Claudio Paluzzi intervista Riccardo Lombardi

INTERVISTA CON  RICCARDO LOMBARDI

a cura di Claudio Paluzzi

 

 

Negli ultimi anni mi sono molto appassionato al crescente interesse che il mondo psicoanalitico ha rivolto al corpo e alla corporeità: questo mi ha portato ad approfondire il pensiero di Riccardo Lombardi che ha lungamente ed approfonditamente trattato questa tematica da un suo vertice personale. E’ così che è nata l’idea di effettuare una intervista che andasse a toccare questi temi centrali della attualità psicoanalitica.

 

La presente intervista è frutto di due colloqui che ho avuto con il dr. Lombardi tra Luglio e Settembre del 2016.

 

Riccardo Lombardi è Psichiatra Psicoanalista, Membro Ordinario della SPI con funzioni di training e membro IPA. I suoi numerosi articoli (la maggior parte pubblicati all’estero) hanno come punto costante di riferimento la clinica dei pazienti gravi (come testimoniano le numerose sequenze cliniche dei suoi lavori) con un’elaborazione teorica che parte dalla sua personale lettura dell’evoluzione Freud-Klein-Bion e con un’attenzione specifica alla dissociazione corpo-mente e al ruolo dello spazio-temporalità nei processi mentali. Secondo le statistiche del PEP (Psychoanalytic Electronic Publishing – Biblioteca informatica di psicoanalisi) il dr. Lombardi risulta essere il secondo autore italiano più letto a livello internazionale. Egli tiene regolarmente lezioni e supervisioni presso le più importanti istituzioni psicoanalitiche in Europa, Israele e Nord-America. Nel 2013 è stato invitato a tenere la relazione plenaria di apertura al congresso della Divisione di Psicoanalisi dell’American Psychological Association in Boston e nel novembre 2016 sarà Visiting Professor presso il Centro Psicoanalitico di San Francisco.

 

Il dr. Lombardi è autore di tre libri molto recenti. Il primo volume Formless Infinity. Clinical Exploration of Matte Blanco and Bion (Routledge, 2015), pubblicato nella collana dell’Istituto di Psicoanalisi di Londra ‘The New Library of Psychoanalysis’, costituisce una esplorazione psicoanalitica della psicosi. Il secondo ed il terzo volume Metà Prigioniero Metà Alato. La dissociazione corpo-mente in psicoanalisi (Bollati Boringhieri, 2016) e Body-Mind dissociation in Psychoanalysis. Development after Bion (Routledge, 2017) sviluppano un pensiero clinico centrato sulla relazione corpo-mente a partire dall’impostazione di Bion.

 

Egli ha inoltre curato i volumi collettanei L’Emozione come Esperienza Infinita (Angeli , 2007, con A. Ginzburg) e Psicoanalisi delle Psicosi (Cortina, 2016, con L. Rinaldi e S. Thanopoulos).

 

Paluzzi: Potrebbe fornirci il panorama di riferimento all’interno del quale si è costruita la sua attività professionale?

 

Lombardi: Dopo un iniziale interesse nell’ambito della chirurgia negli anni di medicina mi sono orientato verso la psichiatria svolgendo una attività di consultazione psicologica in ospedale, quella che in America chiamano la ‘liason psychiatry’, che è l’attività di legame con la medicina. Lavorando come psichiatra in ospedale sono stato da subito sollecitato ad interessarmi dei problemi del legame tra mente e corpo. Questo mio passaggio dalla chirurgia alla psichiatria dinamica è testimoniato anche dalla mia tesi di laurea sulle catexis corporee dopo intervento chirurgico, che esamina lo spostamento e i cambiamenti degli investimenti sul corpo in relazione agli interventi chirurgici… e poi a quell’epoca insegnava regolarmente in Cattolica Salomon Resnik, che portava un insegnamento di stampo kleiniano modulato da una specifica attenzione ai problemi del corpo ed arricchito della sua conoscenza della psichiatria fenomenologica. C’era, inoltre, Matte Blanco, dotato di un grande respiro teorico proiettato verso il futuro. Grazie a loro ho l’impressione di avere appreso più psicoanalisi durante gli anni della scuola di Psichiatria di quanto avvenne, anni più tardi, durante i corsi ufficiali dell’Istituto di Psicoanalisi Romano. Ma forse il problema è che quando la psicoanalisi diventa ufficiale, smette di essere interessante. La psicoanalisi o è pionieristica, o non è psicoanalisi. Non credo la psicoanalisi sia applicabile come protocollo di cura. Anche Bion diceva che la psicoanalisi non è un sistema di teorie, ma è una sonda.

 

Paluzzi: So che all’epoca lei affrontava queste problematiche anche occupandosi di gruppi di pazienti.

 

Lombardi: si, perché all’epoca avevo fatto anche una formazione di gruppoanalisi alla COIRAG, un approccio che non ho più coltivato preferendo il lavoro psicoanalitico individuale, che, a mio modo di vedere, tutela maggiormente, in genere, gli interessi del paziente. Sempre negli anni della mia formazione ho lavorato come assistente volontario al Centro di Psicosomatica dell’Ospedale S. Giacomo diretto da Luigi Scoppola, tenendo gruppi Balint per i medici, utilizzando il supporto di alcune supervisioni istituzionali di Eugenio Gaddini e studiando l’approccio di Pierre Marty che andai a conoscere personalmente a Parigi. In seguito ebbi una consulenza ufficiale come consulente psichiatra del reparto di Neurochirurgia del Policlinico Gemelli diretto dal Prof Rossi, che mi ha permesso di studiare i pazienti epilettici, soprattutto di competenza neurochirurgica, e di organizzare un lavoro di psicoterapia di preparazione all’intervento chirurgico che a quell’epoca si rivelò molto utile perché i pazienti che seguivo davano segni di riuscire ad affrontare molto meglio il soggiorno in terapia intensiva; si trattava di pazienti che erano esposti anche ad un rischio di morte. Il lavoro di consultazione psicoanalitica che facevo con loro si mostrava in grado di prepararli a questi difficili percorsi chirurgici, smontando le difese maniacali con cui andavano verso l’intervento e rendendoli coscienti, in termini più realistici, dei problemi del corpo che li riguardavano. Questo lavoro di consultazione risultò avere un effetto molto positivo sulla capacità di ripresa del paziente dopo l’intervento.

 

Paluzzi: come è avvenuto, poi, che dalla sua formazione in gruppoanalisi il suo interesse si sia focalizzato sull’individuo?

