Claustrofilia. Commento di M.G. D'Amato

 

Elvio Fachinelli

Claustrofilia

Ed. Adelphi Milano

Prima edizione gennaio 1983

 

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La lettura di Claustrofilia mi ha sollecitata a rileggere Analisi terminabile e Analisi interminabile.
Leggerli in contemporanea, o quasi, è stata un’esperienza molto interessante.

Da una parte c’è  Freud, il maestro, l’illuminista, il paladino della coscienza che si adopera per far rientrare l’incomprensibile apparente nei binari di una logica mentale che sovrappone sempre la sua forma, anche quando sembra distanziarsene, alla forma alogica, atemporale e misteriosa dell’inconscio. Ma si arresta dove il campo psichico, dopo avere attraversato tutte le stratificazioni psicologiche, incontra la “roccia basilare”(pag, 535 in Analisi terminabile e Analisi interminabile) sottostante del campo biologico. E tuttavia sembra non negare  la potenza di certe suggestioni che fanno sì che  “..di tutte le credenze e superstizioni che l’umanità reputa di aver superato, non c’è ne è una di cui non sopravvivano residui…”, al punto che ”talora verrebbe perfino da dubitare che i draghi preistorici si siano davvero estinti” (pag 512 in Analisi terminabile e interminabile).

Dall’altra parte c’è il pensatore nuovo, audace ed eclettico che si sforza di andare oltre i pilastri del conosciuto, della roccia basilare, accettando di includere nel suo orizzonte fenomeni bizzarri quali prestazioni oniriche che sembrano preveggenze, coincidenze misteriose da apparire magiche, fenomeni destinati, almeno per ora, a conservare un che di segreto nella loro essenza.

Il punto di partenza di Fachinelli è la questione della durata del trattamento psicoanalitico, che si è andata progressivamente allungando dagli inizi della storia della psicoanalisi, questo tempo lento, così in contrasto con la tendenza attuale che fa della rapidità una delle qualità del secolo, come spiegava Calvino nelle sue celebri Lezioni Americane. Egli fa una ardita analogia tra la forma in cui è strutturato il tempo delle sedute, scandito, uniforme e protetto, e il tempo della società industriale, legato all’attività delle macchine, alla produttività e al salario, arrivando a prefigurare una qualità di lavoro “proto-industriale” (pag. 25) dell’attività psicoterapeutica. Tuttavia questa visione che sembra nascere da una critica di stampo  sociale o politico sull’uso della psicoanalisi, nella quale forse si potrebbe  intravedere lo psicoanalista scomodo, ribelle, degli esperimenti sociali e dei gruppi aperti, serve a Fachinelli da stimolo per cercare di capire cos’è che rende il meccanismo della cura vischioso, ripetitivo, si potrebbe dire  impegnato a lavorare contro la guarigione. “Occorre - egli dice - individuare l’implicito, il presupposto latente che lavora all’interno, non visto, in ogni momento” (pag. 41).

Nell’esaminare la temporalità dell’analisi, Fachinelli indica alcuni singolari paradossi. Uno è la contrapposizione tra il tempo rigorosamente finito e stabilito della seduta e l’indefinito tempo in cui si iscrive il percorso del trattamento, un indefinito che a volte tende all’infinito. Un altro è la distanza che intercorre tra l’estrema libertà della consegna con cui inizia il trattamento, l’invito a comunicare tutto ciò che passa per la mente, e l’impossibilità a realizzare totalmente questa libertà. Essa infatti richiede l’abolizione improvvisa del controllo che normalmente esercitiamo sulla comunicazione, anche quella con noi stessi, e tale improvvisa abolizione delle regole apre un vuoto  che spaventa, e che spesso si tende a riempire con procedimenti difensivi. Inoltre la segmentazione in sedute, mentre da una parte costringe la comunicazione in un tempo circoscritto, dall’altro sembra schiudere il miraggio di spostarla nel futuro, in un continuo differire. E tuttavia, mentre sembra sottolineare tali criticità del percorso, Fachinelli non nega la necessità del metodo delle libere associazioni, che “resta - egli dice - la molla più attiva del processo analitico” (pag. 48).

