Il silenzio delle Sirene. Relazione di Aurora Gentile al convegno della Sede Locale AIPPI di Napoli "La voce che cura"

Il silenzio delle Sirene                                                               

Aurora Gentile

Dal canto delle sirene nel libro XII dell'Odissea e dal racconto di Kafka Il silenzio delle sirene, (1917) (Il silenzio delle sirene, scritti e frammenti postumo 1917-1924, Feltrinelli 1994)

 

Introduzione

La voce al di là della sua meccanica fisiologica elementare sembra custodire l'enigma di un processo che gira intorno a qualcosa che sfugge al discorso della scienza (del corpo).

Con la scoperta dell'inconscio, la psicoanalisi ha messo in luce gli effetti che il linguaggio e la parola producono nel corpo del soggetto in analisi. Effetti che a volte sono alla superficie del corpo e si danno a vedere al nostro sguardo: è il caso per esempio delle somatizzazioni isteriche e dei sintomi di conversione, una parola ricevuta può avere il potere di scatenare tali risposte del corpo; così come l'interpretazione analitica può giungere a lenirne gli effetti, perfino a eliminarne le manifestazioni. E' quanto sperimentava con sorpresa il giovane Freud nel tempo della fondazione della psicoanalisi. Ma non sempre tali effetti sono visibili, non si mostrano alla superficie del corpo, ma lo colpiscono intimamente, s'insinuano nel funzionamento interno della macchina corporea introducendo disfunzionamenti che vanno a rovescio rispetto a una logica evolutiva.   Freud ci ha mostrato con chiarezza che tali fenomeni corporei non sono per niente riducibili a deficit funzionali o a disordini della condotta e della cognizione, come si direbbe nel linguaggio che il DSM ha introdotto nelle sue ultime edizioni, ma presentano nella forma della loro manifestazione un'altra logica che affonda la sua radice nell'inconscio dell'essere parlante. Logica che entra talvolta in rotta di collisione con il funzionamento biologico del corpo e con il principio di autoconservazione che lo sostiene, perché segue un altro principio di funzionamento, che è al di là del principio di piacere.

Con l'introduzione della differenza tra istinto e pulsione, tra bisogno e desiderio, Freud ci presenta un altro corpo che non si riduce alla sua materialità organica. Pensare il corpo non soltanto come organismo, ma anche come pulsione (Trieb), come spinta libidica irriducibile al bisogno e che si situa alla radice del desiderio del soggetto, è la sovversione introdotta da Freud nel modo di pensare il funzionamento del corpo dell'essere umano. La voce occupa tra i concetti della psicoanalisi un posto a parte in quanto oggetto pulsionale, quale posto occupa la voce tra il corpo organico e il corpo erogeno, nella dialettica e a volte nel conflitto tra questi due corpi?

Il silenzio delle sirene

E' proprio dell'arte riuscire a strappare qualcosa dall'oscurità di tale discordia primordiale per inserirla nel quadro di una rappresentazione inedita.

In un suo breve racconto datato 23 ottobre 1917, intitolato Il silenzio delle sirene, F. Kafka propone una particolare interpretazione del celebre episodio dell'incontro di Ulisse con le sirene che Omero narra nel canto XII dell'Odissea. Tutti conoscono la storia e Kafka parte dalla conoscenza che il lettore ne ha per suscitare in lui uno strano sentimento d'incomprensione. Nell'opera di Omero, la maga Circe, lasciando partire il suo amante a malincuore, gli rivela i pericoli che incontrerà nel suo cammino verso Itaca. Circe annuncia: Incontrerai dapprima le Sirene che incantano tutti gli uomini che si accostano a loro; ma perduto è chi, per imprudenza, ascolta il loro canto e mai più la sua sposa e i suoi figli lo rivedranno a casa (...). Tu, se vuoi, ascoltale, ma che i tuoi compagni ti leghino con delle corde mani e piedi, nella nave veloce, all'albero maestro, prima che tu ascolti con voluttà la voce delle Sirene". Ulisse tapperà le orecchie dei suoi compagni con della cera e si farà legare all'albero maestro per ascoltare il canto mortale.

