Lorenza Mazzetti e i sogni dei bambini. Di Daniela Bruno

Lorenza Mazzetti e i sogni dei bambini

 

di Daniela Bruno

 

Il quattro gennaio del 2020 taluni di noi avranno fatto caso a una notizia apparsa sui giornali, la morte a quasi novantatré anni di Lorenza Mazzetti.

Dico “taluni di noi” riferendomi ai colleghi che per età, per aver vissuto nel corso della loro giovinezza il periodo storico a cavallo tra gli anni ‘70/’80 caratterizzato da un vibrante interesse per lo sviluppo infantile, sia dal punto di vista pedagogico che psicoanalitico, hanno ricordato, se non proprio il nome di Lorenza, le tante iniziative associate al “teatro dell’Io”, che grazie alla sua passione presero “piede”, ma sarebbe bene dire “corpo”.

Il corpo a cui dovremmo pensare è quello dei bambini, anche ai loro piedi sì, ma soprattutto alla loro bocca che ha dato voce ai loro sogni.

Lorenza è stata in tutto e per tutto donna del suo tempo, di quel tempo che ha travolto la vita di quelli che sono sopravvissuti alla catastrofe dell’olocausto, che poi hanno dedicato tutti loro stessi alla costruzione di un mondo migliore. Nasce con una gemella, la mamma muore di parto. Viene, vengono, affidate a una balia nel “paese delle modelle più belle d’Italia”, come sostenevano i famosi pittori del tempo, Anticoli Corrado. A tre anni e mezzo cambiano balia perché il papà teme che le bimbe siano un po’ abbandonate a loro stesse. Alla fine finiscono in Toscana, a Rignano sull’Arno, dalla sorella del papà, sposata al cugino di Albert Einstein. Nel 1944, le truppe tedesche in ritirata, uccidono su ordine di Hitler la zia, le sue proprie due figlie bambine, non lo zio che aveva avuto modo di fuggire nei boschi. Però un anno dopo lo zio si suicida.

E poi, poi….tanta vita. Lorenza a venticinque anni a Londra realizza il suo primo film, “K”, in seguito “Together”. A trentaquattro anni vince il premio Viareggio con il libro “Il cielo cade”, che solo alla sua ristampa, trenta anni dopo, rivelò essere la sua autobiografia.

Conobbe, frequentò gli intellettuali degli anni ‘60/’70. Cominciò a interessarsi ai sogni tenendo una rubrica su “Vie nuove” intitolata “Il lato oscuro”, in collaborazione con un analista junghiano Vincenzo Loriga.

Fondò il Puppet Theatre nei pressi di Campo de Fiori, teatro di burattini per bambine e bambini, dove Pollicino, la Bella e la Bestia, Cenerentola, il Principe Ranocchio, Biancaneve ecc., presero vita.

Successivamente si dedicò alla pittura.

Mi sono chiesta rileggendo “Il teatro dell’Io: l’onirodramma”. I bambini drammatizzano a scuola i loro sogni” edito nel 1975 da Guaraldi, se ci fosse un nesso tra la vita dell’Autrice e il suo interesse per i sogni.

Certo anche solo il buon senso, senza dover scomodare la sapienza psicoanalitica, ci indirizza nel pensare che i traumi della vita necessitano di essere contenuti e rappresentati in una forma più digeribile per la mente, al fine di sostenere la ricerca di un senso, che non sia solo “la banalità del male” subìto, affinché possano in questa forma modificata consentire alle vittime sopravvissute un patteggiamento con se stesse per autorizzarsi ad esistere. Sappiamo pure che i sogni sono la strada inconsapevole che il sognatore percorre per rappresentare il mondo interno, soprattutto quelle parti indicibili, che nel caso di Lorenza rischiavano di impastare la vita con la morte, confondendo bene e male a discapito del bene, senza il quale non si vede né la luce del presente né il baluginio del futuro. Allora Lorenza, nella doppia veste di testimone e vittima di atrocità, poteva essere personalmente interessata a sognare o a cercare una via dall’incubo di ciò che visse.

Chissà cosa sognava Lorenza. Malediceva i suoi sogni d’angoscia? O i suoi sogni le lasciavano indizi, tracce che la spingevano verso la conoscenza? Oppure è stata spinta ad occuparsi di sogni per potersene liberare?

