Dino Buzzati. Il deserto dei tartari. Recensione di Claudio Paluzzi

Dino Buzzati – Il Deserto dei Tartari (1945) 

 

Ed.Oscar Mondadori  Collana Scrittori Moderni (2011)

 

Commento  di Claudio Paluzzi

 

Ricordo che quando, anni fa, lessi per la prima volta il romanzo “Il Deserto dei Tartari” rimasi colpito da una strana curiosità che non sapevo spiegarmi. Avvertii la stessa sensazione quando vidi il film liberamente tratto dal libro. Così non ho avuto esitazioni quando vagando tra gli scaffali di una libreria ho trovato questa edizione recente.La prima cosa da cui fui attratto era la copertina che riportava un dipinto dello stesso Buzzati dal titolo Il Deserto dei Tartari: un deserto con montagne vagamente tratteggiate e in primo piano una giacca militare con berretto ma senza il corpo che li indossa.

 

Un contenitore senza contenuto! – pensai.

 

Procedendo nella lettura la strana curiosità che avevo avuto anni prima si andava definendo, facendomi accostare sempre di più il romanzo a certi stati mentali che ho incontrato nella mia pratica clinica con alcuni pazienti.

 

Sin dalle prime pagine Buzzati ci porta dentro la questione: il protagonista, il tenente Giovanni Drogo, fresco di accademia militare, viene trasferito nella Fortezza Bastiani situata al confine del paese, a guardia del deserto. Il viaggio verso la fortezza è un viaggio lungo, per luoghi desolati, nessuno conosce la fortezza, nessuno sa dargli indicazioni per raggiungerla. Ho associato questo nella mia mente al non-luogo di un mondo interiore, inconscio, in contrapposizione a quello che è il mondo che Drogo lascia, un mondo con spazi certi e definiti.  Buzzati ci dà un’immagine molto lucida di questo quando descrive il giovane militare che si volta indietro a guardare la sua città, la sua casa, le finestre della sua stanza “Avrebbero disfatto il letto, chiuso in un armadio gli oggetti, poi sprangato le persiane… Eccolo rinserrato nel buio, il piccolo mondo della sua fanciullezza… La madre l’avrebbe conservato così affinché lui tornando ci si ritrovasse ancora, perché lui potesse là dentro rimanere ragazzo… oh, certo si illudeva di poter conservare intatta una felicità per sempre scomparsa, di trattenere la fuga del tempo…” (pag.5, corsivo mio).

 

Il romanzo sembra imperniato sull’idea di un tempo che passa, che ci fa crescere, e, pertanto, ci costringe a separarci dal mondo tranquillo e rassicurante dell’infanzia e della fanciullezza e ci proietta in un mondo di adulti che comporta responsabilità, impegni e sofferenze.

 

La Fortezza, verso la quale inizialmente il protagonista sente ripulsa, costituisce l’alternativa che ammalierà pian piano il giovane tenente.  In essa tutto rimane immobile, tutto è sempre uguale, tutto si svolge sempre allo stesso modo in maniera rassicurante, eliminando ogni incertezza, dubbio o necessità di scegliere.

 

Il deserto con le sue sabbie e le sue ombre sempre uguali sembra fare da contrappunto alla Fortezza: la non-vita che scorre dentro le mura porta i protagonisti al deserto interiore, una desertificazione di cui Drogo farà le spese tornando in licenza in città e scoprendo che tutto ciò che di essa lo attraeva, la sua fidanzata, i teatri, le amicizie, il calore e l’affetto della sua famiglia, non aveva più alcun senso per lui e l’unico desiderio era quello di tornare nella sua Fortezza.

 

Per qualche attimo sembra esserci nella mente di Drogo un barlume di consapevolezza che sfiora il rimpianto per il tempo della giovinezza ormai passato e il dolore per il tempo che corre verso il “cielo di piombo” della fine della vita. Sono passati ventidue mesi dal suo arrivo alla Fortezza “… ventidue mesi sono lunghi e possono succedere molte cose: c’è tempo perché si formino nuove famiglie, nascano bambini e incomincino anche a parlare, perché una grande casa sorga dove prima c’era soltanto prato, perché una bella donna invecchi e nessuno più la desideri, perché la malattia… consumi lentamente il corpo… rimane ancora tempo perché il morto sia sepolto e dimenticato, perché il figlio sia di nuovo capace di ridere…  L’esistenza di Drogo invece si era come fermata. La stessa giornata… si era ripetuta centinaia di volte… Il fiume del tempo passava sopra la Fortezza… ma su Drogo passava invano” (pag.67).