Quali dunque le ragioni che stanno a monte dell’impasse del processo analitico, tendendo a volte a trascinarlo all’infinito?  Certamente oggi l’analisi, diversamente dai tempi di Freud, sempre più affronta il tema della psicosi  confrontandosi con gli stati primitivi della mente, e certamente possiamo dire che diversi sono gli obiettivi della cura, che si pone “non più l’infelicità comune ma piuttosto mete di crescita, maturazione, integrazione, sintonia emotiva..”, (pag. 36) ma queste risposte non bastano.

Fachinelli prende in esame  una serie di sogni ed eventi particolari che accadono nel corso di alcuni trattamenti, in cui l’elemento  comune è una sorta di impantanamento nel quale si trovano bloccati analista e paziente,  e nel farlo egli si imbatte in un’area della mente che ha qualcosa di oscuro e magico al tempo stesso, per le modalità con cui si manifesta. E’ l’area del perinatale, di un pensiero-senso che si aggira nei dintorni della nascita, della vita intrauterina prima durante e dopo l’evento della nascita, la grande separazione che costituisce il venire al mondo. I sogni perinatali e gli incubi della scena primaria - Fachinelli dice - non mancano in nessuna  analisi, ma è proprio attraverso la nitidezza e la forza con cui essi si presentano in alcuni pazienti, e in certuni momenti del percorso di trattamento, che egli arriva a una ipotesi di comprensione dell’effetto stagnante che l’analisi assume per paziente e analista insieme, una situazione di impaludamento dalla quale sembra non si possa/voglia uscire per affrontare la catastrofe del cambiamento.                 

Egli giunge così a definire ”un’area caratterizzata, a livello inconscio, da indistinzioni nel rapporto madre-figlio e dal collegamento con quell’immagine di terrore e fascinazione chiamata scena primaria. In quest’area le differenze proprie della vita adulta, tra madre e bambino, gravidanza e vita extrauterina, nascita e parto, si sciolgono in un continuum bivalente... Ciò che mi sembra essenziale è una condizione che coinvolge insieme, e allo stesso livello, madre e bambino” (pag. 93-94). Il termine claustrofilia, che Fachinelli conia per definire questa situazione, esprime con chiarezza linguistica la spinta a permanere in questo spazio di continuum bivalente, di cui i sogni perinatali, o quelli che alludono a un soggiorno intrauterino  sono l’espressione più evidente, ma che si ripropongono nella situazione a due nell’analisi, dove viene ricercata e trattenuta la medesima situazione di unità duale, interferendo così sul tempo del trattamento.

Ora nell’illustrare il modo in cui l’area claustrofilica si propone sulla scena del trattamento, Fachinelli individua una serie di elementi che si ripetono nella sua esperienza con pazienti dediti, sembra, a un protrarsi indefinito della cura.  

In primo luogo si tratta di fenomeni di grande risonanza percettiva rintracciabile sia nella vita reale che in quella onirica. Fachinelli, rifacendosi a quanto conosciuto all’epoca in cui scrive circa la capacità del feto di ricevere e integrare informazioni sensoriali, e che era molto meno di quanto sappiamo adesso,  avanza l’ipotesi di un significato che rinvia a percezioni primordiali di epoca intrauterina e in genere perinatale.   

Il secondo elemento  è costituito da quelli che egli chiama rapporti di “co-identità”, che pur richiamando la fantasia gemellare o del doppio, non rinviano propriamente a una fantasia di fusionalità o duplicazione, quanto a uno stare con-simile. In tal senso la ricerca di una “co-identità”, sembra avere a che fare proprio con  quell’area  in cui il bambino e la madre coesistono in una specie di essere due in uno o uno in due, rappresentato appunto dalla unità duale della situazione gestazionale. Tale situazione si esprime nella ricerca esasperata di una”identità-partecipazione, con la madre-analista” (pag. 159) e rivela tutto il suo carico di frustrazione quando si scontra con l’esistenza di altri.  “Si coglie così che la fantasia di co-identità è contigua all’intensa e ambigua scena primaria, in cui l’escluso con emozioni di rabbia e abbandono (il bambino) è nello stesso tempo chi partecipa all’atto sessuale (la madre)” (pag.159). Lo scopo della “co-identità” è dunque fuggire dalla situazione edipica e ristabilire la congiunzione con la madre.