 

Lombardi: In realtà questa mia formazione di base, avvenne in parallelo ad una mia prima analisi personale. Quando poi ho iniziato a lavorare privatamente mi sono in prima battuta occupato di bambini ed adolescenti seguendo i corsi di Andrea Giannakoulas e Adriano Giannotti alla Neuro-Infantile e facendo una baby-osservation con Marcella Barria all’Università Cattolica. La mia tesi di specializzazione in psichiatria fu sulla relazione madre-bambino in Donald Winnicott, con l’assistenza della Barria: un lavoro apprezzato da Renata ed Eugenio Gaddini e da Andreas Giannakoulas, ma poi mai pubblicato, forse perché non lo ritenevo sostenuto da una mia casistica personale. Peccato perché, allora agli inizi degli anni ottanta, era già un buon lavoro! Quando ho cominciato a seguire privatamente in analisi i primi casi di bambini ed adolescenti, lavorai con la supervisione di Armando Ferrari, continuando a collaborare con il Centro di Consultazione per Bambini ed Adolescenti del policlinico Gemelli. L’impatto con Ferrari fu inizialmente molto difficile: mentre io cercavo di accompagnare l’analisi dei bambini con una sorta di holding centrato sulla risonanza emotiva, vedevo invece che Ferrari si aspettava da me una certa qual forma di interazione dialogica ed interpretativa. Passarono diversi incontri in cui l’unica notazione di Ferrari era la domanda: ‘Lei che ha detto?’ A questo non seguiva nessun commento da parte sua su cosa avrei potuto dire. Dopo varie sedute cominciai a dire qualcosa e a scoprire che il bambino rispondeva con interventi che aprivano a nuove possibilità. Soltanto quando io ed il mio piccolo paziente cominciammo a dare segni di avere un dialogo costruttivo, Ferrari iniziò a dire la sua. Per esempio, lì dove io mi aspettavo che l’elaborazione analitica portasse a costruire un simbolo dell’unione della coppia analitica e della riattualizzazione di una relazione madre-bambino, Ferrari vedeva l’attività simbolica come espressione di un tentativo di dare una risposta di contenimento alla pressione di una emozione esplosiva e disorganizzante e questo suo approccio permetteva di attivare dei cambiamenti molto veloci in relazione alla sintomatologia dei bambini. Quando ho più tardi cominciato a lavorare con gli adulti mi sono da subito occupato di casi gravi, non ultimo perché era anche più facile recepire pazienti se si era disposti ad occuparsi di questi casi. La prima paziente adulta che ho visto era un caso di psicosi per cui già da subito mi sono trovato a lavorare con le psicosi acute e questo ha poi dato una marca a tutto il mio stile di lavoro. Al tempo stesso ho fatto anche una formazione tradizionale durante il mio training alla Società di Psicoanalisi per cui ho fatto due lunghe supervisioni di quattro-cinque anni, una con Francesco Corrao e l’altra con Pierandrea Lussana: il primo di impianto più freudiano imperniato sul transfert paterno - che tale era l’approccio di Corrao dal momento che il suo Bion era essenzialmente teorico e non si declinava in una specifica attenzione ai livelli psicotici - mentre Lussana era molto attento alle peripezie del transfert materno.

 

Da quando ho lasciato l’Università nell’87 ho dedicato tutte le mie risorse all’attività privata.

 

Paluzzi: quindi con tutto il successivo lavoro sugli adulti, sulle psicosi molto gravi e su tutta l’attività scientifica di ricerca.

 

Lombardi: Si, nel senso che in un primo tempo ero interessato a restare all’Università per fare un lavoro di ricerca che ho poi riconvertito in maniera più funzionale nell’ambito privato. Ho potuto concentrarmi su una ricerca sulla psicoanalisi dei pazienti psicotici seguiti ad alta frequenza, anche 5 o 6 sedute a settimana, in un setting di gestione parallela di tre professionisti; mentre io curo l’aspetto psicoanalitico, altri due colleghi lavorano all’esterno: uno sugli aspetti psicofarmacologici e sulla gestione del ricovero, quando questo si rende necessario in una fase di acuzie, e un altro che si occupa del rapporto specifico con le famiglie.

 

Paluzzi: Il lavoro sulle psicosi è anche in termini personali molto faticoso.

 

Lombardi: si, perché il lavoro sulle psicosi implica una grande concentrazione da parte dell’analista, visto che è chiamato a contenere ansie molto forti. Il lavoro con la psicosi mobilita nell’analista delle componenti disorganizzanti che sono collegate non solo all’alta carica di distruttività del paziente, ma anche al livello sensoriale arcaico, e quindi non strutturato, a cui si muove l’esperienza dell’analizzando. Non si tratta solo del caos mentale in cui si lavora, ma anche del confronto con continue pressioni psicosensoriali cieche perché sprovviste ancora di un legame con i livelli rappresentativi. L’analista che lavora in queste situazioni porta continuamente con sé i livelli di angoscia vissuti dal paziente ed ha bisogno di una disciplina personale che gli permetta di tollerare il contatto con questa ansia disorganizzata rimanendo al tempo stesso capace di concentrarsi sul lavoro. Dopo il fine settimana, il lunedì mattina l’analista deve essere fresco, in forma, quando segue casi di questo genere, ovvero pronto ad accogliere e gestire situazioni complesse ed imprevedibili che richiedono un alto livello di attenzione e una disponibilità continua al contenimento delle pressioni disorganizzate provenienti dall’altro.

 

Paluzzi: E’ quello che dice in un articolo dove parla anche della necessità di una sua seconda analisi.

 

Lombardi: certo… io mi sono reso conto di avere bisogno di una seconda analisi dopo un incidente stradale con la bicicletta avuto mentre seguivo un paziente psicotico, nel senso che lì ho preso per la prima volta consapevolezza del potenziale disorganizzativo ed esplosivo del lavoro con questi pazienti, qualcosa che richiedeva un supplemento di analisi che poi si è rivelato estremamente utile; la realtà è che questi pazienti sono dentro di noi e ci costringono, se noi li vogliamo seguire, a funzionare allo stesso livello nel quale si struttura il loro disturbo; siamo, cioè, in aree pre-rappresentazionali e pre-mentali a contatto diretto con quello che Freud chiamava il “calderone ribollente dell’Es”, e, quindi, con aspetti fortemente disorganizzati e sotto il dominio dei fenomeni sensoriali ed emozionali primari. A quei livelli non è il pensiero strutturato che ci soccorre quanto la disponibilità a tollerare e contenere dentro di noi il contatto con questi livelli senso-emozionali primari.

 

Paluzzi: entriamo allora nel vivo del lavoro anche se mi pare che ci siamo già. Ci potrebbe descrivere i cardini del suo modello di intervento?

 

Lombardi: il primo cardine del mio modello di intervento è il primato di quello che porta l’analizzando, sia in termini di livello di funzionamento sia in termini di materiale. Insomma, la prima cosa è star dietro a quello che l’analizzando porta piuttosto che stare dietro alle nostre aspettative. Ovviamente i cardini di base del nostro funzionamento psicoanalitico ci vengono da Freud e Klein che hanno messo i parametri di base di quello che è un intervento psicoanalitico, il funzionamento dell’inconscio e le declinazioni dell’inconscio stesso e, cioè, il ruolo trainante del Processo Primario e la possibilità di accesso ad una traduzione dei vissuti senso-emozionali primari, attraverso quello che la Klein ha descritto come Fantasia Inconscia. Dopo di che, c’è Bion con l’attenzione ai processi di pensiero e ai nodi ed alle forme di declinazione del funzionamento mentale. Diciamo, però, che quello che ci deriva dalla tradizione psicoanalitica non è sufficiente per affrontare la clinica contemporanea perché noi lavoriamo spesso con casi in cui non solo è compromessa la capacità relazionale o la capacità di pensiero ed il contatto con le emozioni, ma, addirittura, è la presenza stessa del paziente, la capacità di essere mentalmente presente a sé stesso del paziente che viene meno. In questo senso il ruolo del corpo è determinante per introdurre una prima bussola, almeno per quello che io ho imparato dai pazienti, una prima bussola di orientamento nella organizzazione dell’Io. Non a caso Freud diceva che l’Io è prima di tutto un Io corporeo.

