A. Gentile. Relazione a La clinica attuale dell'infanzia e dell'ad.za. Dialogo con M. Wolf-FédidaFél

Seminario AIPPI, Roma 16 febbraio 2019

 

La clinica attuale dell’infanzia e dell’adolescenza: nuove espressioni o nuove categorie psicopatologiche’ Dialogo psicoanalitico  con Mareike Wolf-Fédida.

 

Tavola rotonda. Relazione di Aurora Gentile[1]

 

 

E' legittimo chiedersi se la clinica psicoanalitica incontra oggi strutture, individuali e sociali, analoghe a quelle che analizzava Freud un secolo fa, e se i modelli psicoanalitici possono ancora servirci da punto di riferimento. E' in effetti impossibile non interrogarsi sulle trasformazioni psicosociali contemporanee che non soltanto pesano sulle nuove espressioni sintomatiche, ma anche sulle concezioni teoriche e i modelli che cercano di darne conto. Ci chiediamo dunque se esistono dei nuovi sintomi.

Per quello che concerne la nostra pratica di psicoanalisti dell'infanzia, assistiamo da qualche anno, nel campo della psichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza, ad un ritorno ai modelli medici "duri", cosiddetti oggettivi, che si appoggiano da una parte sulla classificazione americana (DSM) e dall'altra sui lavori della psicologia cognitiva e la neuropsicologia. L'obiettivo di questi modelli più o meno esplicitamente, mira a sradicare la riflessione psicopatologica privilegiando l'etiologia e l'approccio esclusivamente organico di un certo numero di disturbi, isolati così dal resto del funzionamento mentale, tagliati via dalla storia dell'individuo e dal contesto ambientale, relazionale e sociale nel quale si producono dando loro un significato. Non c'è da sorprendersi che questi nuovi modelli siano largamente mediatizzati, partecipando alla narcisizzazione di una società sempre più intollerante dei suoi conflitti interni ed esterni, facendo intravedere soluzioni magiche e onnipotenti,  a favore in realtà di interessi finanziari e politici, questi si effettivamente potenti, e contro l'elaborazione mentale che è sicuramente più  incerta, angosciosa e meno immediata.

 La tendenza attuale è trovare una spiegazione causale lineare che faccia a meno della complessità dello psichismo umano e soprattutto dell'ineluttabilità del conflitto relativo alla nostra lunga dipendenza dai genitori ed è sul bambino che si produce l'impatto più violento di questa tendenza. (rinvio a precedenti riflessioni e discussioni seminariali e alle riflessioni della nostra conferenziera Mme Fédida).

Le espressioni della società contemporanea a tutti i livelli alimentano un surplus di eccitazioni violente che sovraccarica il bambino senza che i mezzi collettivi per contenere o far derivare queste eccitazioni siano particolarmente cambiati. Possiamo anche dire senza drammatizzare che la sovrastimolazione per esempio dei media si produce a scapito di una qualità di presenza genitoriale, tenera e viva, storicizzante. La ferita edipica legata all'immaturità infantile è allora ancora più bruciante, le modalità ordinate dalla rimozione sono messe in scacco a favore di una scarica immediata con minime capacità simboliche, il vuoto così creato richiede allora di essere colmato attraverso l'atto e il consumo più o meno immediato, rafforzando  la pressione dell'economico e il suo modello quantitativo-operatorio, e dunque le necessità dell'efficacia e della performance. Quando le tensioni interne e esterne non possono essere scaricate nel comportamento, la via è aperta alle malattie dette della civilizzazione, alle nuove forme del malessere (Le mal-être, 1996).

 

L'iperattività, o nella sua ultima versione del DSM-5 ADHD, sintomo o sindrome dal carattere ormai quasi epidemico, sembra mettere particolarmente in luce lo scontro tra i sostenitori della psicopatologia psicoanalitica che vuole comprendere le manifestazioni iperattive del soggetto nel suo contesto psicologico e relazionale, e dall'altra i sostenitori di un approccio medico che definisce l'iperattività come un disturbo d'origine neurologica che richiede trattamenti farmacologici e terapie cognitivo-comportamentali.

Se la questione dell'iperattività cristallizza tanto le differenze tra queste due concezioni, è probabilmente perchè questa si caratterizza essenzialmente per le sue manifestazioni comportamentali e motorie spesso chiassose e visibili, dunque percepibili e oggettivabili, al contrario delle sue manifestazioni mentali che sono silenziose, discrete, perfino inesistenti in apparenza, l'iperattività può dunque prestarsi bene al sistema classificatorio che privilegia il manifesto e ai modelli oggettivanti che vi sono associati. Si potrebbe anche pensare a una sorta di collusione tra una patologia la cui espressione caratteriale e comportamentale è povera di espressioni mentali, e un sistema di comprensione fondamentalmente resistente alla psicopatologia.

