terapeutico, ma che continuiamo a fare anche tutti noi lungo il corso della nostra vita.

Cristian è un talentuoso giocatore della Roma, con cui ha un contratto multimilionario; è sulla cresta dell’onda ma la sua carriera è compromessa a causa della sua difficoltà a gestire la rabbia, ai frequenti agiti e bravate in cui si mette a rischio, anche sollecitato dagli amici. Proviene da un contesto sociale ai margini e di degrado e all’improvviso si trova a gestire successo e ricchezza trasferendosi in una lussuosa villa e in possesso di auto super esclusive.

Il padre, dopo essere stato assente per molto tempo, si trasferisce presso la dimora del figlio, che diventa una sorta di corte, in cui vive senza alcuna responsabilità e come un parassita dello stesso Cristian.

Nella villa bivaccano gli amici del campione, intenti a godersi gli agi del luogo più che la presenza del padrone di casa. Con lui vive anche la sua ragazza, un’influencer che si aggira guardando per tutto il tempo il cellulare e controllando ansiosamente la crescita dei suoi followers. Nonostante l’affluenza di gente, circola un’atmosfera di solitudine e tristezza esasperante.

La madre di Cristian è morta precipitosamente per una malattia inguaribile qualche anno prima, l’unica che credesse davvero nelle sue capacità.

Ad un certo punto del successo calcistico di Cristian, il manager decide di alzare il livello di reputazione sulla stampa e tentare con lui una maggiore disciplina, quindi gli impone il conseguimento del diploma di maturità assumendo il professore Valerio. È proprio una frase provocatoria pronunciata da quest’ultimo all’inizio del film, al colloquio di assunzione, attorno alla quale si snoda a mio avviso il rapporto tra i due: “E tu perché ridi sempre? Non ti dà fastidio che parlino tutti al tuo posto?”. Probabilmente Valerio ha subito una qualche risonanza in Cristian, che forse per la prima volta sente qualcuno che lo vede come persona e non soltanto come star o pedina spostata dagli altri. È una frase che sembra lanciare un monito per il giovane Cristian, una denuncia di assenza di consapevolezza di sé e di ciò che sta vivendo.

Cristian mostra difficoltà nell’apprendimento, si sente un fallito senza speranza e vorrebbe rinunciare a studiare ma Valerio vuole comprendere meglio tali impedimenti riuscendo a valorizzare le sue risorse e a migliorare il suo approccio con lo studio.

Penso all’importanza della relazione insegnante/alunno e al ruolo di responsabilità che tale relazione riveste nell’affrontare ogni tipo di difficoltà legata all’apprendimento.

Qualche anno prima Valerio perse il figlio, morto a 4 anni per una malattia improvvisa. La sua cameretta è rimasta chiusa da allora, così come inavvicinabile è per lui questa tragedia e il senso di colpa per aver sottovalutato lo stato di salute del figlio. Valerio lasciò la cattedra e si separò dalla moglie.

Il nuovo incarico con Cristian rappresenta dunque la possibilità di riscattarsi e ritrovarsi.

Pur essendo molto diversi, i due protagonisti del film presentano aspetti simili, come le dolorose perdite e il cercare qualcuno nell’altro: un padre e un figlio.

Nelle settimane successive di preparazione atletica affiancata dallo studio, avvengono anche accesi scontri tra i due e Cristian continua ad affrontare la sua rabbia con molta fatica, attratto dalla facilità e assenza di pensiero che caratterizzava la vita che conduceva prima di incontrare il professore.

Cristian è molto diretto nelle manifestazioni affettive e questa sua attitudine riesce a scuotere Valerio dal congelamento emotivo, difensivo dal suo lutto, al quale ha reagito ritirando l’investimento libidico da ciò che prima amava, la moglie, il lavoro e tutta la sua vita, rifugiandosi nell’alcool. Il suo mondo personale è andato in frantumi, smarrendo il senso di sé.

Penso ai pazienti che dopo un trauma rivolgono una parte del lutto a se stessi, al mondo che si è perso, alla vita e all’identità precedente al trauma, ricorrendo ad un’identificazione con l’oggetto morto ed evitando un insopportabile senso di colpa.

Cristian con Valerio scopre il valore dell’ascolto e ciò lo porta a ricercare relazioni più autentiche che vanno a sostituire le precedenti, che erano più caratterizzate da investimenti narcisistici. 

Comincia a compiere scelte personali, lascia la fidanzata, allontana gli amici e frequenta una ragazza umile che sa vederlo per quello che è, scoprendo di essere stato un suo compagno di giochi da bambini, quando Cristian la picchiò giocando per aver perso. Quest’ultimo aspetto fa pensare ad un tentativo di riparazione ma anche al legame con la vita passata, quando sua madre era ancora in vita.

Cristian si fa espellere per una rissa in campo e viene così venduto ad una squadra estera, monetizzando la sua cessione prima che diventi a parametro zero.

C’è una domanda straordinaria che la nuova ragazza rivolge a Cristian: “Ma tu di che cosa hai paura?”, risposta: “Di rimanere da solo”, alludendo al padre che può andarsene di nuovo via e fornendo una chiave di lettura ai suoi agiti. Cristian mostra un intenso bisogno di un rapporto intimo e affidabile che ora appare meno nascosto da un comportamento onnipotente e distante. Tale interrogativo mi fa pensare all’efficacia delle domande dirette che è spesso necessario fare ai nostri pazienti, agli insight di cui possono essere foriere e agli avvii verso il cambiamento.   

Cristian decide di sostenere l’esame di maturità, a dispetto del suo team al quale ciò non importa più ma che invece ha organizzato alla stessa ora il primo incontro con la nuova squadra. Ora Cristian fa scelte proprie e consapevoli, prima di lasciare la sua città e iniziare un nuovo capitolo della sua vita.

Anche Valerio si ritrova ad entusiasmarsi nuovamente nel suo lavoro e il film si conclude con il suo riavvicinamento alla moglie; anche lui ha riavviato la sua vita attraverso l’incontro con l’altro, anche lui si è sentito visto e ascoltato dal suo allievo, sollecitato ad entrare in contatto con se stesso, il dolore sommerso, i desideri e il ritrovarsi dopo essere naufragato.

18/04/2020

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