 

Paluzzi: Idea questa che è stata a lungo trascurata nell’evoluzione successiva della storia della psicoanalisi…

 

Lombardi: …si… l’importanza del corpo come prima bussola per l’organizzazione dell’Io è stata relativamente sottostimata a causa di tutta l’importanza che hanno in seguito acquisito i livelli più evoluti di mentalizzazione nello sviluppo della psicoanalisi. Lavorare, quindi, su questi livelli di integrazione del corpo, ho scoperto nella mia pratica, è essenziale per accedere ai livelli più evoluti di funzionamento mentale. Questo implica anche lavorare su aree fortemente concrete che giocano un ruolo trainante anche nei pazienti apparentemente più evoluti visto che le manifestazioni mentali non svolgono una reale funzione di contenimento rispetto alla scarica motoria - come diceva Freud nel suo modello del pensiero - per cui anche in questi pazienti apparentemente più evoluti è trainante riportare il livello di elaborazione sui livelli più basici, concreti, che in maniera molto indiretta poi dà una risposta di miglioramento sintomatologico sui livelli più evoluti del disturbo… che spesso e volentieri si riorganizzano da soli se si riesce prima a lavorare sui livelli più concreti.

 

Paluzzi: quindi da qui poi deriva l’idea del transfert sul corpo

 

Lombardi: si, il transfert sul corpo mi è sembrato importante come un modo di dare consistenza a questa necessità di compattare un primo nucleo di funzionamento all’interno del paziente, il quale se comincia a riconoscersi nella sua esistenza corporea crea una base di partenza per l’organizzazione di un Io funzionante non soggetto ai fenomeni del Falso sé. Questo è quello che mi è stato insegnato dai pazienti più gravi, perché in termini di formazione, ad esempio, quando io ho fatto la supervisione con Armando Ferrari, lui mi ha insegnato a lavorare sulla relazione analitica e principalmente sui modi e le forme del funzionamento mentale seguendo il vertice di Bion. Diciamo che Ferrari ancora non aveva sviluppato questo suo interesse per la relazione corpo-mente, infatti, quando decise di pubblicare L’Eclissi del Corpo mi chiese di contribuire perché si era reso conto che i casi che gli avevo portato in supervisione lo avevano aiutato a pensare su queste aree; soprattutto i casi di psicosi che gli avevo portato, e che avevamo discusso insieme, avevano contribuito ad organizzare questa sua ipotesi sull’alba del pensiero a partire dall’ombreggiamento dei fenomeni senso-emozionali corporei primari. Il concetto di Transfert sul corpo si è evoluto a partire dalla clinica in cui c’è stato negli ultimi anni un aumento dei casi gravi. L’indebolimento dei parametri spazio-temporali che i pazienti presentano sempre più frequentemente hanno reso necessario di andare a riscoprire la vecchia ipotesi di Freud sul narcisismo come stadio fondamentale dell’organizzazione del soggetto. Senza il soggetto l’elaborazione della relazione con l’oggetto viene infiltrata da dinamiche imitative paralizzanti. Costruito il riferimento ad un asse interno corpo/mente prendono nuova vita e forza le ipotesi di Melanie Klein sulla relazione con l’oggetto. Il contributo di Melanie Klein è fondamentale ma non possiamo pensare che la psicoanalisi si sia fermata con la morte della Klein, anche se probabilmente la psicoanalisi inglese - ad esclusione di Bion che ha infatti dovuto emigrare - non è mai stata realmente capace di elaborare il lutto della sua perdita e di espandersi dopo ed oltre la Klein. Il suo contributo è comunque poderoso, soprattutto in relazione alle dinamiche competitive ed invidiose che distruggono il valore dell’oggetto come elemento dialettico fondamentale su cui si costruisce la ricchezza della personalità.

 

Paluzzi: in questo senso il transfert inteso in senso tradizionale come ripetizione, che ruolo assume in questo tipo di lavoro?

 

Lombardi: diciamo che non rappresenta l’elemento più urgente da lavorare nei casi più gravi. Per organizzare un nucleo di base della personalità è, secondo me, necessario lavorare prima di tutto nel presente, dopo di ché, il lavoro legato ad aspetti ricostruttivi è in gran parte trainato dal paziente stesso nel momento in cui si mette l’analizzando nelle condizioni di avere un rapporto con il suo corpo, con le sue emozioni, e di beneficiare dello scambio costruttivo della relazione analitica. A quel punto l’analista procede per piccoli tocchi, nel senso di coordinare questa elaborazione sui livelli più evoluti che possono contemplare anche un aspetto ricostruttivo; comunque, però, questo è presumibile avvenga nelle fasi più avanzate dell’analisi

 

Paluzzi: e il concetto di Fantasia Inconscia, che è stato il pilastro del lavoro di M.Klein e di tutta la psicoanalisi kleiniana, come lo colloca all’interno di questo tipo di lavoro? pensa che sia un concetto desueto?

 

Lombardi: il concetto di Fantasia Inconscia è stato rivoluzionario e continua ad essere determinante e trainante per certi livelli di funzionamento mentale del paziente. Il grosso equivoco che si crea discutendo il materiale clinico soprattutto a livello internazionale è che vedo che si è affermata una certa tendenza degli analisti a precipitarsi immediatamente a pensare in termini di Fantasia Inconscia… in ogni caso. Questo mi pare che esponga al rischio di una forzatura psicologica e contenutistica che rischia di far perdere di vista i problemi del paziente. In altri termini, la Fantasia Inconscia è preziosa come è prezioso l’oro; però, se ogni cosa diventa oro entriamo nella sindrome del Re Mida che non può neanche mangiare, non si può nutrire perché tutto si trasforma in oro. Allora mi sembra importante la vecchia idea di Freud di considerare la fantasia, anche se poi Freud aveva una concezione più restrittiva della fantasia che non è quella più allargata e dinamica della Klein. Freud aveva una idea della fantasia come di un ambito limitato, che va tenuto all’interno di certi limiti, come il rapporto dei parchi naturali nell’ambito di una società civilizzata dove il grosso del lavoro analitico, quindi, si avvantaggia a tener conto degli aspetti di realtà. E’ quello di cui Freud parla ne I Due Principi dell’Accadere Psichico quando tratta della centralità della funzione del reale riprendendo una intuizione di Pierre Janet. Il reale e i livelli concreti della realtà, in cui il corpo è in primo piano, sono gli elementi primari della nostra bussola; dopo di che quando una certa attitudine a pensare si è affermata possiamo andare su livelli più elaborati in cui la Fantasia Inconscia gioca un ruolo cardine non meno dell’analisi dei sogni; in una concezione in cui, però, il lavoro analitico si avvantaggia moltissimo dal restare agganciato alle situazioni reali e di non entrare in una deriva psicologizzante interpretativa fine a sé stessa.

