Un bambino si agita. Relazione di A. Gentile a Psicopat.gia e psic.lisi dei traumatismi in età e....

Giornata di Studio: Psicopatologia e psicoanalisi dei traumatismi in età evolutiva. AIPPI Milano, Sabato 1 dicembre 2018 

 

Relazione  di Aurora Gentile[1]

 

 

 

Un bambino si agita

Psicopatologia e psicoanalisi: la diagnosi di Iperattività ADHD - Disturbo evolutivo dell'autocontrollo, assenza di controllo comportamentale (DSM 5)

 

                                                                                                                                A

 

Soprattutto per chi lavora nelle istituzioni che si occupano dell'infanzia è pratica corrente imbattersi in situazioni di bambini "agitati", bambini definiti irricevibili dalla famiglia e soprattutto dalla scuola, il cui itinerario parte infatti per lo più dalla segnalazione scolastica per approdare ai servizi di neuropsichiatria infantile e infine, ma solo dove presenti, e nel migliore dei casi, a quelli che si occupano di psicoterapia psicoanalitica infantile.  Itinerario a me ben noto, soprattutto negli ultimi anni di lavoro nella UO di PCEE della ASL Napoli 1, accompagnato dal sentimento sempre più forte di avere a che fare con una sorta di maltrattamento istituzionalizzato dei bambini, che in verità ha reso critico il mio stesso lavoro istituzionale.

La mia prima reazione in questi casi era di chiedermi: "Ma, a te povero bambino, che hanno fatto?  Sei davvero così cattivo come ti descrivono gli insegnanti, i tuoi genitori, tua madre?". Cioè il mio primo movimento transferale era d'incredulità e immediata solidarietà col bambino. Eppure la diagnosi della NPI era là sulla mia scrivania, scritta in cartella: "disturbo evolutivo dell'autocontrollo, assenza di controllo comportamentale", più velocemente "ADHD, iperattività".

Immaginate un bambino che non è attento in classe, che è indietro rispetto ai suoi compagni, sempre nervoso, che non sta mai fermo, in classe come a casa. Le insegnanti allora convocano i genitori, a me è capitato più spesso che fosse soltanto la madre ad occuparsene, o perché separata, o per gli impegni lavorativi del padre, e spiegano loro che il bambino è ingestibile e praticamente "prescrivono" una consultazione presso un neuropsichiatra infantile. Il neuropsichiatra infantile, a partire da tests e brevi colloqui, invia allora il bambino per un approfondimento diagnostico dallo psicologo (quando c'è) o in un centro convenzionato dove si darà avvio a un percorso mirato all'ottenimento di un sostegno scolastico, attraverso la legge 104. Dal momento che la scuola è informata della presa in carico del bambino da parte dei servizi specialistici, gli insegnanti comunque si rassicurano. Ma il tempo passa e non ci sono miglioramenti. Il bambino viene descritto come un bambino "che disturba", e sempre complessivamente indietro sul piano dell'apprendimento. Non risponde quando dovrebbe, e risponde quando dovrebbe stare zitto. E' individuato dagli insegnanti e dai genitori come un "bambino agitato e violento": è un iperattivo. Il sintomo del bambino però nasconde probabilmente una verità che riguarda la famiglia o i genitori, e che può essere detta soltanto attraverso il sintomo. Ma ci vuole del tempo perchè la verità possa emergere in un altro modo. Il problema è che oggi le procedure che si avviano nelle scuole e nei servizi medico-sociali lasciano sempre meno tempo ai bambini e ai genitori: un'attitudine di mancanza di attenzione è presto etichettata come disturbo dell'attenzione, o iperattività, e molto rapidamente un bambino viene stigmatizzato e rifiutato. Lo scarto dalla norma risulta così radicale e giustifica la sua esclusione, ma soprattutto esclude la riflessione critica. Laddove le cose dovrebbero essere comprese in tutta la loro complessità, l'allargamento della definizione di handicap rinforza un'opposizione semplificatrice tra il normale e il patologico[2]. L'handicap è un'invenzione dell'istituzione, mentre il sintomo è una trovata del soggetto, una soluzione costosa ma preziosa che il bambino ha trovato per dire il suo rifiuto di restare nel posto che gli assegnano i genitori o la scuola. Il mio contributo consisteva allora in questo: trasformare una diagnosi in una domanda, un sintomo in una storia, in breve sottrarre per quanto possibile il bambino alla storia di un altro. Certo, non c'è una logica causale lineare tra un individuo, il suo rapporto con l'ambiente, e il sintomo. Lo sappiamo bene. Nelle discussioni di gruppo di supervisione, a partire dai protocolli delle sedute, lavoravamo con i colleghi più giovani per introdurre innanzitutto l'aleatorietà delle nostre ipotesi nei confronti della realtà materiale vissuta dal bambino, cercando di condividere l'idea che la psicoanalisi è una scienza congetturale, una scienza speciale che inverte anzi il rapporto causa-effetto. Il modo di pensare "evidence based", che attualmente si pretende di convalidare con questionari, interviste standardizzate, codici nosografici dettagliati, si sostiene proprio sul nostro modo di pensare abituale che si basa sull'evidenza dei fatti. In fondo il concetto di "realtà psichica" nasce e si sviluppa dalla rielaborazione freudiana e dalla maggiore complessità concettuale attribuita all'idea di trauma: il rapporto con la realtà si problematizza e si complica grazie proprio agli ampliamenti e ai rimaneggiamenti che la teoria del trauma riceve. Il trauma, diviene così, da evento energetico puntiforme, sempre di più un vertice bifronte, terreno d'incontro privilegiato tra mondo interno e mondo esterno. Non basta cioè soltanto smontare la diagnosi neuropsichiatrica, bisognerebbe anche adottare un modo di pensare che sospende radicalmente ogni pregiudizio, e nel caso della nostra clinica infantile, cercare di aprirsi alla sofferenza del bambino in quanto tale. La linearità del ragionamento è dunque un primo pericolo che deve essere segnalato.

