A Simple Life, commento di Chiara Mezzalama 24-04-2012

A simple life.

 

Commento di Chiara Mezzalama


Una vita semplice è la vita di Ah Tao, domestica da sessant’anni presso una famiglia cinese di Honk Kong. Aveva tredici anni quando è entrata in servizio. Con discrezione ha accudito, cucinato, curato, osservato, e vissuto con quattro generazioni di Leung. Di questo, apparentemente poco o niente, racconta il film di Ann Hui (2011), presentato allo scorso Festival del cinema di Venezia. Ora non resta che Roger, produttore cinematografico di successo, un uomo quarantenne solitario, l’unico che vive ancora ad Honk Kong e che Ah Tao continua a servire con la gentilezza e la discrezione che la contraddistinguono (quasi una forma di devozione). Per lui sceglie il pesce al mercato, si preoccupa della sua dieta, lo aspetta a casa quando lui torna dai viaggi di lavoro. Ah Tao tiene simbolicamente accesa la luce nella sua casa, è una presenza affettiva costante e importante. Capiamo meglio quanto lei sia effettivamente parte del mondo affettivo di Roger nel momento in cui, a seguito di un infarto, viene trasferita in una casa per anziani. E così si invertono le parti; è Roger a prendersi cura di lei. Può finalmente ripagare il debito che la sua famiglia ha avuto nei confronti di questa piccola donna eccezionale. Attraverso il film, ci affacciamo alla realtà desolante della casa di cura dove gli anziani vanno in attesa di morire. Le stanze sono celle, i bagni mandano cattivo odore ma ciò che rende tutto così triste è l’idea del non ritorno. Si esce da quel luogo soltanto con l’ambulanza. Eppure Ah Tao sa adattarsi anche a questo, sa prepararsi alla morte, dolcemente. Roger va a trovarla regolarmente, la accompagna a passeggiare, la porta fuori a pranzo, la inviterà persino all’anteprima di un suo film, dove il mondo degli ultimi, dei dimenticati si scontra brutalmente con lo star system, che per fede professa il mito dell’eterna giovinezza. Ah Tao si muove ovunque con la stessa compostezza. Diventa una figura di riferimento per tutti i degenti dell’ospizio. “A simple life” è un film che parla del legame filiale, inteso non come legame di sangue ma legame di cura. È attraverso la cura che si costruisce il legame tre le persone: la cura di Ah Tao per la famiglia Leung e la cura di Roger per Ah Tao. Roger può restituire una parte di ciò che ha ricevuto da lei e sarà questa la sua eredità. Ah Tao diventa il tramite della trasmissione intergenerazionale della famiglia; tutti i Leung possono dire di essere stati curati da Ah Tao, e attraverso di lei hanno un patrimonio comune di ricordi ed esperienze che altrimenti avrebbero perso, essendo il resto della famiglia emigrata negli Stati Uniti. Ah Tao impedisce, attraverso la sua presenza, lo sgretolamento della famiglia e del mondo affettivo di Roger, entra a far parte del mito fondativo dei Leung, diventa la loro memoria storica e di fatto garantisce la continuità del loro legame. Questo tuttavia può avvenire soltanto attraverso l’amore che Roger tiene vivo fino alla fine. Se l’avesse lasciata nella casa cura, magari anche pagando tutte le spese, ma senza occuparsi di lei, questa trasmissione non sarebbe avvenuta. Il legame di Roger con questa donna ma anche con tutto il resto della famiglia e soprattutto con se stesso, si sarebbe spezzato, facendo di lui uno dei tanti uomini di successo del nostro tempo, il cui mondo affettivo privato non è altro che una voragine di solitudine e di povertà interiore. Un palcoscenico che serve a occultare il vuoto. Poche parole nella loro relazione, molti gesti, verrebbe da dire la “giusta distanza” che permette il rispetto reciproco e il riconoscimento, nonostante la differenza. Non sono queste le caratteristiche di un rapporto sano tra madre e figlio?

24/04/2012

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