Class Enemy. Commento di Giovanna Maria D'Amato (03.11.2016)

 

Class Enemy. (2013) Regia di Rock Bicek,

Commento di Giovanna Maria D’Amato

Class Enemy, opera prima (anno 2013) del regista sloveno Rock Bicek, è un film che non ha mai uno sguardo di parte. E’ difficile per lo spettatore fare una scelta di campo: alla fine hanno tutti torto e tutti ragione, in un mondo così complesso e malato che sembra non lasciare altra via di fuga che l’annichilimento o la negazione.

 

La vicenda è quella di un dramma scolastico che si consuma in un lasso di tempo molto breve, nell’ultimo anno di scuola di una classe di adolescenti. Esso prende l’avvio dal cambiamento di un docente: la professoressa di tedesco va in maternità e viene sostituita da un nuovo insegnante, il prof. Zupan, che ha in mente un modello educativo molto diverso da quello a cui i ragazzi sono abituati. Tanto basta ad accendere i riflettori su una serie di conflittualità sotterranee ma non troppo, tenute a bada dal clima disinvolto e apparentemente molto accogliente di una scuola slovena contemporanea.

 

Qui, come nel resto del mondo, i giovani sono diventati una categoria di classe ( cui sembra alludere anche il titolo del film), con i suoi risvolti di potere e bisogni, una classe che il mercato blandisce e corrompe in funzione delle proprie necessità e con la quale i vecchi concetti educativi devono fare i conti, se le istituzioni di cui è parte integrale vogliono sopravvivere.

 

“Una volta i ragazzi avevano paura dei professori: ora siamo noi ad avere paura di loro” sono le parole esemplari con cui la preside si rivolge al nuovo docente di tedesco che trova molto discutibile il clima di allegra complicità vigente nella scuola, tra i banchi, le cattedre e perfino nell’ufficio di dirigenza che sembra il tentativo da parte degli adulti di eludere la conflittualità generazionale.

 

Mi è capitato, poco dopo aver visto il film, di imbattermi in un programma televisivo di storia in cui si rappresentavano gli eventi del 68’, e sono rimasta colpita dalla velocità con cui la protesta prese rapidamente fuoco e si estese, proprio come una fiamma che si avvolge su se stessa e si autoalimenta.

 

Ho anche pensato alla nazionalità del giovane regista, rimarcata in modo lapidario da uno dei personaggi: “Voi sloveni se non vi suicidate, vi ammazzate tra di voi”. La Slovenia , paese che attualmente conta un altissimo tasso di suicidi, è terra di confine, l’inizio dei Balcani, un territorio multi-etnico-religioso-linguistico, per questa sua natura percorso da conflitti secolari, che solo il contenitore forte degli imperi (tra cui possiamo considerare anche quello di Tito), ha potuto tenere sotto controllo. Anche l’adolescenza è territorio di confine e di caos, attraversata da spinte pulsionali e istanze superiori, richieste sociali e bisogni arcaici, per il quale è più che mai necessario un contenimento; ma quanto questo contenitore deve essere flessibile, quanto delicato, per non risultare claustrofobico e persecutorio?

 

Forse è la sua misura che è andata persa nella rivolta contro l’autorità troppo opprimente e antilibertaria dei padri. E nella distruzione dell’autorità si è perso pure il significato contenitivo e strutturante del limite, senza il quale non ci può essere crescita e costruzione identitaria.

 

Nel contesto del film ci muoviamo tra adolescenti esasperati ed esasperanti e adulti smarriti, che pur sentendo la necessità di difendere un minimo di autorevolezza hanno paura di essere travolti dalle proteste dei figli. Solo il prof. Zupan si differenzia: egli sorride poco, ha uno sguardo penetrante e severo ed è forte delle sue convinzioni, della necessità di regole inflessibili, di rituali che le definiscono, di volontà e impegno. A una classe di liceali scanzonata e distratta, abituata a modalità poco richiedenti e talora palesemente affettuose, come il rapporto con la docente che va in maternità, Zupan appare dal primo istante francamente ostile e tiranno. In verità il suo personaggio, fortemente delineato, è così antimoderno nella sua rigidità, che sembra mancare di ogni capacità empatica, perfino quando riconosce il talento in alcuni ragazzi, senza però offrire un sostegno alle loro esitazioni e alla loro vulnerabilità. Egli non concede sconti: si pone come un Super-Io terribile quanto irraggiungibile, col suo discorso asciutto e rigoroso, nel quale annegano svuotandosi affermazioni importanti, come quella che la conoscenza e l’impegno faranno di loro degli uomini liberi.

 

“Non ci ha mai ascoltato” sarà una delle accuse che i ragazzi gli muoveranno l’ultimo giorno di scuola, quando, nel salutarli, Zupan tenta in qualche modo una riflessione su quello che è accaduto tra loro. Credo che si tratti di un ascolto del non detto, la com-prensione delle paure e delle ambivalenze, proprie dell’adolescenza.