Molto spesso, però, il bambino agitato è davvero un bambino traumatizzato,  ovvero maltrattato. Il bambino maltrattato del resto pone anche la questione della difficoltà del controtransfert dell'analista infantile nei confronti del bambino: non soltanto perchè questo o quel bambino solleva problemi particolari a questo o quell'analista, ma perchè la condizione di bambino traumatizzato acutizza nell'analista la scissione tra la sua parte analizzata e il suo resto inanalizzabile, quella passione che sempre suscita nell'adulto il bambino di cui è in lutto. E come psicoanalisti dell'infanzia questo ci è ben noto.

In questa relazione proverò dunque ad articolare un discorso che parte da una diagnosi neuropsichiatrica, per metterla in relazione con gli effetti del maltrattamento psichico, fonte di traumatismi, meno visibili ma non per questo meno gravi, di quello fisico e sessuale. Queste riflessioni, proseguono in un certo senso quanto avevo già scritto in un contributo per Richard e Piggle, quando cercavo di comunicare come mi sembrasse che negli anni più recenti fosse in crescita una certa ostilità nei confronti del bambino, tessendo un discorso indiretto in contraddizione col discorso diretto, pubblico, sull'infanzia[3].

Tra i tanti bambini che ho incontrato in più di venti anni di attività nella Unità Operativa di Psicologia clinica dell'età evolutiva della ASL Napoli 1, uno, negli ultimi tempi, mi è rimasto nel cuore in modo particolare. Uno per tutti gli altri, ugualmente bisognosi di cure e di comprensione. Un bambino assolutamente "cattivo", la cui lettura comportamentale lo definiva appunto come "iperattivo" Grosso per i suoi otto anni, poi col tempo è diventato molto alto come i suoi genitori, si divertiva a colpire i compagni tra i banchi con oggetti vari, parlava in modo sgraziato, da adulto, in seduta passava gran parte del tempo a colpire la terapeuta con i suoi pezzi di costruzione per farle male. Rendere in poche parole un caso è molto difficile, trascrivere l'inconscio assai problematico (Vergine, 2002, Gentile, 2009)[4]. E' questo che rende la scrittura dei casi un genere del tutto particolare della letteratura psicoanalitica. Dirò dunque soltanto quanto può servire a un'eventuale discussione, o dei dettagli che mi hanno portata a fare delle ipotesi. Un primo dettaglio: nei colloqui con la madre, il cambiamento d'espressione del suo volto quando parlava del figlio. Da bella donna composta e riservata, si trasformava in una sorta di erinni, diventava brutta a tal punto l'odio alterava i suoi lineamenti. In questi momenti sembrava anche inaccessibile ad ogni mio intervento. Era quando parlava del figlio, ma in verità anche quando parlava dell'ex-marito. Aveva avuto il bambino, figlio unico, dopo dieci anni di matrimonio, grazie a continui e ripetuti interventi di fecondazione assistita. Figlia di una buona famiglia di un paese alla periferia di Napoli, ma rigida, cattolica e ipercontrollante, il marito era stato l'unico uomo della sua vita. Fino a scoprire, dopo diversi anni, che lui rubava in casa e aveva sperperato tutto il patrimonio di famiglia, tranne la casa, di proprietà della moglie, per