Hugo Cabret. Commento di Giovanna D’Amato 09-10-2012

Hugo Cabret

 

Commento di Giovanna D’Amato


Hugo Cabret di Martin Scorsese, del 2011, tratto dal romanzo di Brian Selznick “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret “ non è un film per ragazzi, o non è solo un film per ragazzi.

Il film può essere visto a vari livelli.

Il livello storico è un omaggio alla meravigliosa invenzione del cinema, e ripercorre la vicenda di George Méliès, famoso illusionista e cineasta: Méliès è ritenuto giustamente il secondo “padre”del cinema, dopo i fratelli Lumiére, e in particolare il “padre” degli effetti speciali. In effetti di padri si parla in questo film.

Il livello fantastico e avventuroso, che sostiene l’intreccio della vicenda e ne fa più degli altri un film per ragazzi, è impreziosito da una scenografia ricca di immagini ed effetti sensazionali, a cui fa da sfondo il cosmo che popola la stazione ferroviaria, ulteriormente esaltata dall’uso del 3D.

Infine, una particolare attenzione alla struttura profonda del film ci rivela un discorso sulla elaborazione del lutto e sul ruolo dell’immaginazione nella crescita dell’individuo, ed è su questi aspetti che vorrei soffermarmi.

 

L’azione si svolge negli anni trenta.

Hugo Cabret è un ragazzino orfano che vive nei meandri di una stazione parigina, dove si occupa del funzionamento del grande orologio della stazione, in luogo del legittimo impiegato, uno zio ubriacone a cui è stato improvvidamente affidato dopo la morte del padre. Hugo vive da solo, abbandonato a se stesso, continuamente a rischio di essere acciuffato dalla polizia ferroviaria e consegnato all’ Assistenza che lo confinerà in un orfanotrofio. Due cose lo confortano e lo sostengono: il ricordo della buona esperienza del legame col padre, e la speranza di continuare il suo lavoro.

Il padre è morto in un incendio, e le sole cose che ha lasciato sono un taccuino con i suoi appunti e disegni di lavoro, e un automa a carica, rotto, che stava riparando. Egli era un orologiaio che svolgeva il suo lavoro con impegno e orgoglio: oltre agli orologi aggiustava i meccanismi rotti, una passione che si trasmette al ragazzo, che ora vede nella possibilità di aggiustare l’automa, portando a termine il lavoro del padre, la speranza di ritrovare un contatto con lui.

Questo oggetto da riparare diventa il rappresentante di un’eredità affettiva e morale, oltre che della persistenza del legame in forma quasi concreta, che si colora di aspettative magiche.

C’è un meccanismo a molla, nel corpo del manichino, con una serratura a forma di cuore, di cui si è persa la chiave.

Hugo cerca di procurarsi i pezzi necessari per aggiustare l’automa rubacchiandoli nella bottega di un triste negoziante di giocattoli, all’interno della stazione.

La storia del vecchio e quella di Hugo si incontreranno, grazie alla tenacia con cui il ragazzo persegue il suo progetto, e all’aiuto che gli viene dalla figlioccia del venditore di giocattoli, una ragazzina orfana come lui, che lo incoraggia e sostiene nella difficile avventura di scoprire il segreto che aggiusta le cose.

Anche il vecchio nasconde un segreto, che altro non è che il tentativo di negare, sequestrandone la memoria, un grande dolore, riparandosi in una identità mutilata e impoverita di aspetti fortemente vitali e creativi, ancorché dolorosi.

 

-Il mondo mi sembra una grande macchina, dove ogni cosa ha il suo scopo, forse per questo i meccanismi rotti mi rendono triste-, dice Hugo, e questa passione di aggiustare fa pensare al lavoro riparativo che segna il percorso evolutivo dell’individuo, un continuo aggiustamento sui piani di realtà, e uno sforzo di elaborazioni da compiere, lungo la oscillazione Ps-D, affrontando la paura dell’ignoto e il rischio del fallimento.

-Siamo sicuri che funzionerà?- dice la piccola compagna a Hugo

-Non so, ma credo che sia l’unico modo per aggiustarlo- risponde Hugo, e non sappiamo se stia parlando dell’automa o del vecchio, il cui cuore sembra rotto dalla lunga pena del suo passato, e dallo sforzo di tenere il passato fuori dalla sua vita, negare il dolore e cancellare la memoria.

 

Un sogno e il ritrovamento della chiave avvieranno la soluzione del mistero:la chiave infatti metterà in moto l’automa che disegnerà un misterioso messaggio, la cui copia esatta si trova nel taccuino del padre morto, proprio come Hugo si aspettava.

Scopriremo che il misterioso vecchio altri non è che George Méliès, che la grande guerra e poi l’avvento delle nuove tecniche cinematografiche ha travolto e cancellato dalla storia, con la stessa complicità dell’uomo che, non reggendo all’impatto con la realtà, ha preferito scomparire, rifugiandosi nell’anonima identità di venditore di giocattoli.