Non so come la sua ricerca sia cominciata, ma certamente a un certo punto avrà pensato che sognare fa bene, che parlare dei sogni ancor di più, soprattutto quando se ne scopre in prima persona il significato recondito racchiuso nei simboli. Dal tempo dell’incubazione dei sogni nel tempio di Esculapio l’uomo attribuisce al sognare un valore terapeutico. Ora non ci aspettiamo la rivelazione del divino, ma la rappresentazione e la comprensione dei conflitti a cui fatichiamo a dare un nome.

Dopo aver supposto un rapporto di causalità tra la vita di Lorenza, vittima e testimone di un dramma, e il suo bisogno di indagare la forza trasformativa del sogno, mi sono chiesta cosa l’avesse agganciata alle fiabe.

Freud parlò di una certa equivalenza fra fiaba e sogno e anche Lorenza vi fa riferimento.  Proprio questa connessione ha attratto il mio interesse.

La fiaba di tradizione orale, a proposito della collocazione planetaria dei suoi temi, altro non è che una sterminata narrazione dell’inconscio collettivo, sedimentatasi prima nei miti, poi nei riti fino a giungere a noi nella forma semplice che conosciamo. Di semplice in verità ha solo il dispositivo narrativo, che, per come è stato studiato dagli strutturalisti, parte da una mancanza, prosegue con la conoscenza grazie a un mentore e con il superamento di prove grazie agli aiutanti solidali, fino al raggiungimento dell’obiettivo, che al tempo stesso è sia il superamento della mancanza che il raggiungimento di uno stato sapienziale superiore rispetto a quello di partenza. Ragion per cui gli analisti junghiani sono soliti parlare delle fiabe come metafora del “viaggio dell’Eroe” (e lo fa anche Lorenza). Il viaggio dell’Eroe, dovrebbe essere inteso come il compito evolutivo che ci riguarda, dalla culla alla morte, dovrebbe mutarci in individui più consapevoli dei propri limiti, come della propria ineludibile finitezza, sempre più liberamente disponibili a vivere profondamente i sentimenti, a fare pensieri, ad avere immaginazione, a costruire legami. Insomma ad essere vivi in vita.

Il bisogno incoercibile di ricevere racconti fa di noi tutti dei fruitori insaziabili, fin dal tempo dell’infanzia. Ebbene i bambini in modo particolare godono delle fiabe antiche perché accrescono la loro alfabetizzazione emozionale dando un nome a una sensazione, a una commozione, a un turbamento, per esempio appellando il rimorso, la gelosia, la rabbia; appellando e integrando aspetti laceranti perché contradditori, come l’odio e l’amore, l’invidia e la gratitudine, l’avidità e la generosità. Poi danno istruzioni sulla vita, come sottolineavano Calvino e Bettelheim, prospettando l’uscita dalla simbiosi (ricordate Raperonzolo?), la fuga dall’incesto (ricordate Pelle d’asino?), l’ineluttabilità della separazione (ricordate Hänsel e Gretel?) e parlano della morte. Ma tanta bella ricchezza si realizza soprattutto se la narrazione può contare su un bravo “cuntatore”, su un metodo che si appoggia a un setting codificato e alla presenza di un gruppo capace di funzionare come “un pensatoio”, dove la circolarità delle associazioni evocate dal testo permettono un rispecchiamento nelle vite degli altri e un ampliamento della propria visione (mi riferisco al metodo del “fiabare” come l’ho pensato).

Tornando all’equivalenza sogno-fiaba il lavoro della Mazzetti, l’onirodramma, offre spunti che concimano la ricerca che sia io che le colleghe del Centro Clinico della sede romana dell’A.I.P.P.I. stiamo facendo sulle fiabe di tradizione orale.

Il laboratorio della Mazzetti negli anni ’70 si trovava nella borgata romana di San Basilio, luogo di emarginazione, di sofferenza sociale, di ripetizione transgenerazionale di umane storie di deviazione sia dalle norme sociali condivise che dai codici. I bambini a cui chiedeva di raccontare e drammatizzare i sogni erano segnati dal dolore di non aver fatto l’esperienza che nel nostro lessico psicoanalitico chiameremmo dell’”oggetto buono”. Oppure, riferendoci alla teorizzazione di Winnicott potremmo definirli segnati dalla mancanza del non ricevuto, “deprivati”.

