Vergogna
Vergogna
Lorenzo Iannotta
Cos’è la vergogna? Le nostre azioni sono orientate da ciò che pensiamo e immaginiamo, capacità che ci aiutano anche a prevedere cosa ci succederà. Così se prevediamo che mettendoci sotto i riflettori, esponendoci agli altri, stiamo correndo il rischio di non essere capiti e accettati allora scattano ansia, paure e preoccupazione di fallimento.
La parola vergogna, che deriva dalla radice indoeuropea kam e significa “nascondere, coprire, velare”, definisce quel profondo turbamento che proviamo quando un nostro comportamento o sentimento, che temiamo possa essere inadeguato o sconveniente, può essere giudicato negativamente dagli altri e vorremmo perciò nasconderlo.
La vergogna si manifesta quando ci si sente esposti, visti - l’elemento importante è lo sguardo dell’altro, reale o immaginato - e c’è oscuramente il timore di poter essere smascherati, “svergognati”.
Bisogna distinguere il senso di colpa, che riguarda la trasgressione di una norma: “ho sbagliato e ora arriverà un giudizio negativo”, dalla sensazione di essere esposto e di essere sbagliato, inadeguato.
La vergogna è un affetto che si vede. Una delle principali manifestazioni esteriori della vergogna è il rossore, che rende visibili a tutti le sensazioni di inadeguatezza.
La vergogna può avere radici profonde nelle esperienze dell’infanzia ed essere strettamente collegata alle prime relazioni con i genitori oppure può essere espressione di una fase specifica della vita, come l’adolescenza, in cui si avverte più forte il bisogno di ricevere dall’esterno approvazione e riconoscimento.
Esporsi allo sguardo e al giudizio degli altri non può che indurre un certo grado di timore e tensione che, se rimane entro livelli accettabili, stimola a spendere energie per migliorare le proprie prestazioni e ottenere risultati soddisfacenti. Questi sentimenti sono utili per regolare la distanza tra noi e gli altri, quindi possono avere una funzione positiva e proteggono da situazioni potenzialmente pericolose per l’autostima e per la privacy.
La paura di far brutta figura può diventare un pensiero fisso e quindi far sentire perseguitati. Quando la vergogna costituisce una condizione abituale, quando diventa il sottofondo che accompagna ogni incontro, allora viene vissuta come una inevitabile spina nel fianco che può addirittura indurre ad evitare i normali contatti sociali. La sensazione di essere sempre inadeguati, il continuo timore di perdere il controllo della situazione, l’impressione che di sicuro si andrà incontro alla derisione segnalano che la vergogna ha preso il sopravvento. Quando la vergogna diviene una sensazione dolorosa permanente, spesso accompagnata da una profonda insicurezza rispetto alle proprie e altrui aspettative, perde la funzione di protezione. La costante sensazione di “non essere all’altezza”, anche se sperimentata solo nella propria immaginazione, non permette di esporre le proprie idee in gruppo o di difendere i propri punti di vista, penalizzando di fatto la spontaneità nella vita sociale. In questi casi bisogna affrontare il problema per comprenderne i motivi profondi e cercare di superarli, anche avvalendosi del confronto con uno psicoterapeuta.
Perlopiù la vergogna non si riesce a nascondere.
È difficile mascherare le emozioni che derivano dai nostri pensieri e dalle nostre fantasie. Spesso poi ci si vergogna di vergognarsi, per cui a molti viene spontanea la reazione di nascondersi o, in altri casi, può esserci addirittura una reazione di rabbia o di aggressività. Una causa della vergogna è il timore di non riuscire a controllare le nostre emozioni, dando agli altri la possibilità di avere accesso alla nostra intimità come ospiti non invitati. Questo fa sentire “nudi” davanti agli occhi degli altri e si crea un circolo vizioso che porta la vergogna ad autoalimentarsi. Oggi spesso si ritiene che arrossire per la vergogna sia segno di debolezza. Il rossore, come la sudorazione intensa, è un segnale involontario che mandiamo agli altri per manifestare il nostro stato di disagio, come a “richiedere” la comprensione necessaria per superarlo. In altre parole, il rossore ha una funzione di protezione.