 

Paluzzi: quindi, volendo riferirsi alla griglia di Bion, potremmo dire che la Fantasia Inconscia è quella che si lavora sulla riga C mentre il tipo di lavoro che lei propone è molto legato sugli elementi-β, sugli elementi sensoriali e, quindi, anche e soprattutto corporei, aspetti che Bion colloca nella prima riga.

 

Lombardi: il mio, ripeto, non è un assunto ideologico da applicare alla clinica ma è più una costatazione in seconda battuta di quello che io vedo, nel senso che sono pronto a seguire il paziente in relazione ai livelli che lui mi porta dal più primitivo al più evoluto. In realtà se io ho dato molta importanza a questi aspetti che riguardano la relazione mente-corpo e l’organizzazione di una funzione mentale, che Bion chiama attivazione della funzione-α, è perché i pazienti che chiedono l’analisi oggi hanno prima di tutto problemi di accesso alla vita; sono problemi più primitivi rispetto all’ambito dei problemi relazionali. Spesso questi pazienti non sono neanche consapevoli della differenza tra la vita e la morte, non sono consapevoli di essere vivi. Allora diciamo che c’è un primo livello del lavoro analitico che deve rispondere a queste problematiche di ordine ontologico del paziente.

 

Paluzzi: ecco, allora, andando a parlare dei pazienti, questo modello come possiamo noi trasferirlo nel lavoro con gli adolescenti ma, soprattutto, nel lavoro con i bambini? che è la questione che maggiormente interessa la nostra Associazione.

 

Lombardi: direi sensibilizzando l’analista su quelli che sono i problemi di base di organizzazione del bambino e dell’adolescente che possono consistere nell’accedere ad un riconoscimento del corpo, di un riconoscimento di abitare all’interno del corpo, che non è una cosa assolutamente ovvia; oppure di dare segnali di un agire concreto nel corpo che non è accompagnato da una funzione di contenimento della mente.

 

Paluzzi: naturalmente questo discorso nel bambino è diverso dall’adolescente perché il bambino è molto più preso da idee magiche, ha una psicologia un po’ più magica. L’adolescente, invece, si trova a dover far fronte ad un vero e proprio bombardamento ormonale. Quindi, questi due aspetti in che modo impongono variazioni nella tecnica?

 

Lombardi: su questo Armando Ferrari ha detto delle cose fortemente orientative circa il fatto che nell’adolescente c’è già una mente in grado di osservare; l’adolescente, quindi, assiste ai cambiamenti che si realizzano nel suo corpo. Il corpo dell’adolescente si trova improvvisamente a fare i conti col corpo dell’adulto quando fino a ieri abitava in un corpo da bambino e deve operare tutta una scoperta in cui il ruolo dell’esperienza è determinante; è importante che l’analista degli adolescenti, quindi, accompagni l’esperienza in corso che il paziente fa del proprio corpo e tutte le implicazioni che avere un corpo comporta. A differenza del bambino che originariamente è tutto corpo e deve sviluppare una mente assistito da un adulto in grado di fornire una funzione di reverie, che può essere un genitore o un analista, sviluppare appunto dei fenomeni mentali che poi gli permettono dall’interno di gestire il proprio corpo

 

Paluzzi: in questo senso poi la relazione diventa fondamentale per la sua funzione di reverie; che sia una relazione con un genitore o con un analista!?

 

Lombardi: si; è chiaro che la relazione analitica ha diversi livelli. Io non credo che la funzione analitica si esaurisca nella funzione di reverie. Esistono anche livelli più elaborati che riguardano, ad esempio, il riconoscimento dell’altro, il livello triadico, la relazione con i gruppi e così via dicendo.

 

Paluzzi: passiamo adesso ad un tema che lei ha sviluppato nell’ambito dei suoi studi sulla temporalità: l’idea della morte.

 

Lombardi: lavorando con le psicosi il tema della morte da subito si è posto come un elemento di primo piano; soprattutto nei pazienti psicotici che hanno implicazioni suicidarie la morte si pone come un livello da elaborare con urgenza perché il paziente rischia di morire senza avere alcuna concezione realistica della morte e del morire come uno stato senza ritorno. Uno dei punti di urgenza su cui orientare il lavoro analitico è proprio il riconoscimento della morte come dato di realtà, per tornare poi al Freud de I Due Principi dell’Accadere Psichico; quindi, la scoperta della morte diventa protettiva rispetto al rischio di morte agito in una assenza di consapevolezza della morte come qualcosa di definitivo, quindi, non regredibile.

 

Paluzzi perciò non abbiamo a che fare né con la Pulsione di Morte e neanche con la morte intesa come Angoscia di Castrazione come è stata negli anni intesa questa tematica.

 

Lombardi la percezione della morte va distinta dall’angoscia di morte. Freud ha descritto l’angoscia di morte sulla base di una sua teorizzazione di stampo positivista il cui riferimento era ad un funzionamento istintuale. Quello che interessa a noi nella clinica oggi è guardare alla morte per le sue implicazioni di conoscenza ed esperienza; c’è tutto un lavoro psicoanalitico estremamente ricco, anche se molto impegnativo, che si può fare in relazione al riconoscimento dei limiti a cui è soggetto l’animale uomo e le implicazioni di crescita mentale che possono derivare dalla elaborazione di questo limite che la morte pone all’essere umano. Quindi lo spostamento è più su un versante delle implicazioni che derivano dalla esperienza e conoscenza della morte piuttosto che non l’esplorazione dell’istinto di morte e degli aspetti distruttivi collegati all’istinto di morte, come diceva Freud. Ovviamente c’è un elemento di legame con quello che proponeva Freud nel senso che lavorare nell’area della morte attiva emozioni di una intensità difficilmente contenibile che possono esporre il soggetto ad agire la morte come espressione di una incapacità di contenimento dell’ansia associata a questa percezione; ma questo è un ambito che riguarda più la gestione del mentale, delle teorie che si costruiscono intorno alla morte ed al morire, che possono essere profondamente infiltrate di aspetti irrealistici o chiaramente psicotici e, quindi, un ambito che riguarda l’esplorazione del pensiero anche se si tratta di un’area fortemente esplosiva che espone anche al rischio di agiti molto pericolosi; credo, però, che ci siano le basi per andare ad allargare l’ipotesi di Freud dell’istinto di morte in relazione a quello che noi possiamo pensare intorno a quest’area a partire dalla rivoluzione che ha fatto Bion introducendo il problema delle teorie del pensiero e del difetto di pensiero

 

Paluzzi: E in che modo tali idee sulla morte incidono nella clinica e nella tecnica nella psicoanalisi dei bambini e degli adolescenti?

 

Lombardi: E’ importante prendere sul serio la percezione della morte come elemento reale che affiora nel materiale clinico e declinarla realisticamente nelle sue implicazioni spazio/temporali; per il bambino la morte può rimandare alla nascita psicologica (vedi il lavoro di F. Tustin) e nell’adolescente può essere assolutizzata fino a negare la realtà spazio-temporale della vita.