finanziare la sua passione per il gioco d'azzardo. Ma non era soltanto la perdita di denaro a renderla così furiosa, era di essere stata ingannata, attraverso una rete di continue e astute bugie, alle quali troppo ingenuamente aveva creduto. Quindi la separazione, l'estrema conflittualità tra lei e il padre del bambino, esposto alle liti triviali che si svolgevano per lo più per telefono messo dalla madre a vivavoce per coinvolgere il figlio nel suo odio per l'uomo. Agendo quel che potremmo chiamare con Ferenczi (1932)[5] un terrorismo della sofferenza, faceva del bambino un ricettacolo forzato della sua disgrazia, rendendo ancora più complesso il quadro dell'effrazione traumatica dovuta alla separazione. Era forse anche un modo di legarlo a sè al quale il bambino reagiva perchè, preso nella rete delle circostanze, non aveva altra via d'uscita. Così alzava il tiro dei suoi tentativi di sganciamento. Questo lo sfondo. Mi colpiva dolorosamente però che ormai lei avesse trasformato suo figlio in una croce pesante da portare e ne parlava male con tutto il vicinato, che la compativa. Quel figlio non poteva portarlo da nessuna parte perchè le faceva fare sempre brutte figure, provocava, diceva parolacce, in continuazione le chiedeva cose che non sempre lei poteva comprargli. E anche col cibo andava così, ingrassava e rifiutava al tempo stesso di impegnarsi in un qualche tipo di attività sportiva: espulso anche dalla scuola calcio! Era un bambino ineducabile, impresentabile. Anche la scuola non ne poteva più di lui, ed ecco perchè la madre era arrivata al nostro servizio, con la diagnosi di iperattività. Sospettava anche che fosse pazzo, un figlio pazzo come il padre. Ma l'idea che potesse essere un bambino sofferente l'aveva comunque convinta a intraprendere il percorso solitario della consultazione, per cercare di capire forse come il suo sogno di avere un bambino si era trasformato in un incubo. Quanto al padre l'ho conosciuto poco, perchè nonostante i miei ripetuti inviti finiva sempre per rendersi irreperibile. Anche per lui fornisco solo dei dettagli che mi hanno colpita: la sua aria seduttiva (aveva fatto l'attore a Cinecittà da giovane), la sua complicità vischiosa con il comportamento aggressivo del bambino, un certo modo di fare vanesio e inconsistente quando veniva ai colloqui.

Non so come è evoluto questo caso. Dal momento che i tempi dell'istituzione non coincidevano con i tempi della sua cura, dopo quasi due anni, anche se con frequenti assenze, la madre e il bambino con la nostra mediazione hanno dovuto proseguire la terapia in un centro privato. Tuttavia cominciavano ad emergere dei movimenti trasformativi nel bambino, o che a me sembravano tali, come dei sentimenti di vergogna, delle paure che forse lo inibivano. Meno agitato e aggressivo in seduta, lo era anche a casa, come raccontava la madre. Questi miglioramenti la incoraggiavano a continuare il lavoro, come se avesse raggiunto un "tempo della speranza", una certa forza per rivolgere un nuovo sguardo sui significati e sull'origine della sua storia personale e familiare. Forza che penso poggiasse sula fiducia stabilita tra lei e noi terapeuti.