 

In questo contesto di regole improvvisamente cambiato, (pensavo prima al cambiamento di un setting), irrompe l’elemento più profondamente indeterminato ed ignoto- la morte- con il suicidio apparentemente senza motivo di una studentessa.

 

Questo evento è il perturbante che si fa presente e sconvolge gli equilibri di tutti i gruppi: studenti, genitori, docenti.

 

I ragazzi trovano facilmente in Zupan, nelle sue richieste severe e inappellabili, il capro espiatorio, ma subito la protesta si estende a tutta la scuola, con il suo inevitabile sistema di richieste e di precetti pedagogici, seppure annacquati.

 

L’atmosfera è intrisa di violenza, pur senza scene cruente: è il livello di funzionamento primitivo, individuale e gruppale, che emerge di fronte alla destrutturazione delle norme e legami quotidiani. Zupan dagli studenti è sospettato di pedofilia, poi ritenuto responsabile della morte di Sabina, infine viene giudicato un nazista. L’appellativo “nazista” corre con facilità tra questi adolescenti che non hanno vissuto il nazismo, ma la storia dei loro padri e del loro paese ne conserva i fantasmi. Anche il microcosmo dei ragazzi è punteggiato di esplosioni di violenza grandi e piccole, che rimbalzano tra loro: uno ha parole feroci contro gli omosessuali e il diritto di adottare, un altro accusa il compagno che ha perso di recente la madre di approfittare della compassione dei professori, il secchione è preoccupato che la tragedia di Sabina interferisca con l’andamento delle lezioni e soprattutto con i suoi voti, una ragazza più sensibile, l’unica che riesce a non schierarsi da una parte sola, rinfaccia ai compagni di non essere mai stati vicini a Sabina prima che morisse

 

“La ignoravate tutti, scommetto che non ne conoscevate nemmeno il cognome..” dirà.

 

C’è una sottaciuta violenza nei genitori di Sabina, che le hanno nascosto di averla adottata, sottraendole la sua storia, fino a quando non lo ha scoperto da sola; c’è violenza nei genitori degli altri, preoccupati solo della punizione che i figli possono ricevere per la messinscena della rivolta, e sono arrabbiati con la scuola perché non ha protetto abbastanza i loro figli da tutto questo scompiglio; negli operatori scolastici spaventati dell’ombra negativa che può ricadere sulla scuola con la conseguente perdita di iscrizioni.

 

Ma alla fine tutto si stempera quando capiscono che la scuola, ancora una volta, edulcorerà i fatti, e aggiusterà le cose …. “Se lasciate fare a me” dice la preside e, alla fine: “Siamo tutti d’accordo, vero?”

 

Il gruppo degli studenti, il gruppo dei genitori, il gruppo dei professori: nessuno sembra avere le caratteristiche di un gruppo di lavoro, ma tutti funzionano nell’assunto di base di attacco-fuga, dove l’oggetto cattivo è esterno e l’unica difesa consiste nell’evitarlo o distruggerlo.

 

“Tutti gli assunti di base sono stati emotivi tendenti a evitare la frustrazione inerente all’apprendimento attraverso l’esperienza, apprendimento che implica sforzo, dolore e contatto con la realtà”(Grinberg et al.).

 

In verità solo il terribile prof. Zupan sembra consapevole della necessità di elaborare la tragica vicenda in modo da apprendere dall’esperienza, ma lo fa col suo codice comunicativo che allontana piuttosto che creare legami. Manca alle sue lezioni “ la speciale relazione umana che si realizza in aula, in assenza della quale non si dovrebbe neppure iniziare a spiegare” (Edoardo Affinati in un articolo su La Repubblica del settembre scorso). Quello che l’istituzione offre per contenere ed elaborare l’escalation di violenza innescata dal suicidio di Sabina è un contenimento che si basa sul compromesso e sul rifiuto della presa d’atto dell’inevitabile conflitto intra e trans generazionale.

 

Perciò non sappiamo se e chi apprenderà qualcosa da questa esperienza. E’ quello che sembra suggerire il fantasma di Sabina che si aggira fra i ragazzi e i professori sul battello per la gita di fine anno. Alcuni sono pensosi, i più hanno ripreso la gaia maschera di sempre: suonano la chitarra e fanno progetti. Zupan non è con loro, né tornerà il prossimo anno, ma il fantasma di Sabina è qui, e lo spettatore non potrà sapere chi al di fuori di lui lo abbia in mente. Il battello scivola in avanti sulle onde, verso la vacanza, verso il futuro: alla fine Sabina darà le spalle alla cinepresa voltandosi indietro, a poppa, dove non resta che la scia bianca nell’azzurro, destinata a scomparire.

 

 

 

 

 

 

02/11/2016

Centri Clinici AIPPI

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