Marie Cardinal, Le parole per dirlo. Lettura di Patrizia Gatti

Marie Cardinal, Le parole per dirlo. Bompiani

 

Commento  di Patrizia Gatti


 

Ci sono libri che sentiamo particolarmente vicini e che diventano parte di noi;  libri senza tempo. Così è per Le parole per dirlo  (Mots pour le dire) il più celebre libro di Marie Cardinal,  divenuto  per il suo titolo, citazione. Pubblicato nel 1975,  fu insignito del Prix Lettré, e rese subito Marie celebre, amata dalle donne e icona del femminismo.

 

Marie, nata ad Algeri nel 1929 dove vive fino all'adolescenza e segnata da un’educazione rigida e sessuofobica in un istituto religioso, proviene da una famiglia autoritaria e repressiva dell'alta borghesia. Docente di filosofia, dopo il grande successo letterario si dedica sino alla sua morte, avvenuta nel 2001, alla causa delle donne, con battaglie concrete e con altri libri ancora, sempre alla ricerca di parole per parlare della vita vera delle donne, della quotidianità dei loro corpi.

 

Le parole per dirlo è uno di quei romanzi che si muovono tra il 'privato' e il 'politico' e che hanno la capacità di intercettare gli umori di un'epoca: siamo in pieno femminismo e le donne hanno uno sfrenato bisogno di parole proprie. Racconta della liberazione di una donna compiuta parallelamente a un movimento di liberazione collettiva: la riscoperta di una identità femminile più autentica,  la necessità per una donna, e per le donne, di riprendersi la vita.

 

È la storia tutta al femminile della analisi di Marie, che racconta della sua rinascita, o meglio della 'nascita' e del graduale e lento recupero di sé, dopo sette lunghi e dolorosi anni di psicoanalisi. Analisi che l'ha guarita e liberata dalla Cosa: l'oscura violenta angoscia senza nome che abbisogna, appunto, di parole per dirlo.

 

La Cosa si manifesta pesantemente nel corpo, la scrittrice fino a trent’anni rimane prigioniera di una malattia, apparentemente inspiegabile, che la devasta, la costringe a vivere isolata dal mondo, nel bagno di casa sua, tra la vasca ed il bidet, per controllare il flusso di sangue, le continue  emorragie che la lasciano tremante, coperta di sudore, terrorizzata e incapace di vivere, divorata da una sofferenza e un'angoscia senza fine.

 

Non è qui l’intenzione né il luogo per un' analisi dei sintomi di Marie, ma la “scrittura del corpo” è estremamente importante perché punteggia tutto il libro.

 

Marie sembra poter usare solo il linguaggio corporeo, la somatizzazione (ai tempi di Freud e delle teorizzazioni sull'isteria si sarebbe detta conversione) e non la parola, il corpo diventa luogo ed espressione fisica di uno sconvolgimento emozionale.

 

Wilma Bucci   ritiene che la somatizzazione implichi l'attivazione delle rappresentazioni somatiche che non sono mai state connesse alle rappresentazioni simboliche e metta in luce una dissociazione tra gli schemi emotivi verbali e non verbali.

 

In questo senso nel libro leggiamo di un blocco di ogni possibile discorso significativo, non ci sono le parole per dirlo, parole che non vanno semplicemente cercate, ma create perché Marie non ha simboli per rappresentare i suoi stati somatici.

 

E di questa fisicità, di questa fisiologia e vita femminile lei parla con  uno stile quasi sfrontato, con parole che non erano quelle consuete, ne parla con semplicità, come ne parlano le donne tra loro.  Marie Cardinal, in un'intervista di Muriella Loriga e Silvia Rossetti, dice “... la donna più semplice che racconta la sua giornata con le parole più semplici, più vere, più vicine alla sua vita è una donna che fa un discorso rivoluzionario.  (…) Penso che la migliore arma delle donne sia di dire la verità delle loro vite, la verità dei loro corpi.”


Marie ci porta insieme a lei lungo il vicolo che per sette anni, tre volte alla settimana, ha percorso fino in fondo, fino al cancello di "quell’ometto", così chiama il suo analista, che ascolta le sue parole con la sapiente coscienza del silenzio. Sono le parole provenienti dalla profondità dell’inconscio, dalle emozioni rimosse e precoci, che fanno rivivere la sua bambina interna. Il dolore è profondo e lacerante, ma è solo attraversandolo che Marie può arrivare alla consapevolezza e alla possibilità di mettere in  parole l'angoscia senza nome e di sciogliere il dolore. Diviene anche la narrazione del linguaggio di un’analisi, nato dallo scambio tra terapeuta e paziente.

E attraverso le parole la Cosa si scioglie, può essere vista e controllata, sparisce... Alla fine  dirà: "Esisto da sette anni...Sono nata con la psicoanalisi".

Marie Cardinal, sempre nell'intervista di Loriga e  Rossetti,  alla loro osservazione sul modo in cui ha affrontato la tematica del rapporto con il proprio corpo risponde “Sì, io penso davvero che la nevrosi sia un'occasione (…) penso veramente che sia una fortuna all'interno della nevrosi poter somatizzare (…) far passare tutto attraverso il corpo. (…) Ogni somatizzazione è come una specie di asperità alla quale ci si può attaccare e che si può tentare di analizzare. (…)  Perché ogni disturbo del corpo è come un campanello d'allarme, come un varco dal quale passare per cercare di capire. Dopo tutto ogni somatizzazione è come una porta

06/09/2014

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