L'iperattività, in effetti, potrebbe essere l'espressione sintomatica di soggetti che hanno una particolare difficoltà di mentalizzazione perchè questa risulta massicciamente angosciante o fonte di disorganizzazione traumatica. Non riuscendo a trattare l'eccitazione con risorse psichiche, il soggetto ricorrerebbe preferibilmente a accomodamenti percettivi, motori e comportamentali, anche se a rischio di strutturare progressivamente una neo-identità iperattiva, imponendo all'ambiente assoggettato di prendere in carico le mancanze del suo mondo interno. L'iperattività nel bambino esprimerebbe dunque uno stile dell'epoca contemporanea, un certo stile di disagio del bambino nella modernità. C'è anche da dire che il DSM, al di là del suo ateorismo e la sua indifferenza alla soggettività, conserva un suo valore documentario di osservatorio dell'ambiente sociale, e come osserva P.-L. Assoun, è a suo modo anche un genere molto particolare di documento antropologico. ( Paul-Laurent Assoun. D’un certain style de malaise de la modernité dénommé borderline: une lecture freudienne. Figures de la psychanalyse, ERES, 2015, La psychanalyse et les mondes contemporains 2(30), pp.95-107).

 

Una prospettiva psicosomatica

 

Comportamento agitato, iperattività motoria e opposizione relazionale costituirebbero ciò che gli psicosomatisti chiamano un narcisismo di comportamento: questo tipo di soggetto «non conosce la distensione e il riposo, si estenua nella ricerca continua del soddisfacimento illusorio di un ideale esigente» (C. Smadja, 2001, p. 192): essere il primo, fare meglio degli altri, essere una star .. Questo bisogno di alimentazione narcisistica esterna sempre mancante attesterebbe il fallimento dell'organizzazione narcisistica primaria, imponendo ideali megalomanici sempre insoddisfatti.

Alcuni autori in effetti, ed è questa la prospettiva che propongo per discuterla perchè mi appare interessante, (M. Berger, 1999; E. Suchet, 2001) avvicinano oggi alcune forme d'iperattività alle «condotte autocalmanti», descritte da C.  Smadja (2001) e G. Szwec (1998). E. Suchet mostra l'apporto fecondo delle teorie psicosomatiche dell'IPSO: l'iperattività è descritta come molto vicina alle condotte autocalmanti, meccanismi para-eccitatori autonomi e antitraumatici, iscritti in un processo di sviluppo prematuro dell'io che si oppone allo sviluppo pulsionale e fantasmatico. Facendo parte delle condotte anti-traumatiche premature, le condotte autocalmanti si caratterizzano per il fatto che mirano a calmare l'eccitazione interna quando i mezzi psichici di legame delle eccitazioni vengono meno o sono debordate, in particolare le capacità regressive. Fanno appello alla motricità, alla percezione, alla realtà in caso di una condizione di non-aiuto ansiosa, di stato traumatico o di alterazione del sentimento di autostima. La loro particolarità consiste nel fatto che si tratta di condotte autocalmanti e autoeccitanti insieme, che realizzano una specie di autocullamento motorio che allevia la tensione interna, e questo in modo ripetitivo. La loro dinamica, per gli analisti della scuola psicosomatica di Parigi, utilizzerebbe la pulsione di morte nella sua versione silenziosa, quella che mira all' al di là del principio di piacere tentando di ridurre l'eccitazione pulsionale al suo livello più basso. In molti bambini con diagnosi di iperattività incontrati nel mio servizio di Psicologia Clinica dell'Età evolutiva, l'agitazione psicomotoria si accompagnava certo a funzionamento psichici molto variabili, ma effettivamente, in generale almeno, a situazioni vicine alle patologie limite/narcisistiche o a alle prepsicosi bianche, in analogia con le differenze messe in luce da André Green tra angosce rosse (castrazione, distruzione) e angosce bianche (narcisistiche). L'iperattività pura o essenziale rinvierebbe allora alla prevalenza del polo poco o non mentalizzato come difesa dal pensiero traumatico piuttosto che come deficit, ciò che può anche diventare, mentre la comorbilità emozionale (angoscia, depressione) rinvierebbe al fallimento difensivo.

