Chiusura Ospedali Psichiatrici Giudiziari - Va' Pensiero n°660


Corrado De Rosa, psichiatra e scrittore.


Pubblicato su Va' Pensiero n° 660

 


Una delle contraddizioni che rimangono ancora dopo la scadenza posta dalla Legge 81, ha commentato Fabrizio Starace, è il principio di non imputabilità del folle reo incapace di intendere e volere e socialmente pericoloso. Un principio che, oltretutto, è stato spesso oggetto di comportamenti opportunistici da parte di autori di reati senza malattia mentale… 


Attraverso i disturbi psichici simulati, i clan chiedono e spesso ottengono benefici di giustizia. Sfruttano i quesiti peritali classicamente posti dai giudici e attraverso l'infermità o la seminfermità raggiungono proscioglimenti o riduzioni di pena, attraverso l'incapacità processuale la sospensione dei processi e attraverso l'incompatibilità con il regime carcerario le scarcerazioni. Spesso con affidi ai centri di salute mentale oppure con ricoveri in cliniche convenzionate con il sistema sanitario nazionale, dove possono proseguire i loro affari.

Che cosa sono stati gli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) per i mafiosi? 

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, hanno rappresentato una sorta di incubatrice per i rapporti tra clan di latitudini diverse. Uno dei luoghi in cui le mafie si sono conosciute. La banda della Magliana, attraverso Nicolino Selis, ha incontrato Raffaele Cutolo negli OPG campani; a Reggio Emilia Pino Marchese, che diventerà l'autista di Riina e poi il primo pentito che collaborerà con lo Stato nelle indagini sulla strage di Capaci, ha stretto i rapporti con Marcello Colafigli. E tra le mura degli OPG di Reggio Emilia e Aversa è stato messo a punto un piano - mai attuato - per uccidere Gianni De Gennaro, l'attuale presidente di Finmeccanica, che in quegli anni lavorava gomito a gomito con Giovanni Falcone.

Qual è il momento clou dell'occupazione degli OPG da parte dei mafiosi?

La metà degli anni Settanta. Quando la psichiatria ufficiale correva alla riforma che sarebbe culminata con la legge 833 del 1978, un gruppo di psichiatri su cui convergevano interessi politici, eversivi, massoni, piduisti e mafiosi, offrivano la loro competenza ai clan garantendo l'impunità - uno degli obiettivi perseguiti con più tenacia dai boss - a mezzo di follia. E non è casuale che il momento chiave sia proprio il 1978, perché le mafie sono abilissime a comprendere come sfruttare le circostanze. L'anno simbolo per la psichiatria moderna è l'anno in cui Aldo Semerari incontra nella sua villa nella Sabina i capi della Magliana, ed è l’anno terribile dell’OPG di Aversa. Davanti all’OPG arrivano frotte di camorristi che si costituiscono dicendo: “Meglio il manicomio che Poggioreale”. Il 5 febbraio 1978, Raffaele Cutolo evade facendo saltare in aria il muro di cinta della struttura e il professor Domenico Ragozzino, che dirige il manicomio criminale, è travolto dallo scandalo del reparto VIII: un albergo a cinque stelle per i boss mentre il resto della struttura è un lager. Ragozzino, condannato in primo grado e assolto in appello nel processo che scopre il velo sulle criticità della struttura, si toglie la vita proprio in quell'anno.

E gli altri OPG?

La storia dell’OPG di Barcellona Pozzo di Gotto è anche la storia di Cosa nostra. Da lì sono passati Leonardo Vitale, il primo grande pentito di mafia, Tommaso Buscetta, Frank “tre dita” Coppola, Agostino Badalamenti, i Greco e i Bontate, i fratelli Marchese, Pippo Calderone e moltissimi altri. Tutti preceduti da perizie psichiatriche che sembravano fatte con lo stampino. A Montelupo Fiorentino, invece, si scatenò il finimondo quando nel 1994 don Armando Elmi, per 24 anni cappellano dell’OPG, denunciò su un settimanale cattolico i soggiorni dei mafiosi grazie a perizie di comodo. 

Oggi gli OPG restano territorio di conquista dei mafiosi?

Non come negli anni Settanta e Ottanta. Proprio perché capiscono prestissimo come sfruttare i mutamenti sociali o culturali, i boss scelgono altre strade quando nel 1986 la Legge Gozzini sancisce il significato riabilitativo della pena. E da allora vanno alla ricerca di ricoveri comodi in strutture più o meno compiacenti sparse per l'Italia: dalla Lombardia alla Sicilia, passando per Roma, la Campania e il cosentino. Resta fatto che fino a pochissimi anni fa in OPG soggiornavano Peppe Gallo, uno dei più grandi narcotrafficanti vesuviani, Michele Senese, il re del traffico di stupefacenti a Roma, Nino Santapaola, il fratello di Nitto, che ha costruito la sua carriera di finto matto con montagne di certificazioni trentennali, e tanti altri.

