S. Oliva. Janos Bolyai. Uno sguardo psicoanalitico su genio matematico e follia. Commento di Aurora Gentile

AIPPI

22 giugno 2019

Biblioteca Nazionale di Napoli

Silva Oliva

Janos Bolyai. Uno sguardo psicoanalitico su genio matematico e follia, Ed. Mimesis

 

Commento di Aurora Gentile

 

Dal mondo dei matematici uno sguardo psicoanalitico tra genio e follia: realizzazioni sublimate dell'evoluzione pulsionale

 

È un libro che produce conoscenza e fa pensare. Questo è l'effetto che procura leggere il lavoro di Silva Oliva. Produce conoscenza perchè introduce senza mai lasciarlo solo il lettore all’universo delle matematiche, delle geometrie a partire da quella euclidea fino a quelle di oggi, e fa pensare a ciò che la psicoanalisi può apprendere dalle scienze e a ciò che le scienze possono apprendere dalla psicoanalisi. Inoltre fa pensare perchè è un libro insaturo, l’autrice offre le sue ipotesi, ma lascia aperte le questioni sollevate, sembra che l’abbia scritto anche per mettersi all’ascolto di quanto i suoi lettori possono dirne.

È un pregio quanto mai raro, nel nostro presente.

Silva Oliva ci dice anche che non c’è rivoluzione scientifica che non metta al tempo stesso in discussione miti e pregiudizi, ad alto impatto affettivo. Non è poca cosa scoprire delle nuove coordinate del mondo in cui si vive. La scienza non è lo scientismo, è profondamente impregnata di affetti e sentimenti, e coinvolge sempre la soggettività del ricercatore, la sua storia, il suo inconscio: c'è sempre l'intervento della nozione di soggetto nella pratica epistemologica.

L'esergo di Michel Serres, che l’autrice ha posto proprio all'inizio del libro, tratto da Le origini della geometria del 1993, dice questo con un linguaggio fortemente emotivo. La logica della conoscenza non può non incontrare quella del desiderio, come suo motore, anche nella sua forma più estrema della convinzione delirante.

L’uso di una teoria del soggetto come la psicoanalisi passa spesso come incongrua nello studio epistemologico dei fondamenti o dei processi creativi in matematica.

Questo libro è appunto un invito a leggere un percorso dalle matematiche alla psicoanalisi, non come l’applicazione della matematica e dei formalismi al pensiero psicoanalitico, bensì come l’incontro e l’esigenza da parte della scienza di incontrarsi con il sogno e con la fantasia. Il luogo più adatto a un’operazione simile è di certo la psicoanalisi dove sogno e realtà si incontrano e si influenzano, e dove scienza e creatività sono sempre vicine in un rapporto di reciproca tensione.

Non sono molti gli studi contemporanei sulla correlazione tra quadri clinici e produzione matematica, anche se da due o tre decenni sta emergendo un certo interesse, pensiamo tra gli altri ai lavori di Nathalie Charraud, Eric Porge, Riccardo Lombardi. Del resto, il compito di un pensiero delle matematiche, costituisce già una vera sfida. L'Autrice in un lavoro del 2005 insieme a Jorge Canestri, citava la Premessa al suo bel libro Capire una dimostrazione di Gabriele Lolli (1988): “Definire la matematica è difficile, ci si sono provati inutilmente tutti i filosofi, mentre al matematico la definizione appare superflua; non ne ha bisogno per fare il suo lavoro”.

Una parte del libro di S. Oliva è dedicata agli studi dello psicoanalista ungherese Imre Hermann. Imre Hermann, nato a Budapest nel 1899, dove è morto nel 1984, era medico e neurologo, conobbe le persecuzioni antisemite, i bombardamenti ai tempi della guerra, poi la cappa di piombo dello stalinismo. Era ancora studente quando Ferenczi che insegnava all'Università lo invitò a raggiungere la Società Ungherese di Psicoanalisi, e poco più che ventenne iniziò ad esercitare come psicoanalista.