Queste note però vogliono soltanto dare un'idea del contesto dentro cui si sono sviluppate alcune mie riflessioni più generali sul maltrattamento infantile psichico, che può celarsi, come nel nostro caso ad esempio, in una diagnosi così frequente di Iperattività. Negli anni della mia attività nella UO la mia esperienza non è stata soltanto clinica, ma anche sociale. Mi si è andata formando l'idea, di fronte alle diagnosi neuropsichiatriche, alle segnalazioni del Tribunale dei Minori e soprattutto a quelle dei Servizi Sociali, di poter riunire queste differenti richieste e di fare del maltrattamento un concetto unificante, al di là dei differenti aspetti che queste richieste comportavano. Il maltrattamento infantile è evidentemente un problema di sanità pubblica, e si tratta anche di un oggetto transdisciplinare (che mostra anche bene, come quello della violenza in generale, i limiti attuali delle neuroscienze); quindi gli approcci sono diversi, psichiatrico, psicologico, psicoanalitico, antropologico, sociologico, giuridico....  

 

Il maltrattamento infantile, al di là dell'ovvio

Il maltrattamento infantile sarebbe all'origine di diversi comportamenti a rischio, di traumatismi fisici, di problemi sessuali, psicologici e comportamentali (deficit cognitivi, delinquenza, depressione, angoscia, ritardo di sviluppo, disturbi alimentari, disturbi del sonno, sentimenti di vergogna e di colpa, iperattività, cattive relazioni, cattivi risultati scolastici, cattiva stima di sè, disturbi psicosomatici, comportamenti suicidari). Anche se questi diversi disturbi hanno delle innegabili specificità.