Tale  retrocessione ai primordi della costruzione della vita psichica, che oggi possiamo  riconoscere  antecedente all’evento nascita, anche grazie alle nuove ricerche e scoperte in campo prenatale, ci introduce  nel mondo misterioso e continuo,  continuità di spazio, comunicazione e scambio tra i due esseri che sono il bambino e la madre, e dà ragione del terzo elemento che Fachinelli prende in esame come  indicatore dell’area claustrofilica: le coincidenze inquadrate di solito nella cosiddetta percezione extrasensoriale.                                        

E’ affascinante la descrizione dei sogni di precognizione, delle curiose e misteriose coincidenze che si verificano nel corso dei trattamenti da lui presi in esame, i lapsus in cui incorrono analista e pazienti, situazioni che sembrano avere in sé qualcosa di magico, ma soprattutto  perturbante.

”Il sognare chiaroveggente -Fachinelli suggerisce- implicherebbe l’uso di quel canale comunicativo che una volta, nella condizione perinatale, era aperto, e che ora per la maggior parte di noi è o sembra ermeticamente chiuso. E la relazione contraddittoria dell’uno in due, la relazione di coidentità, avrebbe a questo livello il suo modello, in cui ovviamente le nostre dimensioni spazio-temporali adulte non esistono. (pag.175). Di qui la dimensione segreta, misteriosa, che porta alla definizione di fenomenica extra sensoriale, come segreta e misteriosa è la comunicazione tra la madre e il feto-bambino.  Ora poiché la psicoanalisi per la sua struttura temporale, ma direi anche  per il suo statuto  relazionale, implica un ritorno a un livello evolutivo arcaico in cui domina una unità duale, è necessario- è la tesi di Fachinelli- il riconoscimento di questo stato per poterne uscire.  E’ lo stato in cui la continuità della situazione-relazione analitica si scioglie nella “coidentità” ricercata e talora sostenuta dall’analista stesso, se non è riconosciuta, e si traduce nella claustrofilica esasperazione di un continuum che rende interminabile il processo.

L’uscita da questa unità duale  è risolutiva per la  problematica temporale del processo analitico, ed è la scena primaria, ossia l’avvento del terzo, che rappresenta il vero punto di svolta per  la rottura dell’unità duale. Infatti questi fenomeni bizzarri si presentano, egli nota, in prossimità di momenti di distacco o di svolta, e contengono tutta la carica trasformativa e per certi versi spaventosa del cambiamento profondo. E’ l’irruzione del terzo polo, presentificato dalla scena primaria, che può risolvere, come in una tema musicale, la tensione paralizzante dell’unità duale, ponendosi come limite e punto di svolta, quando ci riesce,  via di fuga  dalla situazione claustrofilica che ripete all’infinito il tempo definito e protetto delle sedute di trattamento.

A me sembra, con Britton,  che la stessa capacità autoriflessiva che si manifesta in alcuni sogni, come la mente dell’analista  che osserva le due menti al lavoro, la sua e quella del paziente, nonchè  la relazione tra loro, possa rappresentare quel terzo polo determinante al fine di avviare un reale processo di soggettivazione del paziente.

Quello che Fachinelli segnala è l’importanza del riconoscimento dello stato  claustrofilico e la tentazione di sostarvi per un tempo indefinito; d’altro canto la forza della sensazione di pericolo che l’avvicinarsi del terzo porta inevitabilmente con sé, e la capacità della coppia analitica di accettarlo come ineludibile e necessario per uscire dall’unità duale, pongono la scommessa del trattamento .

Questo testo, scritto nei primi anni 80, quando decollava un’epoca di illusioni grandiose e mendaci, in cui ci si avviava a disporre di mezzi tecnici tali da fingere di aggirare la separatezza che contraddistingue l’essere umano, che lo individua come soggetto e lo destina alla solitudine, oggi, a rileggerlo, mi sembra straordinariamente attuale. Abbiamo assistito, durante il primo lockdown, al ritrovamento di un inatteso benessere in alcuni pazienti che hanno vissuto l’isolamento come il ritiro in un claustrum protettivo e benefico, con attenuazione della sintomatologia, e da cui è stato perfino doloroso uscire. Anche della nascita possiamo dire che è una cesura dolorosa e inevitabile. Alla fine sempre di separazione si tratta, e dunque del riconoscimento della nostra umana finitezza. E per ritornare al problema del tempo da cui prende le mosse il libro, mi piace citare i versi di Marina Cvetaeva  “Nascere, piccolo, è cadere nel tempo..” (La Sibilla al bambino).

14/03/2021

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