In ogni caso, è ben visibile lo squilibrio tra processi primari (riferiti più «al tutto, e subito agito», che al soddisfacimento allucinatorio) e processi secondari e la dimensione impulsiva legata alla difficoltà di investire l'attesa e a trovare piacere nel gioco delle rappresentazioni mentali, che può alleviare il dispiacere di un mancato soddisfacimento immediato.

I bambini cosiddetti "iperattivi" presentano delle modalità relazionali paradossali in cui la dipendenza nei confronti dell'oggetto si oppone al rifiuto attivo di lasciarsi andare a una posizione passiva di accettazione, di accoglimento, in definitiva di interiorizzazione oggettuale, che per identificazione consentirebbe di poter rinunciare all'oggetto reale e trovare in sè risorse in grado di fronteggiare l'eccitazione. La radicalizzazione del conflitto tra bisogno e rifiuto dell'oggetto darebbe quindi luogo al "disturbo di opposizione" suscettibile di evolvere in adolescenza verso disturbi comportamentali.

Il bambino "iperattivo" sembrerebbe non poter conservare un rapporto con l'altro se non nel quadro di un rapporto di forza dove deve avere l'ultima parola per trionfare sull'altro, condizione perchè la sua stima di sè resti positiva, nonostante i rischi di rifiuto e di punizione. Potremmo parlare di una forma di dipendenza aggressiva, caratteristica dei bambini tirannici. In mancanza di una possibilità di legame dell'eccitazione interna, si creerebbe una sorta di aggrappamento all'oggetto esterno appunto per l'indisponibilità di oggetti interni, dei mezzi mentali, del gioco, delle rappresentazioni psichiche che gli consentirebbero di essere solo in presenza dell'oggetto (Winnicott).

L'iperattività può diventare costitutiva così di una identità di superficie, senza spessore, che nega il mondo interno, mentre le mancanze di quest'ultimo, tra cui l'attenzione e il controllo pulsionale, sono alleviate da una relazione che cerca il possesso dell'oggetto esterno. Che questi bambini trovino una complicità oggettiva nei modelli medici duri, intolleranti anch'essi delle dimensioni dell'interiorità psichica, non è dunque sorprendente.

Le trasformazioni socioculturali contemporanee pesano profondamente sulle caratteristiche del nostro funzionamento mentale, nel senso del rifiuto dell'elaborazione psichica dei conflitti: il grado di repressione comportamentale delle eccitazioni per restare civilizzato aprirebbe verso le potenzialità di somatizzazione, mentre l'espressione comportamentale  compresa la violenza, permetterebbe nonostante tutto una deriva di sopravvivenza. Il vento repressivo che si è levato in questi ultimi anni non ha alcuna utilità se non è accompagnato da una riflessione sui paradossi imposti ai giovani. Le tendenze alla scarica negli investimenti motori e fallici, accompagnati da una scarsa efficienza della colpa, di una più debole tolleranza alla frustrazione, di un'accresciuta dipendenza all'ambiente e della ricerca di stimoli immediatamente piacevoli appaiono più frequenti nei ragazzi, mentre le ragazze usano più volentieri e più presto le loro capacità di seduzione alla ricerca di uno sguardo-specchio che le animerebbe dall'esterno. In un mondo moderno in cui si addensa il bombardamento di eccitazioni, la capacità di dominarle prenderebbe la forma dell'impossessamento a detrimento del soddisfacimento (P. Denis, 2002 ; V. Kapsambelis, 2003)[2], fondamento del sogno e del fantasma. Ci si può dunque meravigliare, e senza sottovalutare il peso di eventuali vulnerabilità somatiche, che i nostri neonati e i nostri bambini si agitino e alcuni non possano fare altro che agitarsi?

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Berger M., L'enfant instable, Paris, Dunod

Denis P., Emprise et satisfaction, Paris, PUF, 2002

Kapsambelis V., La haine de l'infantile. Expressions non nevrotiques dans la pratique psychatrique d'aujourd'hui, in Psychiatrie française n° special: 19-36, 2003

Smadja C., La vie operatoire, Paris, 2001, PUF

Suchet E., Repéres psychopatologiques, in Ménéchal J ( a cura di), L'Hyperactivité infantile, Débats et enjeux, Paris, Dunod, 2004

 

 

[1] Psicologo-psicoterapeuta, membro ordinario AIPPI-EFPP,  U.O. Psicologia Clinica e dell'Età Evolutiva ASL Napoli 1.

[2] Quando le rappresentazioni interne non sono più sufficienti a trattare l'eccitazione è l'apparato di appropriazione che deve farsi carico di condurre l'investimento verso il mondo esterno (la motricità) alla ricerca dell'oggetto adeguato (Denis).

25/06/2019

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