 Nonostante l'deologia dei buoni sentimenti che accompagnano la presa in carico da parte del corpo sociale del maltrattamento infantile, (Paula Heimann diceva di voler proscrivere tutti i film sui bambini "maltrattati", che infliggono maltrattamenti ai bambini nel corso stesso delle riprese[6]), il contesto attuale è gravato dal peso di tre culture: la cultura degli esperti, la cultura della rapidità, la cultura del risultato. La cultura dell'esperto squalifica i genitori, perchè ci sarebbe un esperto per ogni problema del bambino, detentore di una risposta specifica e adeguata; la cultura della rapidità squalifica il tempo maturativo; e la cultura del risultato squalifica i processi di apprendimento, cioè i processi qualitativi che sono importanti come i risultati in quanto tali. Queste tre culture sono attualmente molto invadenti, e accentuano davvero il rischio di maltrattamento, in particolare la terza forma. A questa difficoltà si aggiunge il fatto che è difficile delimitare il concetto di maltrattamento, che ha aspetti paradossali e implica una complessità di norme. Paradossi: una lotta mal pensata al maltrattamento infantile può rivelarsi a sua volta maltrattante, come attestano un certo numero di eccessi mediatici che si concludono con misure giudiziarie a volte violente per il loro decorso immediato, e che possono suscitare sentimenti di colpa nei bambini, che finisce per accrescere la loro sofferenza. Recentemente, un collega psichiatra napoletano di un servizio di salute mentale di periferia, mi segnalava l'interventismo dei Servizi Sociali per sottrarre i bambini alla madre o alla famiglia con conseguenze paradossalmente devastanti. In effetti, la normativa è complessa: ciò che è maltrattante per un bambino può non esserlo per un altro, al di là ovviamente di situazioni estreme, perchè ogni bambino ha i suoi punti di vulnerabilità. C'è anche un problema di frontiere e limiti: il maltrattamento psichico isolato appare oggi come meno definibile del maltrattamento fisico o sessuale, anche se in generale il maltrattamento psichico rinvia all'umiliazione, come per il bambino di cui ho riferito all'inizio, e alla ferita narcisistica. Mentre per quello fisico e sessuale c'è ovviamente la componente psichica, il maltrattamento psichico è soltanto psichico. In molte storie cliniche, appare del resto che i genitori (o più in generale gli adulti) che maltrattano fisicamente, psichicamente o sessualmente i bambini non sono gli stessi, ma al contrario, possiamo a volte incontrare genitori (o adulti) che maltrattano i loro figli simultaneamente nei tre registri (da cui la complessità delle frontiere nosologiche). Si tratti di una violenza fondamentale[7], di aggressività o di odio, in ognuno di questi campi è al centro la dimensione della distruttività, e questo all'interno di ogni storia, che certo è unica in quanto tale. Ovviamente questi tentativi di distinzione non sono netti, perchè le cose possono essere ben più complesse e intricate. Ma esistono anche altre forme di maltrattamento individuale, più indiretto. Come per esempio non poter investire il bambino come un essere separato, non riconoscere la sua esistenza. Questo è un affronto narcisistico capitale, un vero e proprio diniego di esistenza. Come se la nascita del bambino non ci fosse mai stata, come se non avesse cambiato niente. Come professionisti, possiamo avere un'idea di questo tipo di sofferenza, pensando alla nostra relazione con i bambini autistici quando, allo stesso modo, non riconoscono la nostra esistenza. Un'altra forma di maltrattamento, e dunque un'altra fonte di sofferenza per i bambini, attualmente molto estesa, indiretta e sottile, poco spettacolare, ma importante, da cui l'interesse dei lavori dell'Istituto Pikler-Loczy[8] di Budapest, corrisponde al non riconoscimento di uno dei bisogni fondamentali del bambino che è di poter esplorare, attualizzare, pervenire a fare ciò di cui è capace, non da solo, ma con un adulto al suo fianco che desidera che lui ci riesca. Poter sperimentare le proprie competenze è proprio uno dei bisogni fondamentali del bambino. Oggi si tende alla cancellazione dei sintomi, ma il maltrattamento non è un semplice sintomo, e possiamo vedere che la focalizzazione mediatica che si concentra principalmente sui disturbi estremi della sessualità, funziona anche come resistenza a tutto quello che ci ha insegnato la psicoanalisi sul sessuale e sull'infantile che perdura in noi, qualsiasi cosa se ne dica, in ogni adulto e al fondo di ognuno di noi. In questo campo, nessuno dice le vere ragioni, innanzitutto, perchè non le conosce, nonostante la diffusione delle idee della psicoanalisi a riguardo. Gli adulti e  le coppie che fanno sempre meno figli adducono come pretesto l'incertezza del nostro mondo minacciato da ogni parte e senza futuro. Non è che mentono. Essi con le parole suggerite dai media,  sentono qualcosa di viscerale, che percepiscono male, che li mobilita. E' una forza profonda, che si è tentati di mettere in rapporto con eventi chiari, conosciuti da tutti, della vita  pubblica o privata, ma qualunque sia il tipo di maltrattamento agito, fisico, psichico, o sessuale, il riferimento è sempre al bambino che si è stati, o si crede di essere stati, e al bambino che è nella testa dei genitori. Ne possiamo schizzare un quadro, rapido ma speriamo non riduttivo della sua complessità. Sono riflessioni che sfumano le frontiere tra il normale e il patologico, che nei rimaneggiamenti contemporanei tendono alla normalizzazione sistematica da una parte e alla patologizzazione di fenomeni normali dall'altra.

