Separazione dei genitori

in Dizionario AIPPI per Genitori

Separazione dei genitori

Giusi Cusumano, Francesca De Marino

La separazione dei genitori non è solo un evento giuridico o organizzativo: è un processo psichico complesso che attraversa tutta la famiglia, trasformando un campo affettivo condiviso che deve essere ripensato. Ogni membro, adulti e bambini, deve trovare un nuovo posto possibile nel paesaggio delle relazioni, rinegoziando confini, vicinanze e distanze.

Separarsi non significa solo cambiare casa o organizzazione familiare, ma affrontare una trasformazione interiore: quella di un legame che non sparisce, ma deve trovare un nuovo modo di esistere.

Per i genitori è un passaggio che richiede di tollerare incertezze, silenzi, rabbia e sensi di colpa; per i figli, di riadattare il proprio mondo interno a una realtà che cambia ma può restare pensabile.

In questa voce, le diverse dimensioni della separazione saranno esplorate attraverso il pensiero di alcuni autori della tradizione psicoanalitica (Eiguer, Klein, Bion, Meltzer e Roudinesco), come strumenti per comprendere le esperienze emotive che accompagnano genitori e figli in questo passaggio.

Legami e alleanze

Ogni famiglia è sostenuta da equilibri e patti affettivi silenziosi, spesso inconsci, che garantiscono coesione ma anche cecità su ciò che non si vuole vedere.
Nella separazione questi patti si incrinano e possono riemergere emozioni intense: rabbie, colpe, paure di abbandono che mettono alla prova la tenuta dei legami.

Alberto Eiguer ci ricorda che i legami familiari non si dissolvono mai del tutto: cambiano forma. Il lavoro della separazione è allora quello di disfare il patto coniugale senza distruggere quello genitoriale, mantenendo viva la funzione di pensiero comune verso il figlio.

Élisabeth Roudinesco sottolinea che la filiazione non coincide con il legame di coppia: è un atto simbolico che iscrive il figlio in una storia, in una genealogia. La separazione, se pensata, può salvaguardare questa continuità: il figlio non è “figlio di una coppia che si è rotta”, ma erede di due storie che continuano a parlarsi.

I fantasmi che ritornano

Come ha mostrato Selma Fraiberg, nei momenti di crisi familiare riemergono spesso “i fantasmi nella stanza dei bambini”. Non sono presenze misteriose, ma ricordi emotivi e dolori antichi che abitano la mente dei genitori: esperienze difficili della propria infanzia, separazioni, lutti, abbandoni, esclusioni, che non sono mai state del tutto elaborate e che tornano a farsi sentire quando si diventa genitori o si attraversano situazioni di forte cambiamento, come la separazione.

Fraiberg usa la parola fantasmi per descrivere ciò che passa, spesso inavvertitamente, da una generazione all’altra: stati d’animo, paure o modalità di relazione che si ripetono, come se avessero vita propria.

Riconoscerli non significa colpevolizzarsi, ma aprire la possibilità di trasformarli in pensiero e in parola. 

Quando un genitore riesce a riconoscere ciò che lo spaventa o lo ferisce, i “fantasmi” perdono forza e lasciano spazio a un clima più stabile, in cui anche il bambino possa sentire e pensare liberamente il proprio dolore.

La separazione può riattivare in ciascun adulto queste antiche ferite. A volte il dolore passato si riversa nel modo in cui si vive il presente: chi ha conosciuto l’abbandono può temere di abbandonare; chi ha sperimentato la conflittualità può fuggire da ogni confronto. 

Questi movimenti inconsci possono confondere i confini tra la propria storia e quella del figlio. Fermarsi, parlarne, anche con un aiuto esterno, permette di dare un senso a ciò che altrimenti si ripete in silenzio.

Il rischio, infatti, è che il passato non pensato venga agito nel presente: nella rabbia verso l’altro genitore, nel bisogno di trattenere i figli o di affidarli al proprio dolore.

Così, ad esempio, chi da bambino si è sentito escluso può temere di “perdere” il figlio, diventando iperprotettivo o ostile verso l’altro genitore, come se rivivesse quell’esclusione.

Dal conflitto al contenimento

Quando le emozioni non possono essere pensate, tendono a trasformarsi in conflitto.

Ogni separazione porta con sé emozioni intense e contraddittorie.
Wilfred Bion descrive la funzione genitoriale come capacità di “contenere”: ricevere l’emozione grezza, digerirla e restituirla in forma pensabile.
Quando i genitori riescono a trasformare la rabbia in parole, offrono ai figli un modello di pensiero emotivo: si può soffrire senza agire, si può litigare senza annientarsi.