 

Paluzzi: Di recente lei ha dato alle stampe due volumi: Formless Infinity – Clinical exploration of Matte Blanco e Bion e Metà Prigioniero Metà Alato – La Dissociazione Corpo-Mente in Psicoanalisi. Qual è il debito che lei sente di avere nei riguardi di Bion, Matte Blanco e Ferrari? E quali sono gli elementi di originalità che contraddistinguono il suo lavoro?

 

Lombardi: Il mio principale debito è verso tutti quei casi gravi con cui mi sono confrontato negli anni e che mi hanno insegnato a lavorare analiticamente. Il riferimento agli autori che lei cita ripropone e condensa lo sviluppo della psicoanalisi in una chiave semplificata. Bion sottolineava la necessità di avere 3 o 4 teorie di riferimento; inoltre questo autore evidenzia l’inutilizzabilità della teoria nel processo clinico e sottolinea, innanzitutto, il confronto della teoria con la clinica. Matte Blanco dà forza alla rivoluzione freudiana del processo primario come elemento caratterizzante i livelli profondi della personalità e condensa il suo modello in due principi fondamentali. Ferrari riporta l’attenzione sul corpo come bussola di riferimento dell’elaborazione assolutizzando l’intuizione più chiara del Freud degli Studi Sull’Isteria.

 

Paluzzi: Lei ha in precedenza citato, in occasione del tema della morte, il lavoro di Frances Tustin; può meglio precisare in che modo inserisce il pensiero della Tustin in questo discorso tra la morte ed il rimandare alla nascita psicologica.

 

Lombardi: per quello che capisco il lavoro con i bambini autistici ha portato la Tustin ad enfatizzare l’importanza delle esperienze sensoriali. Questo è fortemente innovativo nel contesto di una tradizione kleiniana tutta centrata sull’importanza dell’oggetto; dare importanza alle sensazioni e alle discriminazioni nel contesto delle sensazioni, invece, ha già implicito in sè uno spostamento di vertice in cui l’oggetto non è più il seno materno ma è l’esperienza sensoriale. Oppure l’enfasi sulla nascita psicologica porta anche lì ad una enfasi sull’essere, sul piano proprio interno del soggetto, piuttosto che sul riconoscimento dell’alterità

 

Paluzzi: quindi l’elemento sensoriale è quello che poi va a stimolare la nascita psicologica del bambino!? in questo senso poi lo porta nell’ottica nascita-vita-morte!?

 

Lombardi: Direi prima di tutto che l’esperienza sensoriale contribuisce in maniera determinante alla nascita psicologica in un contesto relazionale caratterizzato da una reverie materna. Nelle situazioni psicotiche vita e morte tendono a confondersi; questo poi è un altro discorso che conviene tenere distinto dal discorso della Tustin. Per quanto riguarda la Tustin a me sembra che, come tutti i veri innovatori, non avesse completamente chiare le implicazioni rivoluzionarie di quello che stava trattando; nelle sue formulazioni spesso resta a metà strada tra rilevazioni cliniche nuove e rivoluzionarie ed una vecchia modalità di leggere i fenomeni in cui il riferimento centrale è sempre l’oggetto esterno. A mio modo di vedere questo la porta a interpretare elementi difensivi lì dove, leggendo il suo materiale, si vede che, nella pratica, la sua accezione è tutta sull’elemento evolutivo. Questo non calza, quindi, con la sua concettualizzazione sulla formazione di una seconda pelle difensiva. La mia idea è che la Tustin abbia trovato difficoltà a digerire del tutto la forza rivoluzionaria delle sue intuizioni. Didier Houzel, ad esempio, mi raccontava di un episodio in cui la Tustin aveva messo al corrente la Klein delle sue idee, a proposito di un caso clinico, e la risposta della Klein fu “Si, interessante questo che lei dice, ma non sono le mie idee”. Questo secondo me rende conto della forte marca di originalità dell’approccio della Tustin rispetto all’impianto kleiniano; ma da anche notizia di quella che può essere stata l’aspirazione della Tustin a sentirsi più direttamente riconosciuta nel contesto di una linea di pensiero kleiniano. Il punto è che lavorando sui livelli più primitivi mi sembra inevitabile che si crei uno scalino di differenziazione rispetto al modello kleiniano classico.

 

Paluzzi: quindi, potremmo dire che da una parte segue la spinta bioniana (la stessa Tustin racconta di quanto sia stata importante l’esperienza con Bion) ma dall’altra tende un po’ a non discostarsi dalle idee di Melanie Klein

 

Lombardi: ma io credo che questo sia legato alla difficoltà che si incontra nello sviluppo della scienza, come anche in altri tipi di sviluppo, a trovare un modello teorico che corrisponda ai fenomeni clinici che si osservano ed al modo di lavorare centrato su quei fenomeni clinici; inevitabilmente c’è un’area in cui un certo tipo di approccio e di tecnica cambia, però, non c’è ancora un’ipotesi coerentemente costruita su quello che si osserva e quello che si fa. Questa ipotesi può intervenire solo in un secondo tempo. A me sembra che la formulazione che fa Ferrari in rapporto all’eclissi del corpo introduce un modello teorico che è molto in linea con quello che la Tustin spesso fa con i suoi pazienti; solo che, da un punto di vista teorico, la formulazione nell’eclissi del corpo e del primato della relazione verticale, corpo-mente, rispetto alla relazione orizzontale, bambino-madre o analista, è più chiara in Ferrari che nella formulazione della Tustin, anche se poi la modalità clinica di avvicinare questi pazienti molto primitivi è molto sulla stessa linea. D’altra parte è interessante notare che nello sviluppo, ad esempio, della musica gli studiosi rilevano che la forma sonata che si costruisce tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 viene utilizzata dai compositori prima che fosse formalizzata e riconosciuta per come la conosciamo noi come forma sonata con quelle caratteristiche; quindi, già cominciava ad esistere prima che ci fosse il nome e la teoria di una costruzione musicale che noi chiamiamo forma sonata.

 

Paluzzi: qui lei tocca i temi che avevo intenzione di investigare con lei. Uno è quello della verbalizzazione all’interno della seduta, nel senso che anche leggendo il suo materiale clinico mi sembra che lei dia molto rilievo alla possibilità di dare un nome a quello che sta accadendo; poi c’è il discorso artistico che mi sembra molto presente nei suoi lavori scritti ma, mi pare, anche in tutto il suo lavoro clinico.

 

Lombardi: E’ interessante che lei metta insieme due cose che sono molto lontane l’una dall’altra: il problema dell’uso delle parole nel contesto della seduta ed il problema dell’arte. Probabilmente il punto di contatto è che noi lavorando soprattutto nelle aree primitive andiamo alla ricerca di parole che esprimano una certa esperienza, che corrispondano ad una certa esperienza. Questo è sicuramente un problema clinico primario: quello, cioè, di costruire un dizionario comune di comunicazione con il paziente; il linguaggio che noi possiamo mutuare dal paziente è più preciso del nostro linguaggio e, quindi, è importante seguire il linguaggio del paziente e costruire una comunicazione, un dialogo ed una comprensione partendo dal linguaggio del paziente più che dal linguaggio nostro.

