Possibili strutturazioni del setting nel lavoro con una coppia di genitori separati. Commento di M. Giovanna D'Amato (29.11.2014)

 Donatella Fiocchi, Patrizia Gatti, Simonetta Ravà Tavallini, 

 

Francesca Zoni

 

Lavorare con i genitori: una complessità semplice. Possibili strutturazioni del setting nel lavoro con una coppia di genitori separati.


In: Giuliana Lisa Milana ( a cura di) Processo analitico e dinamiche familiari, Franco Angeli Editore, Milano, 2014-11-27

Commento di Giovanna Maria D’Amato

Mi piace cominciare questa riflessione a partire dai magnifici versi della Szymborska citati dalle autrici del lavoro,  che mi  ricordano la ammirazione di Freud per le profonde intuizioni psicologiche degli artisti. “E’ merito loro se vivo in tre dimensioni, in uno spazio lirico e non retorico, con un orizzonte vero, perché mobile”.

 

Questo “Ringraziamento a quelli che non ho amato”, -così la lirica di Szymborska-  dove si allude scopertamente alla necessità di una giusta distanza per poter vivere in tre dimensioni, ci porta subito al tema centrale del lavoro, che  riguarda la triangolazione, lo stare in tre.

 

Il lavoro che viene presentato riguarda il difficile percorso terapeutico con una coppia di genitori separati di un adolescente in terapia, genitori che, come molto spesso accade, non hanno alcun interesse per un trattamento analitico, ma vi arrivano solo perché consigliati dalla terapeuta del figlio. La estrema difficoltà di stabilire un minimo di alleanza  che consenta di indirizzare il lavoro alle sue finalità suggerisce la creazione di un setting originale in cui si articolano con la stessa terapeuta, a cadenza mensile, sedute di coppia e sedute individuali con ciascun genitore. Se all’inizio lo stare in tre , riferito alla seduta terapeuta - genitori è impossibile, sarà proprio il passo indietro fatto dalla terapeuta, nel consentire a entrambi i genitori uno spazio a due, a  fare emergere  una possibilità triangolare, e perciò feconda di trasformazione.

 

Il quadro teorico di riferimento a cui è orientato il lavoro trova riscontro nel pensiero di Britton e altri autori kleiniani e postkleiniani, e si arricchisce di  interessanti spunti transgenerazionali secondo quanto espresso da Faimberg a proposito della trasmissione psichica tra generazioni.

 

La storia della coppia è intessuta di dipendenza e ambiguità: separati da molti anni si presentano tuttora “coinvolti in una relazione accesa, turbolenta, confusa e confondente”, nella quale non c’è posto per la comprensione dei bisogni e della dipendenza del figlio. Hanno finto durante i primi anni di vita del bambino di vivere insieme, mentre lui viveva con un’altra donna fin dal compimento del suo primo anno di vita. Successivamente hanno pianificato la sua crescita in modo da vivere  nell’infanzia con la madre, e con il padre  nell’adolescenza, e per riuscire a mettere una distanza tra loro da un certo momento in poi vivono in città diverse. Non soltanto non hanno mai offerto al figlio l’esperienza concreta di uno stare in tre, ma non hanno mai costruito “uno spazio triangolare dove comunicare e creare legami” . Il loro stare insieme è un continuo gioco di proiezioni e rivendicazioni, dove l’altro è solo uno specchio, come appare nel controtransfert alla terapeuta, che si sente usata da entrambi solo come un mezzo per colpirsi reciprocamente, mai per comunicare tra di loro e con lei, ed essere aiutati a riflettere sulla loro funzione di genitori e su quanto il figlio cerca di esprimere.

 

Anche la discontinuità del lavoro, sedute saltate, denigrazione dell’analisi, riflette la discontinuità della relazione offerta al figlio, la cui stessa terapia è continuamente attaccata e minacciata di essere fatta fuori, come la scuola che non va bene, o come abitare con l’uno o l’altro dei genitori.

 

In mancanza di un “terzo” le relazioni interne ed esterne sono estremamente confusive e intrusive e non può nascere una capacità riflessiva che permetta di pensare sulla relazione e sulle funzioni genitoriali. La paura della dipendenza , in assenza di uno spazio triangolare è molto intensa: la relazione si carica di angosce claustrofobiche da cui ci si difende proiettando su oggetti esterni, come la terapeuta, come il figlio, per i cui bisogni non può esserci comprensione.

 

Dopo un periodo di interruzione del percorso, constatato nei fatti, più che stabilito dalla terapeuta, per mancanza delle condizioni  essenziali per lavorare , al loro ripresentarsi, sempre sollecitati dalla terapeuta del figlio, si decide per il setting alternato di sedute individuali e in coppia..

 

L’apertura di uno spazio individuale ha permesso di decantare l’alto livello di conflittualità, riducendo la valenza fortemente aggressiva del legame tra i partner e soprattutto ha consentito loro di avvicinarsi per la prima volta a propri contenuti inconsci. In questa nuova dimensione possono emergere aspetti più antichi relativi alle storie personali dei due partner con le loro famiglie d’origine. E’ l’essere in due che offre forse un maggior contenimento, libero anche da effetti di rivalità e gelosia, ma è l’uso triangolare che la terapeuta fa di questo essere in due - tenendo sempre in mente l’altro, l’occupante la sedia vuota - a costituire la sponda per il passaggio alla interiorizzazione  di uno spazio triangolare. Si scopre come entrambi i genitori abbiano avuto relazioni difficili con i propri genitori e non abbiano potuto interiorizzare un buon legame tra di loro e con loro. Entrambi hanno avuto una carenza di contenimento  nelle cure primarie,  con padri ingombranti, minacciosi e autoritari, e madri troppo deboli e depresse per avere uno sguardo attento e comprensivo per il loro bambino. La mancata interiorizzazione di un legame tra i propri genitori non consente la formazione di una triangolarità interna dove sentirsi legati ma anche separati dai propri oggetti. (Britton)

 

Nella nuovo assetto di lavoro  la terapeuta comincia ad essere recepita come un terzo, ed è a partire da questa esperienza che comincia a diventare pensabile una triangolarità interna, che consentendo l’istaurarsi di una distanza, rende meno terrificante la dipendenza e la paura di essere annientati in una relazione fatta di sopraffazione e/o umiliazione. Lentamente sembra farsi più spazio per tutti, genitori e figlio,  attraverso la presenza di un terzo che, modulando il tempo e la distanza- essere in due, essere in tre –   può cominciare ad essere integrato, fuoriuscendo dall’invischiamento di proiezioni, liberando identità e in definitiva permettendo l’elaborazione dell’edipo.

 

E davvero non può esserci risoluzione dell’edipo senza questo spazio triangolare nella coppia che consenta l’esperienza del legame coniugato con la separazione, della giusta distanza che permette di comunicare, comprendere, pensare.

 

 

29/11/2014

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