Father and son. Commento di Claudia Altieri (18-06-2015)

Father and son  (Like father, like son), Giappone 2013 Regia di Kore-Eda Hirokazu

Commento di Claudia Altieri

Ryota Nonomiya è un imprenditore di successo, affermato e stimato; determinato e sicuro di sé, Ryota conduce la sua esistenza all’insegna di regole precise, chiare, severe. Accanto a lui vivono Midori, moglie gentile e attenta e Keita, il loro bambino di sei anni, che sembra aver ereditato dalla madre la delicatezza e la sensibilità d’animo. Meno talentuoso del padre, più remissivo e gentile, Keita sembra compensare tali differenze con l’obbedienza, con l’adesione silenziosa alle regole e alle volontà paterne. La famiglia Nonomiya conduce una vita agiata, benestante, integrata nella modernità produttiva del paese, per quanto compressa dai ritmi di quest’ultima; una vita praticamente perfetta. Una telefonata improvvisa, inattesa, giunge a cambiare tutto, a modificare irrimediabilmente le vita di Ryota e dei suoi familiari; il tranquillo menage familiare di una sera come tante, fatta di gesti conosciuti, di abitudini consolidate, è rotto da una telefonata dell’ospedale in cui è nato Keita. E’ così, dopo un incontro e poi un altro ancora, che Ryota e Midori vengono a scoprire una verità terribile: Keita non è il loro figlio biologico; alla nascita vi è stato uno scambio di neonati e da sei anni stanno crescendo il figlio di un’altra coppia che, a sua volta, ha con sé il loro figlio naturale. Lo sgomento, il dolore, l’incredulità che iniziano ad attanagliare Midori sembrano non esistere per Ryota il quale, al contrario, quasi vede risolversi un enigma antico e fino a quel momento inspiegabile, “tutto si spiega, ora” sibila laconico lasciando l’ospedale. Quelle differenze così evidenti tra lui e suo figlio sembrano adesso prendere la forma della distanza più siderale, della non appartenenza motivata dalla “legge del sangue”.

 

Le due famiglie si incontrano, iniziano a frequentarsi, devono decidere cosa fare: continuare ad educare ognuna il bambino cresciuto fino a quel momento o scambiarsi i figli in nome del vincolo biologico? Attraverso il lento e progressivo contatto tra questi due nuclei, così diversi tra l’altro per estrazione sociale e condizione economica, allo spettatore viene dato il tempo di interrogarsi su cosa farebbe se si trovasse al posto dei protagonisti e in esso si insinua così il dilemma straziante, esistenziale ed emotivo degli stessi. Le domande che il regista pone hanno un peso universale e non conoscono differenze di tempo, cultura, spazi geografici: è il legame di sangue a definire un rapporto tra padre e figlio o il tempo, i gesti, gli attimi vissuti insieme? Può una verità biologica, per quanto indiscutibile, cancellare la quotidianità esperita? Il contatto tra le due famiglie coinvolte fa risaltare sempre di più le figure dei due capofamiglia che incarnano due modalità di essere padre completamente agli antipodi: se per Ryota, perfezionista e determinato, l’essere padre significa educare alla disciplina, al rigore ed al rispetto delle regole, per Yudai, trasandato e infantile, la paternità è sinonimo di tempo trascorso e vissuto con spensieratezza e gioia insieme ai propri figli.

 

La comprensibile propensione che potrebbe crearsi nello spettatore per la “sgangherata” famiglia Saiki - nella quale le uniche regole seguite sono quelle del cuore, dove c’è sempre tempo e spazio per il gioco e per il rispetto dell’individualità infantile – in realtà non si afferma mai, perché la messa in scena del regista è talmente equilibrata da rendere impossibile il parteggiare per una soluzione più che per l’altra, così come per una famiglia piuttosto che per l’altra. L’obiettivo di Kore-Eda, in questo senso, delicato esponente di una cultura tanto abituata alla coesistenza piuttosto che alla contrapposizione, non sembra quello di rimarcare una linea di separazione tra l’uomo ed il mondo, nel rafforzamento delle differenze e dell’incomprensione reciproca, quanto mai il contrario.

 

Si finisce così solo a poter osservare le vicende dei protagonisti, dei loro cuori sospesi nella ricerca di riferimenti tra il sangue e l’affetto. Tutto, infatti, in questo film rimanda alla più ampia questione della complessità dell’amore che qui trova espressione nel dilemma del significato intrinseco della genitorialità; lo stesso Ryota, così apparentemente freddo e disciplinato, finisce per ritrovare nello spaesamento dapprima sereno e poi turbato dei due bambini coinvolti, un riflesso del suo antico dolore di figlio cresciuto da una madre “acquisita”. Le domande elementari che i bambini iniziano a porre quando il momentaneo scambio di famiglie si realizza, “da oggi in poi ci chiamerai mamma e papà”, “perché?”, “non importa”, “perché non importa?”, sembrano dare voce alle questioni irrisolte e sofferenti dell’infanzia di Ryota, a quei dubbi, a quel bisogno di conoscenza mai potuto placare.

 

In “Like father, like son”, tutto dunque sembra parlare di genitorialità, tutto rimanda al vero significato e senso di essa, al bisogno di superare qualsivoglia contrapposizione tra una genitorialità biologica ed una culturale, laddove il trionfo della seconda avviene senza proclami o festeggiamenti e senza, soprattutto, che sia negata la legittimità della prima. Questo film sembra riportare alla base degli affetti, a quella che forse è l’unica realtà che conta: la genitorialità esiste lì dove il legame affettivo viene costruito nel tempo e nella costanza, nella condivisione e nel conflitto, tra un adulto e un bambino. L’essere genitori non si può quindi tradurre in una mera trasmissione e riproposizione delle proprie esperienze o nell’imposizione di uno stile, ma deve essere un costante processo di crescita e arricchimento reciproci.

 

Il regista riesce a raccontare tutto questo con tocco lieve e sempre carico di coscienza, riuscendo a trasporre drammi e dilemmi laceranti senza alcuna retorica e senza divenire mai gratuitamente lacrimevole; uno sguardo intimo viene rivolto alle vite dei personaggi, alla profondità dei loro animi e con pudore e delicatezza queste esistenze vengono tradotte sullo schermo. “Like father, like son” è un film commovente ed intenso, che sa toccare nel profondo, che propone quadri di vita quotidiana fatti di gesti e parole di essenziale semplicità che sanno però poi trasformarsi in esperienze emotive potenti. E’ impossibile non sentirsi toccati dallo smarrimento dei bambini che si ritrovano alle prese con cambiamenti così difficili da comprendere o dall’atroce senso di colpa delle madri che si chiedono come abbiano potuto non accorgersene.

 

Al protagonista di questo film viene chiesto di scegliere tra due bambini; il suo dramma è tra la scelta della condivisione dell’esperienza, dell’amore e quella del patrimonio genetico, eppure alla fine più che scegliere quale figlio tenere con sé, sembra che Ryota scelga quale padre voler essere.. è in una macchina fotografica che Ryota trova la risposta al suo dilemma paterno, in una serie di immagini imperfette nelle quali Keita lo ha ritratto, senza che lui lo sapesse e nelle quali Ryota ritrova tutta la potenza della tenerezza, dell’amore puro e la consapevolezza che, forse, si diventa genitori quando ci si specchia negli occhi di un bambino che ci vede come tali.

18/06/2015

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