RIPARAZIONE Quel gesto che ricuce
Riparazione.
Quel gesto che ricuce
Elisabetta Bellagamba
IL SOGNO DI SOKEI
Una porta socchiusa lasciava intravedere la figura di Sokei. Davanti allo sguardo attento dell’allievo di Chojiro, uno dei migliori ceramisti di Kyoto, erano disposte trenta palline di creta (…). Sokei aveva impiegato giorni interi a cercare il materiale che più si confacesse al suo lavoro (…) e poi aveva cominciato a lavorare la creta per farne una ciotola (…).
Chojiro preparò il forno per il momento chiave del processo (…), Sokei infilò la ciotola nel forno. A poco a poco, quella iniziò a cambiare colore per l’effetto della temperatura e, quando divenne bianca, la afferrò saldamente con delle pinze di ferro e la depositò in un recipiente pieno di trucioli di legno (…). Infine, giunse il momento di estrarre la ciotola, (…) ma la bellissima ciotola cadde a terra e si ruppe in sei pezzi. Sokei mise da parte le pinze di ferro e si inginocchiò accanto ai cocci, in silenzio, con un’espressione di incredulità sul volto. Le mani continuavano a tremare, dagli occhi cominciarono a sgorgare lacrime. Che vita effimera aveva avuto la sua creazione. Finché una mano non gli si posò con delicatezza sulla spalla. «Non piangere, Sokei» gli disse Chojiro. «Ma è la mia vita. Come posso non piangere?» rispose l’allievo. «Fai bene a dedicare tutta la tua vita e la tua passione alla tua opera, però la ceramica è bella e fragile, proprio come la vita. La ceramica e la vita possono rompersi in mille pezzi, ma non per questo dobbiamo smettere di vivere intensamente, di lavorare con impegno o di riporre nella nostra esistenza le nostre speranze. Quello che dobbiamo fare non è evitare di vivere, ma imparare a ricomporci dopo le avversità. Raccogli i cocci, Sokei, è arrivato il momento di aggiustare le tue illusioni. Ciò che è rotto può essere ricomposto e, quando lo farai, non cercare di nascondere la sua apparente fragilità giacché si è trasformata ora in una forza manifesta. Caro Sokei, è arrivato il momento che ti spieghi una nuova tecnica, l’arte ancestrale del kintsukuroi, perché tu possa ricomporre la tua vita, le tue illusioni e il tuo lavoro. Vai a prendere l’oro che custodisco nella cassetta sull’ultimo scaffale.»
(Tomas Navarro, 2019)
STRAPPARE LUNGO I BORDI
Ma la cicatrice quando passa?
La cicatrice non passa, è come una medaglia che nessuno ti può portare via. Così, quando Zeta è grande e ormai il principe non gli fa più paura, si ricorda che ha vissuto, che ha fatto tante avventure. Che è caduto e si è rialzato.
Ma perché non passa?
Perché è una cicatrice, se andava via con l’acqua era un trasferello. È una cosa che fa paura, ma è anche una cosa bella: è la vita.
(Zerocalcare, 2021)
Gli stralci dei testi riportati esemplificano, in modo narrativo, il tema della riparazione. Tale concetto può essere osservato sotto varie declinazioni e livelli: da quello intrapsichico, a quello relazionale fino ad allargare la prospettiva alla dimensione sociale. Il processo riparativo ha un ampio significato.
Cosa si intende per riparazione? Riparare non significa aggiustare, nel senso di tornare come prima, è piuttosto un processo di riconoscimento, cura e trasformazione di ciò che si è incrinato: un oggetto, una relazione, una parte di Sé.
