Coltart Nina, Come sopravvivere da psicoterapeuta. Commento di Daria Ricciardi (03.03.2015)

Nina Coltart (1998) Come sopravvivere da psicoterapeuta. UTET Università

 

Commento di Daria Ricciardi

 

Scomparsa nel 1997, Nina Coltart ha ricoperto cariche istituzionali di rilievo nella Società Inglese di Psicoanalisi negli anni ottanta e novanta  come libera rappresentante nel Gruppo indipendente. Come sopravvivere da psicoterapeuta (UTET, Torino 1998), è la sua seconda opera dopo Slouching towards Bethlehem (Free Association Books, Londra 1992, non tradotto in italiano), precedente al suo terzo e ultimo volume Il bambino e l'acqua sporca (Astrolabio, Roma 1999).

 

Nell'accostarsi alla lettura di questo saggio, immediatamente si apprezzano la libertà intellettuale dell'autrice, la ricerca personale e autentica e il rifiuto verso posizioni di appartenenza “politica” in seno alla Società Psicoanalitica. Nina Coltart rivolge il suo sguardo attento alle difficoltà insite nella costruzione di una solida identità psicoterapeutica e psicoanalitica da parte dei “giovani” professionisti qualificati nelle diverse  Società che formano alla psicoterapia psicoanalitica; “giovani” non per età, naturalmente, ma per esperienza e bagaglio clinico acquisito. L'autrice chiarisce subito le motivazioni alla base della scelta di un termine estremo come “sopravvivenza”: “la vita professionale di uno psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico a tempo pieno è emotivamente e psicologicamente ardua, ed è questo aspetto di difficoltà, con ostacoli da affrontare, risolvere e superare che giustifica l'idea di sopravvivenza” (pag. 5). Sopravvivere da psicoterapeuta, peraltro, non ha necessariamente a che fare con situazioni estreme (come pure possono talvolta capitare nella nostra vita professionale, e l'autrice ci accompagna a conoscerne alcune di proprie), bensì con la possibilità e l'occasione di sopravvivere piacevolmente: “sopravvivere piacevolmente significa necessariamente incappare in qualche problema e risolverlo: si tratta di situazioni difficili (…) che quando vengono superate ed entrano a far parte del passato trasmettono al sopravvissuto un particolare tipo di soddisfazione”. Il particolare tipo di solitudine dello psicoterapeuta, la sua volontaria e continua esposizione alla sofferenza altrui si accompagna “alla speranza – o convinzione – che il modo in cui offre se stesso possa costituire una terapia in grado di guarire l'altro” (pag. 6). La dimensione della speranza – o convinzione – porta subito all'attenzione del lettore un aspetto centrale nell'esperienza di psicoanalista e psicoterapeuta dell'autrice, quello della vocazione. Il carattere vocazionale di questa professione ha costituito la sua propria fonte di  sopravvivenza piacevole, ricca e feconda: “utilizzando l'idea di vocazione mi riferisco alla profonda convinzione emotiva e intellettuale che l'individuo nutre di perseguire uno scopo assolutamente adatto a sé (...) posso affrontare l'argomento perché sono assolutamente certa, e lo sono stata per anni, di essere assolutamente adatta al lavoro che svolgo; fin dagli inizi ho avuto la certezza incrollabile di ciò che riconoscevo come vocazione” (pag. 12). Ma cosa accade quando il giovane psicoterapeuta, terminata la sua lunga formazione nell'istituzione di appartenenza, si ritrova “da solo” nel suo studio professionale? Con quali e quanti paradossi inizia a confrontarsi, ormai privo dei dispositivi del suo training (l'analisi naturalmente, ma anche i seminari, le supervisioni, il supporto del proprio tutor)? “Il nuovo professionista si trova nella condizione che ha sempre e consapevolmente desiderato raggiungere: l'indipendenza. Il paradosso soggettivo dell'individuo che emerge, indifeso e inesperto, dalla formazione mentre a tutti gli effetti appare al mondo esterno come prima, cioè un adulto di mezza età, sicuro di sé e responsabile, può costituire uno dei momenti più pericolosi e difficili del cammino” (pag. 8). A fronte di queste considerazione, peraltro, l'autrice si mostra convinta della necessità di affrontare da soli questa condizione di crisi: “prima il neospecializzato terapeuta comincia a reggersi sulle proprie gambe, meglio è”. E ancora: “la terapia è essenzialmente un'arte in cui la fiducia di sé è all'ordine del giorno”. La fiducia di sé è peraltro continuamente minacciata da quella che l'autrice definisce con immediatezza come “l'ansia del principiante” che “si dissipa gradualmente, man mano che conoscete e interiorizzate ciò che è veramente destinato ad appartenervi; mentre il sapere si deposita nel serbatoio dell'inconscio affronterete in maniera più disinvolta ogni seduta e diventerete via via più sicuri di voi stessi” (pag. 17). L'autrice introduce nel suo discorso Bion, a partire dalla sua celebre indicazione di affrontare ciascuna seduta con i pazienti “senza memoria e senza desiderio”. Per quanto questa preziosa indicazione sia considerata come più realizzabile nell'ambito di una analisi classica, rispetto ad una psicoterapia con una frequenza ridotta delle sedute settimanali, essa ha il merito indiscutibile di aiutare lo psicoterapeuta a lasciarsi sorprendere dai propri pazienti: “la preservazione consapevole e attenta delle capacità di fare tabula rasa, rivolgendo a ogni paziente, durante ogni seduta, una superficie pulita e ricettiva, è il modo migliore di mettere l'inconscio al proprio servizio” (pag. 31). D'altro canto, anche noi dobbiamo sperare di riuscire a sorprendere i nostri pazienti, afferrando un concetto da una nuova prospettiva, o spingendoci al di là del significato apparente del loro discorso. Secondo l'autrice gli psicoterapeuti hanno bisogno di prendersi cura e di far crescere queste capacità “innate” in una atmosfera particolare. Farsi soprendere dal paziente e sorprenderlo a nostra volta ci permette di conservare l'entusiasmo nel nostro lavoro, anche dopo molti anni. L'atmosfera in cui far sviluppare questi “doni” legati essenzialmente all'intuizione, consiste nella “recettività verso ogni frammento di informazione che il paziente trasmette dall'inizio di ogni seduta”. Riconoscere e tollerare i numerosi paradossi presenti nella vita dello psicoterapeuta è essenziale anche al fine di sopravvivere  piacevolmente. Il principale paradosso dello psicoterapeuta consiste nell'essere individui consapevoli delle proprie numerose fragilità, malgrado l'analisi e per merito dell'analisi; consapevoli dei limiti della propria esperienza, dei limiti della propria conoscenza: “individuiamo il paradosso che costituisce il nocciolo centrale della questione: la preparazione degli psicoterapeuti si basa sulle loro debolezze, mentre tutte le altre professioni si basano sulla forza” (pag. 56). E ancora: “in molti settori della vita quando ci rivolgiamo a un esperto per avere un consiglio vogliamo delle risposte (…). E' qui che i paradossi della nostra professione cominciano a manifestarsi più chiaramente. Per quanto possiamo sentirci ansiosi, privi di risposte già pronte e incapaci di consigliare sappiamo ascoltare quello che ci viene detto e anche ciò che è taciuto (…) sappiamo riconoscere, e forse farne prendere coscienza all'altra persona, che non conosciamo la risposta, ma che abbiamo fiducia nel fatto che la nostra presenza lo aiuterà nel cammino verso una maggiore conoscenza di se stesso e che, grazie a quella conoscenza, siamo fiduciosi in un miglioramento delle sue condizioni” (pag. 57). E veniamo al paradosso che assume più di molti altri un carattere di sfida alle capacità dello psicoterapeuta, e che l'autrice tratta coniugando le proprie riflessioni teoriche con esperienze cliniche in questo caso, sì, estreme. Il suo riferimento alla nota indicazione di Bion riguarda anche il pericolo insito nel desiderio del terapeuta sul proprio paziente, compresa l'aspirazione al suo miglioramento: “solo così possiamo sopravvivere, sapendo dentro di noi che il paziente sarà capace di accomiatarsi da noi, un giorno, essendo ancora completamente se stesso nella misura in cui gliel'avremo permesso, con la sua identità libera dalla nostra influenza e dalle distorsioni prodotte dal nostro giudizio su quello che era bene e male per lui; se ne andrà essendo responsabile di se stesso, delle sue scelte e decisioni, del suoi pensieri: del suo Sé, insomma” (pag. 62).

