Hungry Hearth. Commento di Silvia Cimino (30-03-2015)

Hungry Hearth” (2014) regia di Saverio Costanzo
Commento di Silvia Cimino

 

La visione di questo film mi ha lasciato un’intensa sensazione di turbamento, la medesima che ho provato durante la lettura del libro da cui è tratto, “Il bambino indaco” di Marco Franzoso, in quanto sia la pellicola cinematografica, sia le pagine scritte, nonostante alcune differenze, hanno il pregio di essere dirette, essenziali. E’ la storia di un uomo e una donna, Jude e Mina nel film, lui americano, lei italiana, la cui relazione nasce all’insegna della velocità: si incontrano casualmente e si innamorano follemente tanto da progettare, in brevissimo tempo, il loro futuro insieme. Vivono momenti di grande intensità, dove la vicinanza dei loro corpi illuminati solo dalla tenue luce delle candele li precipita in una dimensione incantata, fuori dal tempo e dallo spazio, dove gli elementi inquietanti sembrano annullarsi dentro un turbine emotivo che offusca ogni particolare, come l’alimentazione di Mina che, fin dal loro primo incontro, è restrittiva e inadeguata. Rapidamente decidono di sposarsi e dopo il matrimonio arriva subito una gravidanza. Per il matrimonio la mamma di Mina le manderà un regalo che sembra lasciarla inizialmente indifferente, ma anche profondamente delusa e non avrà nessun contatto né con la figlia né con il nipote che nascerà.  Fin dal momento in cui Mina sa di essere incinta, Jude sente che qualcosa sta cambiando: il loro nido incantato è assalito da qualcosa di oscuro e di incomprensibile. All’inizio si tratta di piccoli segnali, appena percettibili, leggere incrinature che si allargano con il tempo: Mina è sempre più ossessionata dall’inquinamento atmosferico e elettromagnetico del cibo e seleziona con grande accuratezza i tipi di cibi e la loro quantità  pensando che gli alimenti che ingerisce possano far male al bambino per cui la sua alimentazione diventa sempre più insufficiente. Progressivamente si allontana da Jude e inizia ad essere totalmente concentrata sul bambino che nascerà:  è sicura che suo figlio sarà un bambino speciale, convinzione avvalorata da numerose letture su temi esoterici che la appassionano molto e dall’incontro con una veggente che profetizza che suo figlio sarà un “bambino indaco”, cioè un essere speciale, dotato di poteri sovrannaturali e in grado di cambiare il mondo. Con la nascita del bambino, Mina diventa sempre più angosciata e profondamente ossessionata dall’alimentazione del neonato ed intende seguire, per lei e per il suo bambino “speciale”, un ideale di purezza assoluta: ma, nella realtà, questo significa lasciar morire di fame se stessa e il proprio figlio. Jude, che inizialmente sembra non notare questi particolari inquietanti, comincia a nutrire delle perplessità, osserva con grande stupore la trasformazione della moglie e comincia ad avere dei dubbi sulla sua forma d’amore che inizialmente gli aveva fatto pensare a Mina come alla sua donna ideale. Comincia così, quasi nascostamente, ad essere seriamente preoccupato per la salute del suo bambino, dando inizio così ad una tormentata ricerca di strade alternative, attraverso visite pediatriche, coinvolgimento di assistenti sociali ed avvocati. Ma in realtà Mina, pur dimostrando una comprensione apparente e permettendo a Jude di preparare dei cibi nutrienti per il figlio, continua nella sua disperata ricerca di purezza per se stessa e per il bambino, dando di nascosto lassativi al  piccolo, che deperisce progressivamente ed appare isolato, ritirato, incapace di camminare, addormentato per la maggior parte del giorno. In questo tragico scenario la nonna, mamma di Jude, intuisce la drammaticità della situazione: sente che la nuora sta precipitando sempre di più al fuori della realtà e cerca di nutrire il nipote nascondendosi in chiesa, terrorizzata dall’idea che Mina possa sottrarle il bambino e per questo attenta ad ogni minimo segnale di odori di cibo sul corpo del piccolo. La situazione peggiora progressivamente e Mina, sentendo in pericolo i suoi propositi, con un espediente, riesce ad avere il completo affidamento del bambino e va a vivere in un’altra casa, fino a quando si consuma la tragedia: la nonna uccide la nuora con un colpo di pistola esclamando “il bambino è salvo”. Jude è sconvolto, sembra non riuscire a trovare ragioni per il gesto della madre e, nel tempo,  cercherà di ricominciare faticosamente una vita con il proprio figlio, che lentamente e con difficoltà recupera una buona salute fisica, ma entrambi sembrano andare avanti accompagnati  da un dolore incomprensibile che segnerà per sempre le loro vite.