Il processo riparativo è un processo delicato, fragile e irto di difficoltà poiché porta con sé la presa di coscienza della propria responsabilità e, soprattutto, una tolleranza al dolore di aver arrecato una ferita a qualcuno che si ama. La riparazione nasce dall’amore e dal desiderio di prendersi cura, ed è un segno della forza vitale che ci spinge a vivere e a ricostruire. Non serve solo a rimettere a posto ciò che è fuori di noi (come una relazione o una situazione), ma riguarda anche la guarigione di noi stessi, della nostra storia personale e della nostra identità. Il dolore e le ferite possono colpire sia ciò che ci circonda sia il nostro mondo interiore.
Quante volte i bambini iniziano a disperarsi quando un loro oggetto, un loro gioco si rompe? Alcune volte il pianto diventa così inconsolabile. Si calmano nel momento in cui il genitore si mette accanto al piccolo e gli dice: “proviamo a ripararlo insieme?”. Spesso, dopo questa frase il piccolo si asciuga quei lacrimoni che scendevano dal suo volto e insieme all’adulto si mette all’opera. Ma anche noi adulti, spesso, ci angosciamo quando crediamo o sentiamo che una nostra parola, frase o altro possa aver rotto, incrinato o offeso un’altra persona. Allora, la mente cerca dei modi per riparare e trovare una possibile soluzione. Anche gli stessi genitori possono, allo stesso tempo, sentirsi in colpa per non “essere abbastanza bravi” e questo sentimento, se eccessivo, può bloccare il processo riparativo. Tutti, compresi i genitori, commettono errori, ed è normale: nessuno è perfetto. Tuttavia, quando una persona ha un ideale troppo alto di sé e una voce interiore troppo critica, può sentirsi costantemente inadeguata. Questo senso di fallimento può bloccare la possibilità di rimediare agli errori e ciò potrebbe, a sua volta, impedire lo sviluppo di tale capacità nel bambino. Infatti, la capacità riparativa è una capacità che si sviluppa nella crescita e come ogni abilità può subire degli arresti, come si vede ad esempio nei bambini quando rompono gli oggetti volutamente e i genitori nella stanza di terapia affermano preoccupati: “sembra non dispiacersi”. Oppure, gli stessi adulti quando di fronte a delle incomprensioni affermano: “non me ne frega nulla”. In particolare lo sviluppo della riparazione è collegata al legame con gli oggetti primari, intendendo con quest’ultimi le figure significative per il bambino. Infatti, i genitori, riprendendo le ricerche dell’infant research, è importante che siano in grado di sostenere e sopravvivere agli attacchi. È fondamentale che i genitori di fronte all’aggressività del bambino non siano troppo fragili, né troppo rigidi, ma che non siano troppo esigenti e/o rancorosi.
A volte la riparazione può assumere una forma "finta" e “illusoria”. In questi casi, non si cerca davvero di rimediare, ma di cancellare le tracce del danno come se nulla fosse successo. Questo serve a evitare emozioni difficili, come il senso di colpa, la tristezza o la paura di dipendere dagli altri. Per riparare davvero, invece, bisogna sentirsi persone reali e responsabili, capaci di preoccuparsi sinceramente per l’altro.
Immagina un genitore che, dopo aver perso la pazienza con il proprio figlio, si sente in colpa. In una riparazione più illusoria potrebbe dire subito: “Va tutto bene, dimentichiamoci quello che è successo, dai andiamo a prendere un gelato!”, cercando di cancellare il momento spiacevole senza affrontarlo. In realtà, sta evitando il dolore, la colpa e il confronto emotivo. Invece, in una riparazione autentica, quel genitore potrebbe dire: “Mi dispiace per come ti ho parlato prima, ho esagerato. Non è colpa tua, e voglio capire come ti sei sentito”. Qui il genitore riconosce l’errore, si mette in relazione con il figlio e si prende cura del suo stato d’animo. Questa è una vera riparazione: imperfetta, ma profonda e significativa. Spesso, anche in virtù dei ritmi che la società impone accade di promettere e non riuscire a mantenere: il genitore aveva promesso di giocare dopo cena, ma a fine giornata la stanchezza ha prevalso o è stato preso da altro. In questo esempio di vita quotidiana come si declina la riparazione? In una riparazione più “finta” potrebbe affermare: “Va beh, che sarà mai! Giocheremo domani, non è successo niente.” Si nota come per evitare il proprio senso di colpa minimizza e ignora il dispiacere del figlio. Mentre le seguenti parole possono essere quel gesto che ricuce cercando di ricostruire una forma di fiducia: “Mi rendo conto che ti avevo promesso di giocare insieme e non l’ho fatto. Capisco se sei deluso. La prossima volta cercherò di mantenere la promessa. Vuoi che proviamo a recuperare un po’ di tempo adesso o domani insieme?”.