 

Paluzzi: Però non è solo una questione di lingua e di parole perché, come dice Matte Blanco, noi affrontiamo delle questioni che dobbiamo definire con un linguaggio che non può racchiudere tutto quello di cui noi ci vorremmo occupare; forse è qui che interviene l’elemento artistico dove si vanno a toccare questioni profonde che, però, è difficile andare a nominare!?

 

Lombardi: a proposito della psicoanalisi io non parlerei di arte quanto di una forma di artigianato che richiede grande modestia da parte nostra nell’avvicinare la comunicazione col paziente utilizzando il linguaggio del paziente piuttosto che il nostro; questo implica uno sforzo relazionale dell’analista nella direzione di creare nella sua mente un posto per l’altro. Questo è determinante nell’evoluzione del processo analitico perché in questo modo si costruiscono i presupposti perché anche il paziente possa dare un posto all’alterità dell’analista a partire dall’esperienza di una alterità di dialogo interno con sé stesso; ma questo spazio per l’alterità è l’analista il primo a costruirlo, dando posto al paziente e seguendo le linee di sviluppo proposte dal paziente stesso, piuttosto che rimanere ancorato ad una sua aspettativa. Per quanto riguarda l’arte in sé, l’esperienza di contatto con l’arte, questo è molto utile per l’analista, nel senso che c’è una corrispondenza: nell’arte troviamo una corrispondenza oggettiva esterna di quello che viviamo nell’esperienza intraducibile della nostra esperienza umana di contatto con i pazienti. Questo rafforza la fiducia nella possibilità di rappresentare e comunicare quelle che Bion avrebbe chiamato esperienze ineffabili, che è il campo di elezione dell’arte e degli artisti.

 

Paluzzi: Questo è un po’ come confermare quanto diceva Freud che i poeti arrivano sempre prima e più in profondità rispetto alla psicoanalisi!

 

Lombardi: Si… il poeta, l’artista, ha come oggetto di elezione il mondo interiore; questo è stato intuito da Freud. Certo le neuroscienze oggi aprono interessanti prospettive per capire i livelli primitivi di esperienza e l’elemento di contatto che ci può essere tra i livelli profondi dell’esperienza analitica e le forme artistiche. Ad esempio è interessante il tentativo di Daniel Stern di creare un ponte, attraverso il suo concetto di forme vitali, tra l’esperienza psicoterapeutica e l’esperienza artistica, trovando un ponte anche tra le ricerche delle neuroscienze e quello che noi andiamo ad esplorare in aree molto recondite del pensiero formalizzato nelle aree di contatto tra il corpo e la mente

 

Paluzzi: Vorrei ora chiudere il cerchio. Lei ha esordito dicendo di essersi occupato di gruppi. L’istituzione psicoanalitica è un gruppo particolare e sulle problematiche dell’istituzione psicoanalitica lei ha scritto un articolo sulla Rivista di Psicoanalisi[1].  Cosa vede lei nelle istituzioni psicoanalitiche che possa oggi essere sviluppato e cosa, invece, pensa che sia frenante per il lavoro che ognuno di noi deve svolgere quotidianamente?

 

Lombardi: il punto di forza   dell’istituzione psicoanalitica è che mette insieme delle persone che hanno un comune oggetto di studio e di esperienza. Il problema dei gruppi e delle istituzioni è che possono funzionare, come diceva il primo Bion, in Assunto di Base e, purtroppo, le forze che portano a funzionare in assunto di base nel contesto dell’istituzione psicoanalitica sono molto forti. Ci sono dinamiche molto primitive di attacco-fuga per cui  si  tende continuamente a definire inclusioni ed esclusioni, chi è dentro e chi è fuori, con una ossessione peculiare sul problema della ortodossia, o di che cosa sia e che cosa non sia psicoanalisi, facendo cadere una spada di Damocle su chi esce fuori dai parametri normativi. Questo è un pericoloso elemento di freno allo sviluppo della psicoanalisi.

 

Paluzzi: evidentemente, come diceva prima, questo è un aspetto molto potente, visto che poi anche uno dei maggiori esponenti della psicoanalisi come Bion è caduto vittima di esclusione.

 

Lombardi: si, Bion stesso è stato vittima di questa situazione di conflitto col suo gruppo di appartenenza che lo ha portato a dover andare via, prima a Los Angeles e poi in Brasile.  Emerge, per esempio in certe pagine di Attenzione e Interpretazione, il  tema del conflitto tra   l'individuo e il gruppo, che si declina anche tra l'individualità dell’idea nuova ed il gruppo delle idee vecchie. Per andare avanti in psicoanalisi abbiamo bisogno di dare posto ad idee nuove perché l’ancoraggio al passato ci uccide.

 

Paluzzi: quindi questo pone anche il problema di come funzionano i training a livello delle istituzioni psicoanalitiche e di che cosa si trasmette in questi training.

 

Lombardi: come hanno mostrato molti autori che si sono occupati di queste problematiche, di cui il più noto è Otto Kernberg[2], c’è la tendenza drammatica ad infantilizzare i soggetti in formazione. L’assunto di base della Dipendenza dal gruppo prende il sopravvento, per cui si crea una distinzione falsa tra chi sa e chi non sa. E queste situazioni di impasse caratterizzano le istituzioni anche al di là del training, per cui tutto l'assetto istituzionale funziona in termini piramidale. La classe al potere si autosostiene attraverso un sistema di cooptazione. L'identificazione tra scienza e potere indebolisce il riferimento trainante al valore della curiosità, ovvero quella spinta che  la Klein aveva identificato come pietra fondante del funzionamento mentale.

 

Paluzzi: Mi pare che questo sia anche quanto hanno detto sia Kernberg, che lei citava, che Cremerius[3], che parlano anche di una atmosfera paranoide all’interno delle istituzioni psicoanalitiche in virtù di un forte Super-Io istituzionale che diviene una cappa che cala sulla creatività

 

Lombardi: Questo aspetto del Super-Io istituzionale è stato molto studiato e si è visto che il training vi contribuisce in maniera determinante, comportando l'interiorizzazione di un Super-Io rigido che è agli antipodi delle necessità che si incontrano nella psicoanalisi pratica.  Sono quindi dell'idea che il declino attuale  della psicoanalisi sia condizionato anche dalle pressioni anti-evolutive cui è soggetta la nostra professione dal suo interno. Sarebbe un vero peccato se non si dovessero modificare queste svantaggiose condizioni istituzionali. Una possibile fonte di cambiamento potrebbe venire dalla crescita di una concorrenza ed emulazione sana tra varie istituzioni orientate in senso psicoanalitico, che è quanto per esempio sta accadendo in paesi dotati di un solido impianto democratico, come gli Stati Uniti.

 

Paluzzi: Bene dottore. Io la ringrazio, anche a nome della mia Associazione, per averci concesso il suo tempo.

 

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Riporto qui di seguito un elenco incompleto delle pubblicazioni del Dr. Riccardo Lombardi.


 

1982

Per una considerazione psicosomatica della pratica medica. Neurologia Psichiatria Scienze Umane, vol. 2,n°1, 1-8.

Il confine del Sé nella Miastenia Gravis. Neurologia Psichiatria Scienze Umane, vol. 2,n°3.

