REVERIE MATERNA: entrare in contatto con le emozioni profonde dei bambini
Reverie materna: la capacità di entrare in contatto con le emozioni profonde dei bambini
Piera Ricciardi
In ambito psicoanalitico W. R. Bion è uno degli autori che ha approfondito la nascita della vita psichica all’interno della relazione primaria tra mamma e bambino. Egli introduce il termine francese reverie, di cui si parlerà ampiamente in questo articolo, per definire lo stato mentale aperto alla ricezione delle emozioni e delle sensazioni del bambino piccolo. Questo concetto è strettamente correlato a quello della funzione Alfa, la capacità del genitore di aiutare il bambino a dare un senso alle proprie esperienze.
Durante i primi anni di un bambino, ha avvio la nascita e lo sviluppo della vita mentale, la cui evoluzione è fondamentale per costruire la competenza di trasformare le esperienze in pensieri. Questo processo avviene sempre all’interno di una relazione, perché il neonato non è un essere isolato, ma ha bisogno e dipende dall’interazione con gli adulti che si prendono cura di lui. L’adulto di riferimento, attraverso le sue funzioni genitoriali, aiuta il bambino piccolo a sviluppare e a strutturare la vita psichica. Uno dei compiti più importanti è proprio quello poter offrire un significato e un senso alle prime manifestazioni di angoscia, di sgomento, di turbamento dei neonati. La mente materna rappresenta quindi una componente importante dell’ambiente in cui vive il neonato e l’esperienza emotiva di questa relazione primaria è qualcosa di essenziale per lo sviluppo psichico. Di fronte ad un pianto improvviso, ad esempio, il genitore è sollecitato a cercare il senso di quel pianto: interpretare, trovare un significato, dare una forma a quello stato di angoscia, vuol dire aiutare il bambino a sviluppare una primordiale capacità di pensiero. Nell’ambito della teorizzazione psicoanalitica, W. R. Bion ha concettualizzato questo processo psichico, definendolo come la capacità di reverie della madre, ovvero come quella predisposizione ad accogliere, a contenere e a dare significato agli stati caotici del neonato. Per stati caotici possiamo intendere tutte quelle impressioni sensoriali e/o emotive istintive, che spesso veicolano angoscia e che possiamo osservare nelle prime manifestazioni di pianto dei neonati e successivamente anche nei tipici capricci dei bambini della prima infanzia. La reverie è dunque quello stato mentale che permette di ricevere le impressioni emotive e sensoriali del bambino, e successivamente di elaborarle in una forma che la psiche del bambino possa poi reintroiettare. Questo processo di elaborazione viene definito da Bion come Funzione Alfa. Per meglio comprendere questo concetto, l’Autore utilizza una metafora molto esplicativa, la cosiddetta metafora dell’apparato digerente. Possiamo quindi intendere la funzione Alfa esercitata dalla madre, o comunque dal genitore che si occupa del primo accudimento del bambino, come un processo in grado di digerire e metabolizzare le tensioni intollerabili provate e comunicate dal neonato. Il genitore dopo aver accolto e compreso queste tensioni può, attraverso la sua capacità di pensiero, trasformarle e renderle più digeribili per il bambino, che può quindi riassimilarle e farle proprie nel corso dell’interazione con il genitore. Il bambino piccolo dispone di un immaturo apparato psichico incapace di gestire tensioni interne ed esterne, per cui ha bisogno di un apparato mentale adulto che possa, al posto suo, accogliere ed elaborare questi vissuti caotici.
Quindi secondo la teorizzazione della reverie e della funzione Alfa, il genitore è in grado di provvedere al bisogno di amore e di comprensione del proprio bambino, proprio come se stesse provvedendo a un bisogno di nutrimento. Questo stato mentale permette al genitore di accogliere e comprendere non solo gli stati emotivi e sensoriali, ma anche le comunicazioni profonde del bambino, soprattutto su un piano non verbale e implicito, come nel caso dei capricci dei bambini piccoli.
I capricci dei bambini, per la loro caratteristica di impulsività e irragionevolezza spesso collegata a un senso di fastidio indefinito, di irritazione, di contrarietà, rappresentano una modalità attraverso la quale esprimere con insistenza un desiderio singolare, inspiegabile in quel preciso momento, assumendo quindi, nell’immediato, la connotazione di un comportamento insensato e arbitrario. I genitori possono sentirsi presi alla sprovvista e messi a dura prova dalle manifestazioni eclatanti che accompagnano i capricci, come pianti e urla disperate. Ma questi comportamenti, anche se suscitano come prima reazione una forte irritazione nell’adulto, rappresentano degli stati mentali primordiali del bambino piccolo che hanno bisogno di essere compresi e dotati di significato. Il capriccio di un bambino è prima di tutto la manifestazione di un’emozione: uno scoppio di rabbia, o più semplicemente uno sbalzo d’umore, che va accolto, contenuto e compreso. Esso rappresenta uno dei mezzi di comunicazione più frequenti, ed è l’occasione di vedere impegnati genitori e bambino nella ricerca condivisa di un significato, di un comprendere insieme cosa sta succedendo in quel momento. In queste situazioni il genitore può ricorrere alla capacità di reverie per accogliere e contenere il bambino e alla funzione Alfa per aiutarlo a comprendere meglio l’accaduto.
Una vivace protesta, un pianto, un urlo o un battere i piedi a terra, possono quindi avere significati diversi che vanno dalla richiesta di attenzione al mettere alla prova la capacità dell’adulto di ascoltare e di tollerare delle esplosioni emotive così violente.
Il bambino può anche voler verificare quanto potere è in grado di esercitare sull’adulto. In questo caso è necessario che il genitore sia fermo e coerente per trasmettere al proprio figlio il necessario contenimento.
Tra i tre e i cinque anni, in concomitanza con la fase edipica, l’atteggiamento di sfida e i capricci hanno sempre più a che fare con la gestione delle emozioni. È in questa fase che le regole imposte dall’adulto iniziano ad essere interiorizzate assumendo l’importante funzione di autocontenimento.
Se il genitore comprende che il capriccio ha a che fare con un’esplosione emotiva, egli, pian piano, può far capire al proprio figlio che la rabbia o un'altra forte emozione può essere espressa anche in altri modi, ad esempio attraverso le parole. È importante in questo modo favorire la capacità di tollerare gradualmente le frustrazioni, con un’importante conseguenza sullo sviluppo del pensiero e in generale su tutta la crescita psichica del bambino.
06/07/2025