Bisogna distinguere la vergogna dalla riservatezza: essere riservati, provare pudore, esprime il bisogno di tutelare quegli aspetti di noi stessi, fisici o psichici, che viviamo come intimi e che desideriamo proteggere da eventuali ingerenze esterne.
Già nell’infanzia ci possono essere manifestazioni importanti della vergogna. A partire dai 2-3 anni, con lo sviluppo dell’autocoscienza e del linguaggio, il bambino inizia a percepirsi come oggetto dello sguardo altrui, in particolare delle figure di riferimento. Nell’infanzia la vergogna tende a essere più globale e totalizzante: vergogna e colpa non sono nettamente distinte e così “sono cattivo” (vergogna) è vissuto come equivalente a “ho fatto una cosa cattiva” (colpa).
Adolescenza e vergogna hanno un legame stretto. I cambiamenti corporei, per quanto attesi e immaginati, difficilmente corrispondono alle fantasie e alle aspettative: l’adolescente si trova a vivere in un corpo che cambia e a cui bisogna adattarsi. Ed emergono prepotenti le tematiche sessuali. Perciò, in questa fase della vita, si è particolarmente esposti alla vergogna: l’attenzione che viene rivolta a se stessi – pensiamo al tempo passato davanti allo specchio – impone un continuo confronto con ciò che si vorrebbe essere e, allo stesso tempo, con la necessità di accettare i limiti imposti dalla realtà. Il corpo veicola potenti messaggi rispetto al ‘come si è’ e al ‘come si vorrebbe essere’: spesso ne risulta in adolescenza la sensazione di non essere mai abbastanza, a fronte del desiderio di sentirsi perfetti. Ogni progresso nel riconoscimento di se stessi come persona diversa da tutti gli altri, con un proprio ruolo e una propria identità, comporta non solo l’orgoglio per la crescita ma anche la sensazione acuta di essere esposti allo sguardo e al giudizio dell’altro. Proprio con l’obiettivo di superare il disagio di tali sensazioni alcuni adolescenti, soprattutto in gruppo, si comportano in modo ribelle e spudorato sicché la vergogna si trasforma nel suo contrario: la sfrontatezza. È importante evitare di fraintendere questi atteggiamenti, possono essere adolescenti che ostentano una sicurezza che non possiedono e, dunque, denunciano una profonda fragilità.
Arriviamo alla domanda che si pongono i genitori: come aiutare i figli a superare la vergogna?
Si cresce anche grazie alla sensazione di essere visti e giudicati dagli altri. I bambini, specie quando sono piccoli, sono esposti alla vergogna. Perciò è importante che gli adulti, che devono fornire le risposte necessarie a orientare il comportamento dei figli, pongano attenzione a educare e correggere senza sconfinare nell’umiliazione, che serve solo a mortificare e a indurre bassa autostima. La pedagogia basata sul sarcasmo e l’umiliazione è utilizzata più di quanto non si pensi, anche se non stimola né la crescita né la capacità di pensare: invece di una relazione educativa si stabilisce un rapporto che porta la persona più fragile (per la sua età o per il suo ruolo) a sentirsi vittima o a ribellarsi. Così si insegna ai figli a nascondere aspetti difficili di sé piuttosto che ad affrontarli per capirli, a sottrarsi al confronto piuttosto che misurarsi con gli altri, rinforzando l’autosvalutazione, la passività, l’insincerità, il bisogno di rivalsa. Compito degli adulti è essere presenti e cercare il dialogo per favorire il confronto con le fragilità, consapevoli che vergogna e scoraggiamento intralciano e inibiscono la crescita.
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15/04/2026