(con DI GIANNANTONIO M., SARACENI C.) Il confine del sé in una situazione diagnostica particolare – Quaderni di Psicodiagnostica, 2,1: pag.49-58

Recensione a ‘L’Inconscio come Insiemi Infiniti’ di I. Matte Blanco. Neurologia Psichiatria Scienze Umane, vol. 2,n°1.

Recensione a ‘Frammento di un’analisi’ di D.W. Winnicott. Neurologia Psichiatria Scienze Umane, vol. 2,n°2, 316-318.

1983

Nota su un gruppo Balint nell’istituzione – Atti del IX Congresso Nazionale di Medicina Psicosomatica, pag.311-315

Il concetto di “Bonding” in D. W. Winnicott – Neurologia Psichiatria Scienze Umane, vol. III, n°3, pag.100-127.

Separazione e strutturazione spazio-temporale. Aspetti di un caso clinico – Neuropsichiatria Infantile, fasc. 266-267: pag. 523-532.

(con MAZZA S.) Fenomeni epilettici ed eventi protomentali – in Orlandelli, De Risio, Ferro Soma Psiche Sema, pag.113-122 - Roma, ed Ies Mercury.

Recensione a ‘Il Teatro del Sogno’ di S. Resnik. Neurologia Psichiatria Scienze Umane, vol. 3,n°1, 195-197.

 

1984

Nascita e trauma: note cliniche sulla consulenza psichiatrica in patologia ostetrica – in Orlandelli, De Risio, Ferro Il trauma della nascita – Roma, ed. Yes Mercury

Note sull’osservazione in Gruppoanalisi – Quaderni di Psicoterapia di Gruppo, 3: pag.129-135

 

1985

Lutto e Psicosi – in Orlandelli, De Risio, Ferro La Psicosi e la Maschera.- Roma, Ed. Ies Mercury

 

1986

(con MAZZA S.) Phenomènes épileptiques et événement protomentaux - Perspectives psychiatriques. XXV, 2, pag. 155-161.

 

1987

Funzione di guida dell’analizzando nel trattamento psicoanalitico delle psicosi - Neurologia Psichiatria Scienze umane, VII, : pag.1–14.

 

1992

La psicosi e il corpo – in Ferrari A., L’eclissi del corpopag.177-206 ed Borla

 

1997

Libertà del corpo e libertà dal corpo – Montag, 3: pag.133-143

Aspetti della Relazione Mente-Corpo in Freud, Klein e Bion – Psicoterapia e Istituzioni, V,1: pag.87-102

(con FERRARI A.B. )Il corpo dell’Inconscio – MicroMega, 3: pag.197-208

(con CARIGNANI P.) La scoperta del corpo: sviluppo senso-motorio ed integrazione corpo-mente nell’analisi di una bambina - Psicoterapia e Istituzioni, V,1: pag.183-202

Felicità e Corporeità – Psiche vol.2: pag.75-88

 

1999

Le narrazioni oniriche e la Rete di Contatto corpo-mente – in Bolognini S. Il Sogno Cento Anni dopo – Torino, Bollati Boringhieri: pag.163-174

 

2000

Corpo, affetti, pensieri. Riflessioni su alcune ipotesi di I. Matte Blanco e A.B.Ferrari - Riv di Psicoanal. 46: pag. 683-706.

 

2001

La psicosi, la relazione corpo-mente e il vincolo al funzionamento dell’Io -

Pubblicato in http://www.psychomedia.it/pm/indther/psan/lombardi.htm

 

2002

Primitive Mental States and the Body: A Personal View Of Armando B. Ferrari's Concrete Original Object - International Journal of Psycho-Analysis, 83: pag.363-381

Corpo, afetos, pensamento. Reflexoes a respeito de algumas hipoteses de I. Matte Blanco – Rev. Bras. Psicoanal., vol 36 (2): pag.229-249

Melanconia del limite e creatività di Beethoven. Sul sinfonismo del periodo eroico – in Volterra V. Melancolia e Musica, ed. Franco Angeli - pag.134-154

Corps, Affects, Pensèe – Psychanalyse et Psychose, 02, pag.219-239

(con CARGNELUTTI, E., CIOCCA, A., COLANTONI, M.L., DEL GRECO E., NATALI, P.) L'esplorazione della relazione corpo-mente nella situazione analitica: Appunti clinici e riflessioni di un gruppo di lavoro - Rivista Psicoanal., 48:963-980.

 

2003

Catalyzing the dialogue between body and mind in a psychotic analysand - Psychoanal. Q., 72: pag.1017-1041.

Mental models and language registers in the psychoanalysis of psychosis. An overview of a thirteen-year analysis - Int. J. Psychoanal., 84: pag.843-863.

Knowledge and experience of time in primitive mental state – Int. Jour of Psychoan., 84: pag.1531-1549

Alterità del corpo, conflittualità, identità – Interazioni, 2: pag81-90

Stanley Kubrick's swan song: Eyes wide shut - International Journal of Psycho-Analysis, , 85: pag.209-218.

Modelli Mentali e Registri di Linguaggio nella psicoanalisi della psicosi – Riv. Di Psicoan., 50:pag.993-1026

 

2004

Three Psychoanalitic Sessions – Psychoanalitic Quarterly, 73: pag.773-786

Response to Commentaries on “Three Psychoanalytic Sessions”. Psychoanal Q., 73: pag.807-814

 

2005

Setting e Temporalità – in Berti Cerone G. Come cura la Psicoanalisi?, pag.302-313 ed. Franco Angeli

From the eclipse of the body to the dawn of thought by A. B. Ferrari - International Journal of Psycho-Analysis, 86: pag.579-584

Recensione a ‘Curare con la psicoanalisi’ – Int. Jour. Of Psychoan.; 86,: pag.938-941

(con CARDENAS M. S.) From the eclipse of the body to the dawn of thougth di A. B. Ferrari – Rev. Franç. Psychanal., 3, pag.816-819

On Psychoanalytic treatment of Psychotic Breakdown – Psychoanalytic Quarterly, 74: pag.1069-1099.

 

2006

Cuerpo, Afectos y Pensamiento. Reflexiones sobre algunas hipòtesis de I. Matte Blanco y A. B. Ferrari – Gradiva, n°2, pag.183-204

Introduzione a Matte Blanco: Bi-logiche dell’inconscio - Rivista Psicoanal., 52: pag.701-702.

Catalizzando il dialogo tra il corpo e la mente in un analizzando psicotico [Una prospettiva bi-logica] - Rivista Psicoanal., 52: pag.743-765.

Passioni e Conflittualità nelle Istituzioni Psicoanalitiche – Riv. Di Psicoan.,52,pag.191-212

On Seeing and Being Seen - Int. J. Psycho-Anal., 87: pag.1720-1721

 

2007

Shame in relation to the body, sex and death: a clinical exploration of the psychotic levels of shame – Psycoanalytic Dialogues, 17:pag.385-399

(con GINZBURG A.) L’emozione come esperienza infinita – Milano, ed. F. Angeli

 

2008

Time, Music, and Reverie - Jour. Amer. Psychoanal. Assn., 56: pag.1191-1211.