 

Possiamo sicuramente intendere il personaggio di Mina come un caso psichiatrico; nel film assistiamo ad una grande sofferenza, al declino e alla degenerazione di una mente: si descrive una madre psicotica che, via via, perde il senso della realtà. Nonostante fin dall’inizio Mina mandasse dei segnali di disagio, che nessuno ha potuto raccogliere, sembra che sia proprio la nascita del figlio a destabilizzarla completamente, come purtroppo accade a volte nella realtà. Possiamo pensare che in persone con un vissuto di grande sofferenza non elaborata e un’organizzazione psichica molto fragile, come in Mina, la nascita di un figlio possa scatenare delle idee deliranti, come la convinzione che il figlio sia un bambino speciale che debba essere nutrito solo con cibi puri. Ma nella storia si parla di molte madri: Mina, la nonna del bambino e, in un sottofondo lontano, la mamma di Mina, figura tragicamente assente nello scenario narrato. Se la funzione genitoriale ha radici nella propria famiglia di origine, per Mina questo legame appare carente, mancante e si intuisce che la sua vita deve essere stata molto difficile: un’esistenza di solitudine, senza una figura materna in grado di sostenerla e di darle speranza fin da piccola. Allora la fantasia che suo figlio sarà un “bambino indaco”, una creatura speciale destinata a grandi imprese, sembra collegarsi all’idea che il nuovo nato possa riparare tutta la sofferenza vissuta.  Questa giovane donna sembra dominata da un mondo interno desolato, sofferente, carico di angoscia  che possiamo ipotizzare carente di affetti, per cui il suo diventare madre appare segnato dall’idea di salvare il figlio dagli aspetti terribili che il mondo offre. E tutto il male del mondo, per Mina, sembra passare attraverso il cibo: infatti tenta di salvare se stessa e il bambino da un mondo che la perseguita, cercando di depurare entrambi da ogni contatto con la vita, dal cibo come fonte di nutrimento, spingendo il piccolo vicino alla morte, proprio perché, nella sua mente completamente alterata, il bambino è parte di quel mondo che lei vive come ostile e persecutorio: il figlio deve essere, contemporaneamente,  colui che ripara la sofferenza subita, ma anche colui che deve essere protetto dalle sue stesse sofferenze anche a costo di morire. Mina è incapace di distinguere i propri vissuti da quelli del figlio: infatti, il bambino nasce all’interno di una coppia che si ama e che potrebbe garantirgli una vita di affetti differente da quella vissuta da Mina. L’impossibilità di distinguere tra se e il figlio la conduce a sentimenti di rabbia e di ostilità sempre più intensi verso il mondo esterno: madre e bambino appaiono uniti contro tutto, anche contro le evidenze fisiche legate alle rischiose condizioni di salute del piccolo. Nel film compare  anche un’altra mamma: la madre-suocera, una donna che compie un atto estremo, immolandosi per salvare il bambino. Non c’erano altri altri modi? Non si poteva fare altrimenti? La nonna del bambino, disperando che il figlio, e chiunque altro, possa fare qualcosa per salvare il bambino, si sacrifica, compiendo anche lei, come la nuora, qualcosa di estremo nell’incapacità di pensare qualunque altra soluzione. E Jude? Marito, padre, uomo inizialmente incapace di guardare la realtà che si palesa fin dall’inizio e che solo pian piano tenta di allontanarsi dal delirio di Mina, sembra non riuscire a fermare la situazione e osserva sgomento la propria moglie e la propria madre che compiono dei gesti estremi. Nella suocera e in Mina, seppur con significati e sfumature molto diverse, l’amore per il bambino fa perdere la visione della realtà. Il film ci parla del legame tra madri e figli: sia Mina sia la suocera vogliono salvare il figlio-nipote a qualunque prezzo. Sembra che le madri che sono narrate in questa storia appaiono o lontane e disinteressate, come intuiamo possa essere la mamma di Mina, oppure ritengono  che il bambino sia una parte di se stesse, come per Mina e la suocera e, in entrambi i casi, si tratta di due forme di alienazione dell’amore materno; ciò che sembra amore, assoluta dedizione per il piccolo, si collega ad una difficoltà ad immaginare per il bambino un destino diverso dal proprio, nonostante alcune evidenze, rendendo impossibile concepire una sorta di separatezza tra se e il figlio. L’inquinamento persecutorio di cui sembra essere oggetto la mente di Mina, infatti, si estende fino al bambino, che dovrebbe essere colui che riscatta la sua infanzia sofferente e tutto questo, nella sua mente alterata, passa attraverso il cibo. Possiamo supporre che spesso l’infanticidio delle madri si colleghi ad uno stato di terribile sofferenza individuale che spinge queste donne a voler evitare per il proprio figlio il loro stesso dolore e se non è possibile distinguere emotivamente ciò che è stata la propria vita da quella che è la realtà vissuta dal proprio figlio, l’amore materno può diventare pericoloso, come purtroppo alcuni fatti di cronaca ci lasciano pensare.

30/03/2015

Centri Clinici AIPPI

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