 La nascita di un bambino riattiva, in ogni genitore e a volte negli stessi professionisti, le rappresentazioni mentali del bambino che essi sono stati. Questa identificazione regressiva (riattivazione delle tracce psichiche del bambino che noi siamo stati) consente la comunicazione preverbale con il bambino reale, ma può anche essere dolorosa quando risveglia ricordi di una precoce sofferenza affettiva, o quando confronta l'adulto al bambino "sfortunato" o "cattivo" che egli crede di essere stato. Sappiamo che oltre al bambino reale, in carne e ossa, c'è un altro bambino che si profila nelle fantasie degli adulti e  dei genitori: quello che Conrad Stein chiama bambino "immaginario" (Stein, 2011)[9] e che Stein distingue in bambino fantasmatico, sognato, narcisistico e mitico o culturale. Il bambino fantasmatico, è il bambino delle rappresentazioni psichiche inconsce che ognuno dei genitori si è costruito lungo tutta la sua storia, a partire dalla più tenera infanzia. Sin dai primi anni della sua vita, ancora prima del periodo edipico, vale a dire dai due ai cinque anni, il bambino, sullo sfondo della sua relazione con l'adulto, per la sua invidia e curiosità sessuale a suo riguardo, elabora un certo numero di "teorie", che Freud chiama "teorie sessuali infantili" sul contenuto del ventre materno e sulle relazioni che uniscono gli uomini e le donne intorno a lui. Come ben sappiamo, questo lavoro è inconscio ma fondamentale per il seguito dell'organizzazione psichica del bambino. Quando il maltrattamento ha di mira soprattutto il bambino fantasmatico, in definitiva è un maltrattamento rivolto al bambino del nostro inconscio, ossia il bambino immaginario delle nostre imago genitoriali. Un secondo gruppo di rappresentazioni mentali è molto più conscio e preconscio e soprattutto più tardivo. Si tratta in fondo delle fantasticherie conscie e preconsce della coppia a proposito del bambino che progetta di avere, sul suo sesso, sul suo nome, sul suo aspetto.. Queste rappresentazioni sono il prodotto dell'attività dei due futuri genitori già adulti, o giovani adulti, e inscrivono il futuro bambino nella storia della loro unione come uomo e donna. Sono spesso rappresentazioni inadeguate alla realtà e possono scatenare un maltrattemento insidioso, svalutante delle potenzialità evolutive del bambino. Il bambino narcisistico è quello che Freud ha descritto, sin dal 1914 nel suo saggio sul "Narcisismo", con l'espressione "His majesty the baby". E' il bambino depositario delle speranze e delle aspettative dei suoi genitori. Tutto ciò che essi non hanno potuto fare, tutto ciò in cui sono falliti, i loro ideali delusi, sarà il bambino che dovrà realizzarli, per indenizzarli dei loro eventuali rimpianti e frustrazioni. Così anche se per ogni genitore il bambino resta lungo tutta la vita un oggetto narcisistico particolarmente importante e investito, non può esserci amore genitoriale sprovvisto di ambivalenza. Quando il maltrattamento prende di mira il bambino narcisistico, è fondato sulla delusione e sulle mancanze narcisistiche, a volte profonde, dei genitori, com'è forse il caso del bambino di cui ho parlato in apertura.

