Belle e Sebastien. Commento di Sara Olivetti (29-06-2014)

 

Belle & Sebastien

 

Commento di Sara Olivetti


 

Belle & Sebastien è un film tratto da un romanzo scritto negli anni ’60 da Cecile Aubry  e racconta il legame tra il cane Belle ed il piccolo Sebastien, orfano sin dalla nascita ed adottato da un anziano uomo che vive sulle montagne. Nel 1965 la televisione francese ne sviluppò una serie televisiva in bianco e nero di 13 episodi e, successivamente, il celebre libro ispirò un cartone animato giapponese creato agli inizi degli anni ‘80.

 

Belle & Sebastien, nella trasposizione cinematografica, è ambientato nelle Alpi francesi durante la Seconda guerra mondiale. Il paesino in cui vive Sebastien è occupato dai nazisti che sono alla ricerca di colui che riesce a far passare in Svizzera alcune famiglie di ebrei, salvandoli dalla cattura. Tuttavia, c’è un’altra caccia che sta avvenendo sulle montagne ed è quella ai danni della “bestia”, all’inizio non meglio identificata, che gli abitanti del villaggio reputano responsabile delle morte di diverse pecore. Ma Sebastien, che non frequenta la scuola e trascorre la giornata errando solitario tra le montagne, incontra la “bestia”, che altro non è che un pastore maremmano.

 

 Il film inizia proprio con Sebastien ed il nonno adottivo che sono alla caccia della bestia, ma, in realtà, trovano un piccolo di camoscio a cui gli uomini hanno ucciso la mamma: “vai per cercare una belva e trovi un cucciolo”, afferma il nonno. Sebastien coraggiosamente salva il piccolo calandosi nel vuoto dall’alto della montagna, così  l’animale viene accolto e, dopo qualche tentativo, nutrito da una delle pecore del nonno, che prudentemente, però, afferma: “non dobbiamo cantar vittoria, ci vuole tempo per queste cose” e Sebastien sa, per averlo vissuto sulla propria pelle, che “per lui deve essere difficile non stare con la sua vera mamma”.  Sebastien, infatti, non conosce la propria mamma e non sa nulla sulla propria famiglia; il nonno adottivo gli dice che la madre vive in America e gli promette che tornerà presto, ma questo presto non arriva mai e lui non capisce il perché. Dunque nella vita di Sebastien c’è un segreto, un non detto che senza dubbio pesa sulla sua mente e sulla sua fantasia, ma ciò non gli impedisce di pensare, anzi lo spinge a riflettere sul mondo che lo circonda, tanto da chiedersi, una volta tornati a casa dal tentativo di caccia, se questo cane sia davvero la bestia che uccide le pecore.

 

In questo incipit c’è la chiave del film che ci aiuta a riflettere sia sull’intreccio e la commistione singolare che si crea tra chi salva e chi è salvato in un alternarsi continuo e sorprendente, sia sul dolore della perdita e sul tempo. Vi sono in primo piano le cure e le attenzioni costanti che servono per poter imparare a fidarsi e poter poi crescere ed esplorare il mondo e la possibilità che il pensiero ci offre per uscire da una rigida posizione dicotomica di bene-male, facendoci così scoprire e vedere l’altro nella sua interezza e per ciò che è realmente: chi apparentemente sembra la più terribile delle bestie è invece un cucciolo, un essere indifeso e spaventato, e chi appare un uomo crudele e senza speranza, può al contrario essere profondamente umano.

 

Sebastien, allora, inizia a cercare il pastore maremmano e pian piano, con delicatezza e sensibilità, si avvicina a lui, gli spiega la pericolosità delle trappole che il nonno ha messo per catturarlo e gradualmente conquista la sua fiducia. Gli uomini del villaggio lo mettono in guardia,  gli dicono che quella bestia è stata bastonata e maltrattata e benché “nessuno nasca cattivo […] ora è condannata”. Ma il piccolo Sebastien, accanto al dolore della perdita, dell’abbandono e del sentirsi solo e diverso, conosce anche la forza dell’essere amato che dà la speranza e la possibilità di amare e di comprendere. Così riesce a scoprire che la bestia è in realtà una bella, coraggiosa ed affettuosa femmina di cane pastore, Belle, a cui riuscirà a salvare la vita, spiegando a suo nonno e agli altri che Belle si difende perché ha paura e “ non sopporta di essere toccata perché gli uomini le hanno fatto sempre del male”, riuscendo così a dar voce con commuovente sensibilità e profondità ai vissuti dolorosi della sua amata amica. Ora Belle, attraverso la fiducia e l’amore di Sebastien che l’ha salvata, può salvare ed addirittura può perdonare chi, come il nonno, voleva ucciderla. Belle, non è il cane che uccide le pecore, ma quello che le raggruppa, le accudisce e che, anche dopo tanta fatica e dolore, ha imparato a fidarsi completamente, a non credere che tutti gli uomini siano cattivi e che non tutti i cattivi siano davvero tali e può addirittura affidarsi facendosi mettere un guinzaglio da Sebastien per attraversare un ghiacciaio pericoloso, in una scena finale densa di pathos e di significati.

 

Come viene detto al termine del film, Sebastien non è solo, è stato salvato dal nonno e ha salvato il nonno dal suo alcolismo, dalla sua cecità e dalle sue paure, tanto che quest’ ultimo può svelargli la verità sulla sua mamma. Il disvelamento del segreto avviene all’interno della scuola come luogo del sapere, della conoscenza e spazio fino ad allora inaccessibile a Sebastien.

 

Ciò permette e permetterà a Sebastien di andare avanti, ora che non ci sono più segreti, ora che è riuscito anche ad aiutare, tramite Belle, la propria parte fragile e profondamente ferita. Attraverso imponenti scenari e magnifiche immagini, evocative anche di un continuo parallelismo tra uomo e natura, questo film rappresenta ciò a cui spesso assistiamo nel nostro lavoro e di cui alcuni pazienti portano dolorosi segni: la pericolosità della condanna e di un giudizio quasi manicheo che genera un senso di impotenza e una costruzione pericolosamente erronea della propria identità, con la quale poi si rischia di colludere, tendendo anche a dividere il mondo in buoni e cattivi. Un giudizio che si rifà a categorie di una rigidità sterile che può comportare una sorta di stallo nella mente e arenarsi in una  scissione che preclude l’integrazione e la possibilità di vivere e fare “buone e vere” esperienze.

 

Il film, inoltre, pone un interrogativo che ci è familiare nel lavoro terapeutico: chi salva chi? Spesso lavoriamo con pazienti e piccoli pazienti sopravvissuti ad esperienze dure e dolorose e nonostante ciò constatiamo che hanno risorse interne preziose che aiutano anche chi si prende cura di loro. Così i loro genitori, anche affidatari o adottivi, che da una parte lottano contro un forte senso di impotenza, di dolore e di sfiducia, dall’altra si sorprendono poi nell’essere grati ai figli che sono riusciti a loro volta ad aiutarli profondamente.

 

 

29/06/2014

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