Hermann in particolare ha studiato, come ricorda l'Autrice, in modo privilegiato il matematico Janos Bolyai (1802-1860), che, insieme e prima di Nicolai Lobachevski, fu il creatore di una geometria non euclidea, che chiamò la geometria assoluta. Per Hermann, la questione era sondare i rapporti dei processi di creazione e sublimazione in un matematico geniale, e al tempo stesso malato mentale. In effetti, Hermann s'interroga su come sia possibile che qualcuno considerato schizofrenico sia capace di creazioni intellettuali di livello elevato. Lo psicoanalista ungherese mette in relazione il profilo psichico di Bolyai con le sue scelte esistenziali e creative, pur conservando una concezione aperta della creazione matematica. Privilegia dunque i legami tra soggettività del ricercatore e produzione matematica, e in special modo nei momenti di crisi della storia di questa scienza. Certo, colpisce che due schizofrenici, si trovino in prima fila all’origine della crisi dei fondamenti che sconvolse le matematiche nel 19 secolo. Nelle sue patografie, ricordiamo che patografia vuol dire interpretazione del desiderio individuale di qualcuno in base alle tracce di vita che ha lasciato, come ci ricorda Laplanche a proposito della biografia di Freud scritta da E. Jones,  Hermann mette in relazione la produzione intellettuale di un certo numero di pensatori riconosciuti e gli elementi biografici e psicopatologici che hanno secondo lui determinato le caratteristiche delle loro opere: il pensiero in quanto prodotto finale, diventa analizzabile e dunque interpretabile dal punto di vista psicoanalitico, nella misura in cui è in relazione con l’inconscio. Per Hermann “la passione del ricercatore” è un tentativo di autoguarigione: "interessarsi a Euclide, per un malato mentale, non è soltanto un sintomo, ma anche il segno del desiderio di guarire”. Si tratta della ricerca di un contenitore o di un appoggio.

Può la nozione di sublimazione esserci d'aiuto? Certo ci sono “sublimazioni ordinarie” per così dire e “sublimazioni eccezionali”. Possiamo pensare che una pressione pulsionale eccessiva per le risorse dell’Io del soggetto, possa spingerlo dal punto di vista autoconservativo a trovare vie di scarica non distruttive o appunto autodistruttive: come ben sappiamo da Freud in poi, la sublimazione nasce da una tendenza traumatofilica. Nel caso di Bolyai, il rapporto affettivo fortemente ambivalente con una madre psicotica. J. Bolyai, figlio di un matematico, sin dalla nascita, poteva attingere all'universo rappresentativo fornitogli dal padre, una via sublimatoria sin dall'inizio, possiamo dire, che a un certo punto si è scontrata con un interdetto paterno, quello di non occuparsi delle rette parallele.

Sappiamo che il concetto di sublimazione è derivato, dalle nozioni di “formazione reattiva”, di “rivolgimento nel contrario” e di “inibizione della meta” fino ad essere definito da Freud il “terzo e più compiuto destino della pulsione”. Una serie di processi psichici, in precedenza, definiti come sublimatori, sono stati poi illustrati come effetto di un processo di “riparazione” dell’oggetto, concetto, quest’ultimo elaborato da M. Klein. Sempre in ambito kleiniano è stato notato, peraltro a mio avviso con grande acutezza, il legame tra sublimazione e simbolizzazione e con Winnnicott la sublimazione è andata pressoché a coincidere con la formazione dell’esperienza culturale, che indica uno slittamento dal pulsionale all’oggettuale. A. Green, benché in ossequio alla impostazione di Freud non manchi di mettere in relazione la sublimazione con le pulsioni dell’Io e, quindi, secondo la seconda topica, con le pulsioni di morte, nella formulazione del concetto di “funzione oggettualizzante” implicitamente, tocca, qualcosa che è attinente al processo di sublimazione. Per Green, la sublimazione non è tanto attinente ad una vera desessualizzazione e quindi a Tanatos, ma piuttosto ad Eros inteso come “funzione oggettualizzante” e, quindi, come funzione rappresentazionale. In ogni caso, il legame tra sublimazione e simbolizzazione rimane evidente in tutte queste teorizzazioni compresa la lettura di Matte Blanco che lega la sublimazione ad un processo di formalizzazione. S. Oliva avanza anche l'ipotesi, sulla scorta di Ferenczi e Bion, che la capacità di matematizzare l'esistente, lungi dall'essere una proprietà del mondo esterno risulterebbe essere una funzione mentale legata all'apparato neurofisiologico cerebrale, funzione generatrice che si sarebbe selezionata nell'essere umano tramite l'evoluzione naturale dell'apparato mentale.