Alcune contraddizioni del nostro presente

Nella nostra società occidentale, il bambino è diventato sempre più prezioso (raro perchè le famiglie sono ridotte), sempre più tardivo (le donne partoriscono sempre più tardi), e deve essere sempre più perfetto man mano che avanzano i progressi delle tecniche bio-mediche pre e perinatali (ho visto recentemente un servizio in televisione sul dato che in Islanda sarebbe stata sradicata la sindrome di Down!). Ne esce rafforzato il mito del bambino perfetto. Ma al tempo stesso, il bambino deve essere il più rapidamente possibile autonomo, perchè non interferisca col lavoro dei genitori. I progressi per esempio della puericultura vanno nel senso di un allontanamento precoce del corpo del bambino da quello dell'adulto. Come se fosse necessario che il bambino disponga il più precocemente possibile del proprio spazio corporeo e comportamentale distinto da quello dei suoi genitori. Sembra che la fusione non sia più nell'aria del tempo! Le rappresentazioni collettive dell'infanzia del nostro presente possono portare, anche se "culturalmente" non dichiarate, a maltrattamenti indiretti e collettivi dell'infanzia, come per esempio la scolarizzazione precoce. Il salto dal bambino reale al bambino immaginario può essere fonte di delusioni insopportabili nell'adulto che possono essere evacuate attaccando il bambino reale, oppure è la rivalità tra le parti infantili dell'adulto e questi bambini "immaginari" (compreso il bambino culturale che evolve sul filo delle generazioni) che possono generare una distruttività all'origine del maltrattamento. Valutare il traumatismo, vale a dire l'impatto del trauma del maltrattamento non è affatto facile, perchè non se ne possono prendere le misure oggettive. Contrariamente a ciò che pretende il concetto del Post-Traumatic Stress Disorders, non esiste una soglia quantitativa di sensibilità che permetta da sola di dare conto delle conseguenze del trauma, che ha effetti variabili da soggetto a soggetto in funzione principalmente della sua storia e degli effetti qualitativi di après-coup, vale a dire delle risonanze del trauma per un certo individuo. Lo stesso maltrattamento (e si vede subito come questo termine può sembrare artificiale) non produce gli stessi effetti per ogni bambino, per questo sottolineiamo il posto centrale della soggettività nel vissuto e sentito da ognuno. Può sembrare una verità ovvia, ma dobbiamo continuare a dirla senza tregua. Certo è difficile mettere dei limiti e stabilire le norme di un maltrattamento rispetto al grado della sua gravità. Si può dire che il maltrattamento rappresenta un capitolo complesso delle relazioni tra bambini e adulti nell'attuale disagio della civiltà, che rinvia a un innegabile fallimento della gestione delle pulsioni di distruzione, il cui oggetto vero e proprio è spesso difficile da definire. Non ne voglio fare però un problema di mamma-papà, di famiglia e basta. L'odio e la paura scatenati dai media contro le baby gang a Napoli non è forse un'altra forma di maltrattamento dell'infanzia? La paura è reale, ho potuto costatarla personalmente in tante conversazioni, per strada, negli incontri personali: paura di bande di bambini di dodici anni, perfino di dieci! C'è un aspetto sempre più precoce di un universo di violenza, che fino a poco tempo fa era quello dei cattivi ragazzi adolescenti. C'è paura del bambino, come se il suo "carattere pulsionale" rischiasse di risvegliare una violenza incontrollabile. Ogni pulsione è effettivamente o potenzialmente violenta, comprese le pulsioni di eros. Anche l'amore può essere soffocante o mortale, non ci saranno mai pulsioni calme o tiepide. Ma dobbiamo considerare la possibilità di un equilibrio tra l'insicurezza interna e la violenza esterna, dell'impasto permanente di pulsioni di vita e pulsioni di morte. In realtà, più siamo insicuri al fondo di noi stessi, più abbiamo bisogno di rassicurarci illudendoci di padroneggiare o controllare in qualche modo, per quanto poco, il nostro ambiente. Diventiamo così ambiente-dipendenti e ogni perdita di controllo o ogni paura di perderlo, diventa fonte possibile di rabbia narcisistica. Iperattività, malvagità.. concludo evocando il concetto di rispetto che si deve al bambino, così caro a Janusz Korczak (1872-1942) e la cui etimologia "ri-spectare" rimanda efficamente all'importanza, nelle nostre relazioni con i bambini, i nostri e quelli di cui ci occupiamo, di saperci rivolgere e tornare al bambino che siamo stati, o che pensiamo di essere stati.

 

[1] Psicologa, Psicologia Clinica Età Evolutiva, psicoanalista AIPPI, Napoli

Via Santa Caterina da Siena, n. 52

80132 Napoli

auroragentile@libero.it

[2] Bourdin D., Les jeux du normal et du pathologique Des figures classiques aux remaniements contemporaines, Paris, Armand Colin, 2002

[3] Gentile A., Lo scenario edipico in frantumi, in Richard e Piggle, 1/2016.

[4] Vergine A. (a cura di), Trascrivere l'inconscio, problemi attuali della clinica e della tecnica psicoanalitica, Milano, Franco Angeli, 2002,; Gentile A., Penser par cas, in Topique, 108/3, pp. 93-102.

[5] Ferenczi S., Confusione delle lingue tra adulti e bambini, in Fondamenti di psicoanalisi, v. III, Rimini, Guaraldi, 1974,pp. 415-427.

 

[6] Heimann O., About children and children non-longer, in L'enfant, Nouvelle Revue de Psychanalyse, Paris, Gallimard, 1979 (pp. 77-98).

[7] Bergeret J., La violenza e la vita, Roma, Borla, 1998.

[8] L'Istituto Pikler-Loczy è un orfanotrofio ungherese creato nel 1947 a Budapest per gli orfani di guerra da 0 a 3 anni. La casa di Loczy è celebre per la sua pedagogia innovativa. Nel 2003 un simposio internazionale di 365 paesi in onore della sua fondatrice Emmi Pikler: "Crescere semza traumi" ha riconosciuto l'importanza delle sue idee.

 

 

[9] Stein C., Le monde du rêve, le monde des enfants, Paris, Flammarion, 2011

25/06/2019

Centri Clinici AIPPI

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