Ecco come Kafka s'impadronisce dell'episodio mitico e lo riscrive:

"Per difendersi dalle Sirene, Ulisse si empì le orecchie di cera e si fece incatenare all'albero maestro. Aveva piena fiducia in quella manciata di cera e nei nodi delle catene, e con gioia innocente per quei suoi mezzucci, navigò incontro alle sirene. Sennonché le sirene possiedono un'arma ancora più temibile del canto, cioè il loro silenzio. Non è avvenuto, no, ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. (...) Difatti all'arrivo di Ulisse le potenti cantatrici non cantarono, sia credendo che tanto avversario si potesse sopraffare solo col silenzio, sia dimenticando affatto di cantare alla vista della beatitudine che spirava il viso di Ulisse, il quale non pensava ad altro che cera e catene.

Ma Ulisse, diremo così, non udì il loro silenzio, credette che cantassero e immaginò che lui solo fosse preservato dall'udirle. Le sirene scomparvero di fronte alla sua risolutezza e proprio quando era loro più vicino, egli non sapeva più nulla di loro. Esse, più belle che mai, si stirarono, si girarono, esposero al vento i terrificanti capelli sciolti e allargarono gli artigli sopra le rocce. Non avevano più voglia di sedurre, volevano soltanto ghermire il più a lungo possibile lo splendore riflesso dagli occhi di Ulisse" ( 428-429).

L'infans e la voce

Per comprendere la pertinenza dell'"interpretazione" di Kafka, possiamo pensare che il canto delle Sirene rappresenti il desiderio dell'altro che cerca il soggetto per attrarlo a sè. E' questo che rende la loro voce irresistibile. La voce, possiamo pensarla come ciò che eccede l'atto di parola.

All'origine della sua esistenza, l'infans, per effetto delle esorbitanti tensioni endogene, impossibili da gestire a causa della sua prematurità, emette un grido. Il grido del neonato non è subito un richiamo, non è che l'espressione vocale di una sofferenza. Diventerà richiamo soltanto attraverso la risposta della voce dell'altro, che suggella il suo desiderio. "Che vuoi che io ti chieda?" Da puro grido, diventerà un grido per. E' la voce dell'altro, madre o adulto soccorritore, nebenmensch, che introdurrà l'infans, al di là della voce, alla parola, al processo di significazione e gli farà perdere per sempre l'immediatezza del rapporto alla voce come oggetto. La materialità del suono sarà allora irrimediabilmente velata dal lavoro di messa in significato. La parola fa tacere la voce, o meglio permette di renderla non udibile. Possiamo intendere la voce come il supporto pulsionale della parola e attribuirle la funzione di « attrattore » (Houzel, 1991) : è una seduzione, ma una "seduzione" che dà al grido del bambino dei significati rivestendoli delle bellezze del linguaggio, inaugurando quello che George Steiner chiama « un atto di fiducia semantica » (Steiner, 1989) e che possiamo definire anche come Ammissione di senso originaria. E’ questo che possiamo intendere essenzialmente con la seduzione originaria così come la intende Jean Laplanche (Laplanche 1987). E’ l’attrazione che sembra esercitare sul bambino la voce materna, quando questa « transmodalizza » la sua esperienza (Steiner, 1989), così che egli si appropri degli affetti di piacere che percepisce nella voce della madre. Identificandosi a lei, egli può sviluppare le sue tendenze a sognare e a metaforizzare e a scoprire il piacere di pensare. La voce apre uno spazio psichico attraverso cui far scoprire al bambino le valenze simboliche e immaginarie della realtà. E’ la traduzione del bisogno in desiderio, che si compie progressivamente. Didier Houzel ha insistito sui « gradienti di potenziale » avvertiti dal bambino al momento di cambiamenti rapidi del suo stato psicofisico, dettati dalle emergenze pulsionali. La voce « attrattore », sarebbe però generatore di « catastrofi » (come il canto delle sirene con gli incauti marinai) se la reverie materna, il piacere calmo e sospeso che lo accompagna, e la loro interiorizzazione da parte del bambino, non venissero a maneggiare delle tappe, addolcire le cadute, creare trattenute e diversioni, come scrive Didier Houzel (Houzel, 1988). Sollecitata dalla bellezza della voce (Meltzer, 1988), dalle splendide sirene, la curiosità del bambino, per non annientarsi però in torrenti impetuosi, deve essere canalizzata, rallentata per così dire, come scrive Meltzer, da un tentativo sognante di figurare ciò che non è percepito : il mistero dell’interiorità, ciò che Meltzer schematizza con la domanda : « E’ così bello anche dentro ? » A questa domanda che ha bisogno di un arresto per contemplare l’oggetto (cioè per teorizzarlo) le uniche risposte sono immaginarie. Ma è proprio in questo che vediamo il ruolo insostituibile della voce, il bisogno del bambino di una voce intorno alla quale costruire la sua immagine (proprio come l'immagine allo specchio).