 

Se il legame apparente tra le due storie è costituito dai pezzi che Hugo va a rubacchiare nella bottega del vecchio per aggiustare il suo automa, il legame reale, a un livello più profondo, che si svela nell’espediente fantastico, ma rimanda alla magia di certe comunicazioni dell’inconscio, è nell’amore per il cinema come fabbrica di bellezza e di sogni, che accomuna il padre di Hugo, e per lui Hugo, al vecchio cineasta.

Forse l’aspetto avventuroso e magico della storia si può prestare a una lettura più di tipo traumatico pulsionale, con la scoperta e risoluzione del trauma, come lo scioglimento del mistero, ma molto più significativo, a mio avviso, è l’aspetto relazionale della vicenda, che vede nella funzione genitoriale del padre, fortemente presente nel ricordo e negli affetti del ragazzino, la spinta fondamentale a perseguire le “correzioni”, quelle possibili, della realtà, che consentono l’adattamento e l’utilizzo delle risorse.

E’ anche la funzione dell’analista, che con un lavoro paziente e meticoloso, da artigiano, ricostruisce col paziente la sua storia per riscriverla in modo diverso, con i processi di riparazione e trasformazione che possono consentire la rimessa in moto dello sviluppo.

-Io non capisco perché mio padre è morto, perché sono solo, e questa è la mia sola occasione per scoprirlo-

In effetti le figure paterne di cui è costellata la vicenda sono punitive e abbandoniche, come lo zio ubriacone a cui Hugo è stato affidato, l’istituzione della polizia ferroviaria che raccoglie gli orfani per chiuderli in orfanotrofio, lo stesso bisbetico venditore di giocattoli, che, bloccato nel suo dolore, non è in grado di ascoltare l’altro, mentre il fantasma positivo del padre di Hugo, assente nella realtà, ma così fervidamente presente nel mondo interno del ragazzo, fornisce tutta la energia vitale di cui Hugo ha bisogno per superare la perdita e trovare il suo posto nel mondo, in altri termini per trovare un senso.

-Mi piace immaginare il mondo come un unico grande organismo: le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo-

-E’ questo il tuo scopo? Aggiustare le cose?- chiede la ragazzina

-..Mio padre lo faceva..-risponde Hugo

Poco importa che l’occasione abbia l’abito del fantastico, con l’automa che disegnerà il messaggio del padre che Hugo magicamente aspettava dall’al di là, indicandogli la strada: quanta magia c’è nell’area transizionale che consente al bambino di traghettare dall’illusione onnipotente all’accettazione depressiva e creativa della realtà..

Ma possiamo anche leggere la sequenza fantastica come una delle modalità altrettanto miracolose della comunicazione inconscia, quella che appartiene all’attività onirica come alla identificazione proiettiva.

Dopotutto ci vuole una chiave a forma di cuore per mettere in moto l’automa, come a dire che è l’accesso alle emozioni che sblocca l’individuo congelato nel dolore, robotizzato senza parole

Una delle prime sequenze del film ci mostra Hugo che chiede al padre, guardando incantato l’automa meccanico: -Chi lo ha costruito?-

E il padre risponde:- Io direi un mago-

Questo è il potere della immaginazione, che introduce il simbolo, e permette di avviare una costruttiva relazione col mondo.

 

 

Non ci sono madri, apparentemente, nella storia.

Sullo sfondo della vicenda di Hugo, la madre è scomparsa prima del padre; la ragazzina che lo affianca nell’avventura ha dei sostituti genitoriali nella persona di Méliès e della moglie; nel microcosmo della stazione si incrociano le solitudini dei personaggi che la abitano.

Sappiamo però che anche la madre di Hugo amava molto il cinema e che dopo la sua morte andare a cinema era diventato per padre e figlio un modo di ricordarla, come di essere ancora insieme.

Dunque l’amore per il cinema, e il suo mondo di bellezza e di sogni, è una ricchezza di cui Hugo si nutre e di cui può far parte alla sua piccola compagna, che pur godendo dell’amorevole sollecitudine di una coppia che si prende cura di lei, è prigioniera dell’atmosfera cupa e depressa di un lutto non elaborato.

Possiamo pensare che l’amore per il cinema di cui è pervaso il film sia anche una affermazione della necessità della bellezza che rimanda all’impatto estetico e alla sua reciprocità nell’incontro madre bambino, che impronterà il futuro sviluppo dell’essere umano.

Perciò anche se è certamente più leggibile nella trama del film il legame col padre, il cui lutto è in fase di elaborazione, sappiamo che questa elaborazione è sostenuta anche dalla presenza di una coppia interna viva e feconda, che lo aiuterà nel ricreare con la piccola amica una coppia efficacemente produttrice di verità, e quindi di bellezza.

Un risultato che innescherà tutt’intorno un circuito benefico che rivitalizzerà il piccolo mondo della stazione con i suoi personaggi solitari e tristi, per andare verso un happy end scontato quanto entusiasmante, e che ancora una volta, con la ragazzina intenta al progetto di raccontare la storia, sembra sottolineare l’importanza di un buon legame, della memoria e dell’ immaginazione.

 

 

 

09/10/2012

Centri Clinici AIPPI

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