Certo, non è semplice riparare. Richiede tempo, e il fermarsi a sentire davvero ciò che è accaduto — dentro di sé e nell’altro. Riparare significa anche saper riconoscere di aver ferito, anche quando, dal punto di vista dell’adulto, quel gesto non sembra poi così grave. È proprio in questa capacità di mettersi nei panni dell’altro, di vedere le cose con i suoi occhi, che si apre uno spazio prezioso: quello della relazione autentica.
Anche nella coppia genitoriale è importante il tema della riparazione. Come genitori non sempre possono trovarsi in accordo su cosa può essere più educativo per il proprio figlio e questo può comportare delle discussioni più o meno accese. In questo ambito la riparazione può essere intesa come la capacità di riconnettersi alla realizzazione del progetto genitoriale di coppia.
La riparazione è anche un movimento condiviso, non si ripara mai da soli — è un processo che coinvolge sempre l’altro. Nella relazione genitore-figlio, questo è particolarmente evidente: il figlio, anche molto piccolo, partecipa attivamente alla possibilità di riparare. Il genitore ha perso la pazienza, ha urlato, e poi torna a scusarsi con il figlio. Il bambino ascolta e poi dice un semplice “va bene”. In quel momento, accoglie il gesto riparativo e permette che il legame si ricomponga. Senza questa apertura del figlio, la riparazione non avrebbe lo stesso effetto. Lo stesso esempio può essere riportato a parti invertite. Il bambino risponde in malo modo al genitore, poi si pente e torna dal genitore a scusarsi. Il genitore può o meno accogliere quel gesto riparativo. Si può mettere seduto con il figlio per capire cosa fosse successo davvero, oppure può lasciar cadere quel gesto.
Concludo, riprendendo gli stralci di testo riportati all’inizio, dai quali si nota come la riparazione sia un processo dal quale escono trasformati il soggetto stesso, l’altro e la relazione. Non si può negare la rottura che c’è stata, come non si può negare la ferita creata. Alla base è essenziale anche una fiducia che dalle proprie azioni riparative, la ferita possa essere rimarginata, diventando cicatrice, dando tempo e possibilità a sé, all’altro, e alla relazione di poter creare e preparare gli elementi utili, come l’oro nella tecnica giapponese, al processo. Non si può pensare, che in modo magico-onnipotente, tutto si aggiusti, non si può pensare che la ferita, divenuta cicatrice, vada via con l’acqua, altrimenti sarebbe stata un ‘trasferello’ come dice Zerocalcare. Questo aggiunge un elemento importante, il ricordo della cicatrice, che porta con se quell’apprendere dall’esperienza, cosi che il soggetto possa mettersi nella condizione di espandere i propri strumenti emotivi.
Bibliografia
Lupinacci, M.A., Ruggiero, I. & Rossi, N. (2024) La riparazione dentro e fuori la stanza. Roma: Astrolabio.
Navarro, T. (2017) ‘Il sogno di Sakei’, in Kintsukuroi. L’arte giapponese di curare le ferite dell’anima. Firenze: Giunti Editore, 2018.
Rech, M. (Zerocalcare) (2021) Strappare lungo i bordi. [Serie animata] Netflix. Disponibile su: https://www.netflix.com/title/81403915 [Accesso: 19 luglio 2025].
20/07/2025