È possibile stimare quantitativamente il fenomeno della strumentalizzazione della malattia mentale nei processi di mafia?

No, perché non esiste una banca dati o un sistema di rilevazione epidemiologica sul tema. Ma è possibile stabilire che i finti pazzi sono centinaia e che non c'è grande processo di mafia che non ne abbia avuti: dal primo processo di camorra che si discusse all’inizio del Novecento a Viterbo, al processo Spartacus sui Casalesi, a quelli in cui i mafiosi hanno tirato in ballo i politici. Durante le udienze del Maxiprocesso, quello istruito da Falcone e Borsellino, c'erano imputati che entravano in aula in camicia di forza; il basista della strage di Capaci ha cercato, invano, di costruire la sua strategia difensiva processuale sulla follia; i boss della Magliana erano praticamente tutti periziati - anche alcuni di quelli oggi coinvolti dalla vicenda di Mafia capitale - e così pure i padrini della faida tra Cutoliani e anticutoliani, che ha fatto 987 morti in sei anni all'inizio degli anni Ottanta.

Ci sono condizioni cliniche particolarmente critiche, nel gioco della simulazione delle malattie?

Sicuramente oggi non sono più credibili le pantomime orientante a controllare il quesito sulla capacità di intendere e di volere. Quelle che volevano Raffaele Cutolo affetto da una malformazione per cui quando veniva toccato al collo perdeva il controllo della situazione, oppure quelle che volevano il suo nemico giurato, Umberto Ammaturo, talmente pazzo da parlare con i muli, come dicevano le sue carte sanitarie. E neppure sentiamo più parlare di boss che appena arrestati dicono di essere Napoleone oppure ripetono come automi farsi più o meno stereotipate, cosa all'ordine del giorno negli anni della seconda guerra di mafia. Oggi i sistemi sono molto più sofisticati e la partita si gioca principalmente sul quesito che riguarda la compatibilità con il regime carcerario. Se indiscutibilmente è vero che il carcere promuove sofferenza, disagio psicologico e veri e propri disturbi psichici, se è verissimo che in carcere ci si suicida venti volte più che altrove, è vero pure che ci sono troppe reazioni da disadattamento che diventano depressioni maggiori, condotte autolesive che si trasformano in tentativi di suicidio, idee prevalenti saldamente ancorate al piano di realtà spacciate per deliri, dimagrimenti patologici procurati convertiti in anoressie.

Che cosa può succedere con la chiusura degli OPG?

Non è possibile prevederlo con certezza. Ma è chiaro che, se non c’è grande cambiamento a cui i boss non si siano adattati rapidamente, con la chiusura degli OPG il rischio di un approdo dei mafiosi nelle cosiddette REMS, le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, c'è e va tenuto in considerazione.

E quindi cosa potrà fare la psichiatria per ridurre il rischio di strumentalizzazioni? 

La psichiatria è chiamata a migliorare ulteriormente l’assistenza sanitaria in carcere e le strategie di riconoscimento delle situazioni di reale sofferenza da quelle simulate. Si tratta di una scienza che non è supportata da esami ematochimici o radiografie. Per questo i boss che preferiscono la follia dicono: “Se ti rompi un braccio ci sarà una radiografia che lo confermerà. Se dici di essere depresso, sarà difficile dimostrare se fingi oppure no”. Ma troppo spesso i boss presentano certificazioni preconfezionate, e le perizie diventano l'ultimo anello di una lunga catena di potenziale corruzione. E se la Psichiatria ha prestato il fianco alle strumentalizzazioni - in alcuni casi consapevolmente, in altre per banali ragioni di ignoranza e di mancato riconoscimento dei tranelli a cui è stata esposta - allora sarà utile tenere accesi i riflettori su quelle situazioni che più spesso s’incontrano quando ci si occupa di salute mentale in carcere o di consulenze per l'autorità giudiziaria; sarà necessario riflettere di più su formazioni ad hoc nel campo della psichiatria forense, sul tema della psichiatria penitenziaria e su quello della simulazione di malattia. E sarà utilissimo favorire - nel corso dello svolgimento delle perizie e nella fase di definizione dei percorsi di cura per gli autori di reato - un ulteriore avvicinamento tra periti e medici dei dipartimenti di salute mentale. Antimafia è una parola spesso abusata, ma antimafia significa anche rispondere con argomentazioni specialistiche alle sempre più articolate specializzazioni delle mafie. Su questo la psichiatria può avere un piccolo ma fondamentale ruolo nel difficile lavoro di contrasto all'illegalità.

29 aprile 2015

 
 

06/05/2015

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