Ma, con l'autrice, pensiamo anche che la possibilità di trasformare una problematica affettiva, edipica o di altro tipo in una sorta di schematico problema matematico appartenga a una ristretta serie di individui, i matematici creativi appunto, nei quali potrebbe rimanere attiva, ben oltre il periodo perinatale, la capacità di trasformare le esperienze in schemi astratti. Nel prosieguo della vita, la trasformazione di vissuti emotivi in costrutti e simboli matematici astratti consentirebbe una sorta di distacco disintossicante dalla pena psichica. In questo senso, scrive l'autrice, i matematici dotati eviterebbero la caduta in una franca patologia utilizzando i canali del loro talento. A mio avviso, la possibilità di sublimazione è legata non soltanto al talento "naturale", ma anche alla storia del singolo soggetto. C'è un andirivieni tra il fare opera e il non fare opera, tra una possibilità di trasformazione, in un'opera riconosciuta dal mondo, e il silenzio dello schizofrenico. Un'oscillazione, sottoposta alle alee della vita, alle condizioni storiche individuali e sociali, a ciò che fa l'altro, e il grande Altro, di questi tentativi sublimi. L'idea è che Janos sia rimasto solo, e si sia sentito abbandonato dal mondo, da cui il delirio di una Dottrina della salvezza universale per tutti.

Un'ultima osservazione sul nostro napoletano Renato Caccioppoli (1904-1959). Una delle sue realizzazioni matematiche fu nel 1933 il teorema fondamentale sulle famiglie normali di variabili complesse, vale a dire che se una famiglia è normale rispetto a ogni variabile complessa, lo è anche rispetto all'insieme delle variabili. Questo che a un non matematico risulta certamente poco comprensibile, com'è il mio caso, associativamente mi fa pensare alla sua famiglia, e alla sua particolare composizione. Caccioppoli era figlio di Giuseppe, noto chirurgo napoletano, e della sua seconda moglie, Sofia Bakunin, figlia del rivoluzionario russo Micail Bakunin. Sua zia Maria (a sua volta nipote del famoso anarchico), era docente di chimica. Senza fare un riduzionismo lineare, come non pensare alla complessità del suo romanzo familiare? Al di là dei successi che lo hanno reso celebre nella letteratura matematica, in effetti, la sua vita fu sempre piuttosto problematica. La sua personalità eccentrica e anticonformisita, profondamente antifascista, lo spinse a sperimentare la vita dei barboni e dei poveri e fu arrestato per accattonaggio. Nel 1938 improvvisò un discorso contro Hitler e Mussolini in visita a Napoli, insieme alla sua compagna Sara Mancuso fece suonare "La Marsigliese" dall'orchestrina di un ristorante all'aperto. Fu arrestato ancora e si salvò grazie all'intervento della zia Maria, docente di chimica nello stesso ateneo di Renato, che intervenne convincendo le autorità che il professor Caccioppoli era malato di mente. Secondo i medici il paziente era dotato di «ingegno supernormale», ma fin dall’infanzia aveva mostrato «note di carattere neuropatico con tendenza all’eccentricità, alla melanconia, alla contraddizione». Nel periodo che trascorse nell'ospedale psichiatrico non interruppe i suoi studi di matematica e potè dedicarsi anche ad un'altra passione: il pianoforte. Gli ultimi anni della sua vita furono i più tristi, morì suicida nel 1959, a Napoli.  Anche Renato Caccioppoli ha avuto a sua disposizione, una lingua materna e una seconda lingua. S. Oliva esplora le ricerche in questo campo, facendo riferimento agli studi di vari autori, al volume La Babele dell'inconscio, di J. Amati Mehler, S. Argentieri, e J. Canestri del 1990, e a M. Paradis. In sostanza, scrive l'Autrice, l'apprendimento di una seconda lingua comporterebbe una sorta di distanziamento emotivo dalle parole della lingua madre per cui il secondo linguaggio sarebbe più svincolato dalle pulsioni inconsce profonde. Lo studio della matematica potrebbe essere un linguaggio consono all'elaborazione di vissuti dolorosi e una via di salvezza, ma potrebbe essere decisivo il supporto narcistico del riconoscimento sociale, che nel caso di Janos Bolyai non arrivò mai.

Il lavoro di Silva Oliva ci ricorda che più potenti sono i nostri telescopi più vediamo cieli strani e inaspettati. E se cerchiamo di mettere insieme quello che abbiamo imparato sul mondo fisico nel XX secolo emerge una struttura del mondo in cui non appare né il tempo né lo spazio, ma una realtà generata da un pullulare di eventi granulari legati da una dinamica probabilistica.  La scienza diventerebbe così   un modo di leggere il mondo con un punto di vista via via più ampio, e questo modo in divenire è molto vicino alla visione freudiana della conoscenza dell’Io. Per concludere provvisoriamente queste riflessioni, potremmo dire che Bolyai e i talenti geniali, in matematica come in altre discipline, sono riusciti a produrre produzioni così eccezionali, non perchè schizofrenici, ma nonostante lo fossero.

27/01/2020

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