 

E’ ancora il passare del tempo che viene posto alla nostra attenzione ed ancora come questo elemento sembri non avere alcun effetto sul deserto della mente di Drogo. Anzi, nella fortezza tutto deve avvenire sempre allo stesso modo perché ogni variazione, ogni cambiamento, svelerebbe proprio il passare del tempo, scandito da ogni cambiamento che presuppone un prima e un dopo.

 

La desertificazione che è avvenuta nel mondo interiore di Drogo mi fa ripensare alla copertina del libro, il contenitore senza contenuto, il mondo interno che è stato distrutto.

 

Fortemente indicativa sarà una vicenda descritta nel capitolo dodicesimo; nella ridotta avanzata della Fortezza viene avvistato un cavallo sfuggito probabilmente all’esercito nemico, l’esercito dei Tartari. Pur di negare questo evento, il soldato Lazzari sarà ucciso per aver deciso di andare a catturare il cavallo e verificare la sua provenienza.

 

Lazzari. Già, perché Buzzati lo chiama Lazzari? Da Lazzaro? Colui che risorge e torna a vedere e proprio perché vede viene ucciso dalla Fortezza?

 

Se così fosse, potremmo pensare ad un attacco all’apparato percettivo, quell’apparato che ci lega e ci collega alla realtà quotidiana che per sua natura è limitata, limitante e, perciò, frustrante.

 

Quanto è simile questa vicenda all’atteggiamento che molti nostri pazienti hanno nei confronti della vita, con il loro tentativo di negare ciò che i loro occhi possono vedere.

 

Mi torna alla mente un racconto breve, sempre dello stesso Buzzati, Eppure battono alla porta (in Sessanta Racconti ed. Mondadori) dove i personaggi della storia, pur di non essere disturbati nella loro quiete casalinga, negano i richiami che arrivano dall’esterno e che annunciano la catastrofe imminente, finendo per soccombere sotto le macerie della propria abitazione travolta dal fiume in piena.

 

E la stessa sorte toccherà agli (avranno gli) occupanti della Fortezza Bastiani che negheranno fino alla fine l’avvicinarsi del nemico, dei Tartari.

 

La morte coglierà l’ormai Maggiore Drogo mentre si ritira, non potendo affrontare neanche quest’ultima battaglia.

 

 

 

Al deserto dei Tartari mi ha fatto pensare un sogno raccontatomi da Andrea, un ventiquattrenne (al suo secondo anno di analisi) che per non affrontare le sensazioni le emozioni che si generano in lui quando si relaziona alla realtà, ha desertificato il proprio mondo interno: Sono in una battaglia. Io e il mio gruppo siamo asserragliati in una casa che è una specie di fortino che si trova in alto lungo il costone di una specie di canyon, come quelli del Far West. Tutte le armi sono vere ma io ho solo una pistola che ha come proiettili delle specie di spilli e che, ad un certo punto, si inceppa. I nemici vengono dal basso e avanzano. Riescono ad entrare. Io sono aggredito da un nemico e vengo messo a terra. Nel momento in cui i nemici entrano, stranamente la battaglia cessa ed io mi stupisco perché nonostante il tanto sparare non ci sono né morti né feriti.

 

La battaglia che Andrea ingaggia è con la propria realtà; lui con la mente va in alto, lontano dai suoi sensi che potrebbero dargli informazioni sulla realtà. La difficoltà di tollerare qualsiasi alterazione  sensoriale ed emozionale lo ha portato ad aggredire il proprio apparato percettivo che comincia a produrre immagini (allucinazioni?) che proietta sui muri della stanza di analisi.


La sua battaglia contro la realtà non è, tuttavia così definitiva, visto che sogna se stesso con una pistola che non spara. Per fortuna per il giovane i nemici/elementi della realtà riescono penetrare nella sua Fortezza, permettendo ad Andrea di rendersi conto che l’essere messo a terra/mettere i piedi per terra non è qualcosa di così distruttivo, di così catastrofico, e che di questo non si muore.

Il materiale clinico mi ha, quindi, chiarito il senso del romanzo così come il romanzo mi ha svelato il significato di alcuni atteggiamenti dei miei pazienti.

11/12/2012

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