Freud in una nota del 1920 aggiunta a Tre saggi sulla teoria sessuale riferisce l'aneddoto del bambino di tre anni che dice a sua zia in una camera al buio: "Zia parla con me, ho paura del buio" La zia risponde "Ma a che cosa serve? Così non mi vedi lo stesso". Ma il bambino ribatte "Non fa nulla, se qualcuno parla c'è la luce" (p. 529, OSF, 4). Il bambino non si sente solo, se qualcuno gli parla.

Come aveva ben visto Kafka, c'è qualcosa di più mortale della seduzione del canto delle sirene, della loro voce così inebriante che può far dimenticare che c'è bisogno anche di un limite al desiderio. E' il loro silenzio. Nessun richiamo, nessuna seduzione che viene dall'altro, nessuna voce che accenda la luce in una stanza buia. E questo può accadere per tante ragioni diverse, o soltanto perchè il desiderio mira al non desiderio, a che sia buio del tutto, che tutto taccia. Può accadere così che ciò che fa vibrare la voce, nel suo timbro, nella sua intensità, nel suo tono e ritmo, sia ricoperto da uno strano silenzio, come un'assenza misteriosa e soprattutto inspiegabile.

Si capisce allora che anche da adulti, giacché la voce materna o il suo silenzio, non saranno mai dimenticati, la voce continua a esercitare su di noi il suo sortilegio, perchè è quando eravamo più piccoli, ancora troppo piccoli per ricoprirla con la lingua dei significati, che l'abbiamo amata o come l'Ulisse di Kafka, non l'abbiamo udita.

 

Riferimenti bibliografici

Freud S. (1905), Tre saggi sulla teoria sessuale, in OSF, 4

Gentile A., Travailler avec la psychose de l'enfant, in Psychologie clinique, 36, 2013/2, 132-144

Hochmann J., Cordelia ou le silence des Sirenes, une relecture de l'autisme infantile de Kanner, Autisme de l'enfance, Paris, Puf, 1994, 1997

Houzel D., Autisme et conflit esthétique, in Journal de la psychanalyse de l'enfant, 5, 1988

Kafka F. (1917), Il silenzio delle sirene, in Racconti, Milano, Mondadori, 1970

Laplanche J., Nouveaux fondements de la psychanalyse Paris, Puf, 1987 (tr. it: Nuovi fondamenti per la psicoanalisi, Roma, Borla, 1989)

Meltzer D. (1988), The Apprehension of the beauty, Cluny Press (tr. it. Amore e timore della bellezza, Roma, Borla, 1989)

Steiner G., Après Babel, Paris. Albin Michel, 1978

26/02/2020

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