Il linguaggio junghiano che lei usa li inquadra psicologicamente incapsulati nell’odio verso le figure genitoriali, da cui non si sentono amati, che li porta ad identificarsi con un Io cattivo che farebbe loro perdere l’Io buono. Cito a pag. 12: “cioè il suo esserci-al-mondo-per-sé-e-per-gli-altri-come-oggetto-buono. Il disamore è vissuto come non-esserci poiché l’essere odiati è vissuto come non-esserci-per-gli-altri-dunque-per-sé”. Il danno arriva al punto che il bambino si trova incagliato nella dinamica ripetitiva, circolare della “legge del taglione”, in un movimento vendicativo che conseguentemente mette in moto il timore della ritorsione, della rappresaglia, senza possibilità evolutive.

Tutto questo nei sogni viene a rappresentarsi con dei simboli di negatività, impedendo il viaggio dell’Io che è analogo al viaggio dell’Eroe nella fiaba.

A pag. 13 sostiene che: “Si tratta di compiere ad occhi aperti il resto del viaggio se non è stato compiuto ad occhi chiusi. Le tappe di questo viaggio sono l’infrazione, il danneggiamento, la reazione dell’Eroe, l’incontro con l’Aiutante magico, la vittoria sull’Antagonista e la riconciliazione finale”. Diciamo che dall’onirodramma si aspettava la rinascita dell’Io, l’uso simbolico dell’aggressività per distruggere l’Antagonista grazie all’aiuto dell’Aiutante magico e soprattutto la riconciliazione finale. L’oggetto buono salvato sarebbe l’Io buono, il se stesso buono ritrovato, che attiva la capacità d’amare. Il bambino quindi: “ritrova la faccia buona dei persecutori simbolici, normalmente il padre simbolico e la madre simbolica”.

Il linguaggio della psicologia analitica junghiana è diverso da quello psicoanalitico freudiano, differenti sono i presupposti e la teorizzazione dei passaggi nel processo terapeutico. Tuttavia, in sintonia con Lorenza, sono interessata alla seconda nascita che è offerta agli individui quando è loro possibile usare i simboli che permettono una narrazione e una ri-significazione degli stati della mente soprattutto quando è intervenuta una situazione traumatica violenta a segnarli.

La ricerca che sto condividendo con voi di cosa avesse indotto Lorenza ad occuparsi di simboli, sogni, fiabe, non può non esigere la rilettura delle interviste che le furono fatte e che circolano su internet. Noi tutti siamo colpiti dalla rivelazione che fa al pubblico dei suoi lettori trent’anni dopo la strage della sua famiglia adottiva: ne aveva rimosso la visione! Intendendo che si era raccontata di non aver visto direttamente, personalmente la scena degli omicidi, come se qualcosa di fisico si fosse interposto tra i suoi occhi e e il massacro che si stava verificando.

Sulla rivista “Donnaeuropa” del 2014, intervistata da Marianna Coppi afferma: “Se c’era stata in me una rimozione così forte voleva dire che la mia vita era in pericolo. Quel ricordo mi paralizzava il cervello e il corpo e arrivava fino al cuore”.

Dopo aver letto queste parole mi sono detta che quello doveva essere stato “un infarto” del suo Io, che poi ha cercato di riportare in vita con l’arte, i film, la letteratura, la pittura, passando per il suo viaggio dell’Eroe. Credo che nel suo lavoro con i bambini si sia ripromessa di mettere a disposizione di ciascun bambino un personale viaggio dell’eroe partendo dai loro sogni–fiabe, cioè volesse mettere in moto  un concerto di avventure simboliche in cui il male potesse prendere la forma di un avversario che fosse possibile abbattere, senza rimanere incagliati nell’angoscia della ripetizione della rappresaglia,  parallelamente apprendendo qualcosa di sé e degli altri, scoprendo la possibilità che taluni possono essere umani, non solo disumani. Tutto questo per tornare ad amare, ad essere vivi, anche dopo aver visto la morte.

Tra i regali che la vita qualche volta ci fa, e a me lo ha fatto, c’è quello di incontrare, se non proprio di persona almeno nel mondo delle nostre passioni e interessi, qualcun altro che sentiamo simile nello slancio a conoscere ciò che ci sta a cuore. Scoprire cosa abbia spinto questo “altro-a-noi-simile” a seguire il nostro stesso interesse non può non accrescere la nostra passione per la conoscenza.

Vi invito a leggere o rileggere “Il cielo cade” e cercare secondo il vostro modo di pensare le connessioni tra la vita di Lorenza Mazzetti e il suo amore per i sogni e le fiabe.

12/02/2020

Centri Clinici AIPPI

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