Corporeità e Transfert – in Ferruta I Transfert Cambiamenti nella pratica psicoanaliticaRiv. Di Psicoan. Monografie, pag.204-213

Response to Austin - J. Amer. Psychoanal. Assn., 56: pag.1219-1225

(con BRIA P.) Logic of Turmoil: Some Epistemological and Clinical Considerations on Emotional Experience and the Infinite - Int. Jour. of Psychoan. 89: pag.709-726

(con CARGNELUTTI E., CIOCCA A., GINZBURG A., NATALI P.) Disarmonie della relazione corpo-mente: osservazioni cliniche e tecnica psicoanalitica – Rivista Psicoanali 54: pag.11-29

The body in analytic session: focusing on the body-mind link – Int. Jour. Psychoan., 89: pag.89-109.

(con NIEMI T.) Run or die: bi-logical phenomena and the body-mind border – Scandinavian Psychoanalytic Rev., 31, PAG.95-104

 

2009

Symmetric Frenzy and Catastrophic Change: A consideration of Primitive Mental States in the wake of Bion and Matte Blanco - Int J Psychoanal. 90: pag.529-549.

(con BRIA P.) Karmasanin Mantigi: Sonsuzluk ve Coskusal Deneyim Üzerine Bazi Epistemolojik ve Klinik Degerlendirmeler - Ulusl. Psikanaliz Yilligi, 1: pag.115-134

Body, affect, thought: Reflections of the work of Matte Blanco and Ferrari - Psychoanal. Q. 78: pag.126–60.

(con CARVALHO R., GINZBURG A., CARDENAS M.S.) Matte Blanco. Une autre pensèe psychanalytique. L’inconscient a-logique - Paris, L’Harmattan ed.

Der Körper in der analytischen Sitzung: Fokussierung auf die Leib-Seele-Verbindung - Internationale Psychoanalyse 2009, 4: pag.51-82

Le corps dans le seance analytique: etude sur la relation corps/psychisme - L'Année Psychanalytique Internationale 2009: pag.131-157.

Through the eye of the needle: the unfolding of the unconscious body – Jour. of Am. Psychoan. Ass., 57: pag.61-94

(con BRIA P.) Karmasanin Mantigi: Sonsuzluk ve Coskusal Deneyim Üzerine Bazi Epistemolojik ve Klinik Degerlendirmeler – Uluslararasi Psikanaliz Yilligi 2009

2010

Body emerging fron “Neverland” of Nothingness – Psychoanalytic Quarterly,79: pag.879-909

Flexibility of psychoanalytic approach in the treatment of a suicidal patient: stubborn silences “playing dead” – Psychoanalytic Dialogues, 20: pag.269-284

( con POLA M.) The body, Adolescence and Psychosis – Int. Jour. Of Psychoan., 91: pag.1419-1444.

Bi-logische, symmetrische Verr?cktheit und und katastrophische Ver?änderung – Internationale Psychoanalyse 5: pag.89-117.

2011

The Body, Feelings and the unheard music of senses - Contemporary Psychoanalysis, 47: pag.3-24.

Identitè et mise a mort dans la psychose – Psychanalise et Psychose, 11: pag.177-198

(con POLA M.) Der Körper, Adoleszenz und Psychose - Int. Psychoanalyse, 6:pag.141-178.

 

2012

Il corpo nella teoria della mente di W.R.Bion – in Consecutio Temporum. Hegeliana/Marxiana/Freudiana. Rivista Critica della Postmodernità; 3,5, Ottobre 2013, Editore Ass.Cult., Roma

(con POLA M.) Corpo, adolescenza e psicosi – Richard & Piggle, 20,3: pag.227-253

2013

Death Time and Psychosis – Jour. Am. Psychoan. Ass., 61: pag.691-726

Music and Bodily Claustrophobia: A Psychoanalytic Note on Beethoven's Fidelio - Int. J. Appl. Psychoanal. Stud., 10: pag.108-120

Object relations and the Ineffable Bodily Dimension – Contemp. Psychoanal., 48: pag.82-102

 

2014

(con POLA M.) Corps, adolescence et psychose – Jour. de la Psychanalise de l’enfant, 1: pag.141-183

 

2015

Ruumis mieli nuoruusikä – Nuorisopsykpterapian erityiskysymyksiä, 16, pag.52-71, Helsinki

Ruumiin ja mielen välinen konflikti - Nuorisopsykpterapian erityiskysymyksiä, 16, pag.72-85, Helsinki

Jäsentymätön tuntemus ruumiista ja aistihavainnointi ruumiin ja mielen välillä - Nuorisopsykpterapian erityiskysymyksiä, 16, pag.86-103, Helsinki

 

2016

Formless Infinity: Clinical Exploration of Matte Blanco and Bion - London, ed. Routledge

Metà Prigioniero Metà Alato – Torino, ed Bollati Boringhieri

(con THANOPOULOS S & RINALDI L.) Psicoanalisi delle psicosi – Milano, ed R. Cortina

The hat on top of volcano: Bion’s ‘O’ and the body-mind relationship – in Levine H.B. & Civitarese G. The W.R.Bion Tradition – London, ed Karnac  pag. 223-237

Les Transfert sur les corps en psychanalyse de l’enfant – Jour. de la psychanalise de l’entant, vol.6, 1: pag.167-200

Working at the frontier of Nothingness: Homicidal Transference, Fear of Death and the body – Psychoanalitic Psychology, 33: pag.89-105

Interview with Riccardo Lombardi (P. MARRA) - http://sf-cp.org/visiting-professor-week/interview-with-riccardo-lombardi-md

 

2017

Body-Mind dissociation in Psychoanalysis. Development after Bion. London, New York, Routledge (in Press)

Sensual experiences, difensive second skin and the eclipse of the body. Some thoughts on Tustin and Ferrari – in Levine & Power Engaging primitive anxieties of the emerging self. London, Karnac (in Press)

(con KARACAOGLAN, U) Psychoanalytische Mikroprozesse im Zusammenspiel von Körper und Seele. Jahrbuch der Psychoanalyse.

                                                                                        

 

 

 

[1] Lombardi R. (2006) Passioni e conflittualità nelle istituzioni psicoanalitiche – Riv. Di Psicoan., LII,1

[2] Kernberg O. F. (1998) Trenta metodi per distruggere la creatività degli allievi degli istituti di psicoanalisi – Gli Argonauti, 76

[3] Cremerius J. (1989) Analisi didattica e potere. La trasformazione di un metodo di insegnamento-apprendimento in strumento di potere della psicoanalisi istituzionalizzata – Psicoterapia e Scienze Umane, XXIII,3

14/10/2016

Centri Clinici AIPPI

I Centri Clinici AIPPI offrono, a costi contenuti, consultazioni e percorsi psicoterapeutici ad indirizzo psicoanalitico per bambini in età pre-scolare, scolare, adolescenti con lievi o gravi difficoltà nella sfera emotiva e relazionale e per genitori che si trovano ad affrontare problematiche di coppia e/o legate al rapporto con i figli.

I Centri Clinici offrono consulenze a professionisti impegnati nel lavoro con i bambini ed adolescenti e nelle professioni di aiuto. Contatta il Centro clinico AIPPI più vicino a te (Milano, Roma, Napoli) per saperne di più e per fissare il primo colloquio.

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