Il bambino tra due mondi

Per i bambini, la separazione dei genitori significa vivere in due case, con due ritmi, due sguardi.
Ciò che li sostiene non è l’unità forzata, ma la continuità del senso di sé, garantita da piccole continuità quotidiane: la stessa storia della buonanotte, un modo di salutarsi, una regola condivisa. I figli non chiedono che tutto resti uguale, ma che il mondo resti pensabile.

Per un bambino la separazione non è solo una storia “dei grandi”: è qualcosa che si sente nel corpo e nei gesti. Le valigie da preparare, i cambi di casa, gli orari diversi tra un genitore e l’altro diventano parte della sua esperienza emotiva.

Quando trova nei genitori un atteggiamento cooperativo, il bambino può trasformare questi passaggi in una palestra di flessibilità e fiducia.

Ma quando percepisce tensione o disprezzo, tende a scindersi: a essere “figlio di due mondi” anziché di una storia condivisa.
Quando il dolore degli adulti è troppo intenso, i figli rischiano di diventare custodi del loro equilibrio: bambini “mediatori” o “consolatori” che si fanno carico del benessere del genitore più fragile. È la forma più silenziosa di inversione di ruoli. Aiutarli significa restituire loro il diritto di essere figli, non giudici né alleati.
Serve una narrazione minima comune, detta da entrambi i genitori, che dia un senso al cambiamento: “Ci separiamo come coppia, ma restiamo genitori insieme.”
Quando questa narrazione manca, i bambini rischiano di costruirne una da soli, colmando con la fantasia ciò che non è stato detto.

Separarsi senza distruggere

Per Melanie Klein, la maturità affettiva nasce dalla capacità di amare l’altro riconoscendone la separatezza e i limiti.

Donald Meltzer descrive la crescita psichica come una serie di separazioni simboliche: dal desiderio di trattenere l’altro tutto per sé alla possibilità di amarlo nella differenza.

Nel contesto della separazione familiare, questo significa accettare che l’altro genitore continui a essere una figura d’amore per il figlio. È un gesto di generosità psichica: lasciare che l’amore circoli, anche quando non ci appartiene più.

Il riconoscimento reciproco

La vera separazione non è rottura, ma riconoscimento reciproco: due soggetti che, pur non fondendosi, si riconoscono come diversi ma equivalenti.
Quando questo accade, la coparentalità diventa possibile: il figlio può amare entrambi senza sentirsi in colpa, e la differenza tra le due case non è più una frattura ma un orizzonte di possibilità.

Una separazione pensabile

Nella prospettiva della psicoanalisi familiare italiana, dai modelli di consultazione genitore-bambino ai dispositivi triadici e di rete, la separazione può diventare occasione di riorganizzazione: un lavoro di parola e responsabiljità condivisa.
Quando gli adulti riescono a pensare insieme, pur nella distanza, offrono al bambino la certezza che il legame genitoriale non si è spezzato: ha solo cambiato forma.
Il compito dei genitori non è solo amare o curare, ma trasmettere: il senso di appartenere a una storia e di poterne creare una propria. Anche nelle famiglie separate, la funzione simbolica del genitore consiste nel rendere pensabile la filiazione, più che nel conservare l’unità familiare.

Separarsi, in senso psicoanalitico, non significa distruggere ma trasformare il legame.
È un lavoro di pensiero che chiede agli adulti di contenere il dolore, riconoscere l’altro e lasciare al figlio la libertà di amare entrambi.
Solo così la separazione può diventare non una ferita che si chiude male, ma un passaggio che apre spazi nuovi di vita psichica.

La separazione, attraversata con pensiero e rispetto, può diventare un processo di trasformazione condivisa. Mostra che i legami non finiscono: cambiano forma, respirano altrove, trovano altre vie per durare. È in questo movimento, fragile ma vitale, che la perdita può trasformarsi in continuità psichica.

Giusi Cusumano, Francesca De Marino

GIUSI CUSUMANO Psicoterapeuta, Socia ordinaria AIPPI. Esercita la professione clinica a Roma e coordina gruppi dedicati alla formazione, alla ricerca e all’intervento, focalizzati sull’impiego psicoanalitico di fiabe, miti e linguaggi simbolici. È impegnata da molti anni nel lavoro clinico con pazienti psichiatrici nell’ambito delle Comunità Terapeutiche Reverie. FRANCESCA DE MARINO Psicoterapeuta, Socia ordinaria AIPPI, docente di Teoria Psicoanalitica nella Scuola di Specializzazione AIPPI. Svolge attività clinica a Roma e conduce gruppi di formazione, ricerca e intervento centrati sull’uso psicoanalitico di fiabe, miti e linguaggi simbolici. È autrice di saggi pubblicati su riviste scientifiche specializzate.

Separazione dei genitori
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04/11/2025

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