 

L'autrice, in una sorta di dialogo con il proprio lettore, mette a sua disposizione con grande generosità le proprie esperienze professionali, ma anche private, biografiche. Racconta il proprio personale sistema per arricchire la propria vita professionale, attraverso l'esercizio costante della valutazione, accanto alla psicoanalisi e alla psicoterapia, cui dedica due capitoli ricchi di materiale clinico e di suggerimenti. L'autrice peraltro si preoccupa sempre di intersecare il materiale clinico alla questione dell'identità professionale, al fine di aiutare il lettore a tornare sempre sul proprio percorso di psicoterapeuta, a interrogarsi su quale sia il punto del cammino in cui si trova. La fede è stato un tema ricorrente nella ricerca dell'autrice, a partire da Slouching towards Bethlehem: “Non quella con la F maiuscola, però, che almeno nella mia mente condizionata, si riferisce alla Fede cristiana” (pag. 151). La fede laica di cui parla l'autrice è radicata nel processo teraeputico che siamo stati abituati a mettere in atto, e che ci sostiene: “Finalmente, magari dieci anni dopo il conseguimento della specializzazione, capiamo che la fiducia nel processo terapeutico ci ha sostenuti intanto che la fiducia in noi stessi è aumentata fino a eguagliarla”.

 

Un ulteriore aspetto su cui l'autrice desidera sollevare una adeguata attenzione riguarda i rischi insiti nel mestiere di psicoterapeuta: “In quanto terapeuti conduciamo esistenze così isolate e insolite (ci limitiamo a vedere poche persone che, per un certo periodo, diventano estremamente dipendenti da noi) che è fatalmente facile scivolare in uno stato di onniscienza e onnipotenza, due dei maggiori rischi professionali. Solo un'attenzione critica costante rivolta alla nostra tecnica e il rispetto per il paziente e il processo della terapia, sono in grado di salvarci” (pag. 160).

 

Questa lettura agile, fresca, ricca di spunti, offre una immagine molto vivida di una psicoanalista sicura di essere nel luogo giusto, cioè nel proprio studio con i propri pazienti, a svolgere il lavoro giusto per sè, il più adatto a permettere una crescita ed uno sviluppo creativo.

05/03/2015

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