REGOLAZIONE AFFETTIVA
Regolazione affettiva
Massimo Armaro
Fino a qualche decina di anni fa gli specialisti dell’età evolutiva sensibilizzavano i genitori, e con buone ragioni, sull’esigenza di dare delle regole ai propri figli. Più recentemente e con maggiore accuratezza l’interesse si è focalizzato sulla regolazione emotiva dell’esperienza dei bambini. Vale a dire uno spostamento dagli aspetti legati al comportamento, a quelli più incentrati sulle emozioni connesse alla vita di relazione e sociale.
I bambini apprendono rapidamente le regole e i valori del nucleo familiare. Molti genitori si accorgono che con i propri figli già dall’infanzia le raccomandazioni troppo ripetute, le prediche, non solo non vengono più davvero ascoltate ma in qualche modo i figli sembrano dissociarsi emotivamente.
Per intenderci: tutti noi sappiamo che guidando dobbiamo fermarci al semaforo rosso. Ma la vera questione sono le emozioni connesse a questa regola, ad esempio tutte le volte che ci trovassimo in uno stato di particolare fretta interiore e alle prese col desiderio di raggiungere rapidamente una destinazione, ci capiterebbe di vivere la regola in modi molto diversi da una ordinaria e tranquilla routine. A parità di regola, il nostro stato emotivo tende a determinare diversi atteggiamenti e attitudini comportamentali, e la questione fondamentale diviene la modulazione emotiva e il mantenerci sufficientemente organizzati. Ma procediamo con ordine.
Fin dai primi mesi di vita i genitori sono alle prese con la strutturazione dei ritmi dei propri neonati: questioni quali il rapporto tra sonno e veglia; fame, sazietà e digestione; stati di maggiore attivazione e momenti di quiete; la coordinazione tra la suzione e la respirazione, la regolazione della frequenza cardiaca; la negoziazione dello stesso contatto sociale, etc. costituiscono una sorta di colonna sonora del clima familiare, della stanchezza o della soddisfazione di genitori e piccini. In questi primi mesi di vita, senza necessariamente rendercene conto, noi genitori assistiamo e in qualche modo contribuiamo al formarsi della mente del bambino e lo accompagniamo nelle sue esperienze psico-corporee. Non si tratta ovviamente tanto di addestrare i propri figli a ritmi opportuni, quanto piuttosto di un incontro all’interno del quale iniziano a manifestarsi dei fenomeni di co-regolazione reciproca sia sul piano dei ritmi che sul piano delle emozioni e degli affetti. Un buon genitore cerca di sintonizzarsi sui bisogni del proprio figlio, per guidarlo verso esperienze di sviluppo sia in termini di organizzazione, che di sperimentazione e piacevolezza del vivere.
Molti studiosi di infant research hanno progressivamente attirato la nostra attenzione sulla intersoggettività dell’esperienza già dai primissimi giorni. Oggi siamo consapevoli del fatto che i bambini siano da subito attivi e recettivi, predisposti per l’incontro con un mondo atteso. Ad esempio sono state studiate le capacità imitative del neonato, la sua predisposizione verso il volto umano, e anche la sua capacità di impegnarsi già dai due mesi in una sorta di proto-conversazione con la madre, fatta di sguardi, sorrisi, vocalizzi, ritmi e turni nello scambio interattivo che precedono di molto il - e in qualche misura predispongono al - linguaggio verbale. Attorno ai nove-dieci mesi inizia a manifestarsi il piacere dell’attenzione congiunta tra madre e bambino con il gesto proto-dichiarativo ( indicare non per ottenere un oggetto, ma per attirare l'attenzione della madre) e la referenza sociale, attraverso i quali il piccolo trae piacere dalla partecipazione dell'altro alle proprie esperienze, o si orienta per valutare situazioni sociali, relazionali e ambientali che lo lascerebbero incerto.
Daniel Stern, ha messo in luce il ruolo della sintonizzazione affettiva, vale a dire la capacità di coordinarsi con, e rispecchiare in modi più o meno accurati, l’esperienza emotiva - e non solo il comportamento esteriore - dell’altro, attraverso canali sensoriali ed espressivi di tipo diverso, (basati su quelli che gli studiosi hanno chiamato la percezione amodale e la capacità sinestesica della mente). Detto in maniera più semplice, la mamma tende ad accompagnare l’esperienza emotiva del proprio piccino, attraverso rispecchiamenti di ritmo, forma e intensità dell’esperienza: ad esempio se il bambino si protende per raggiungere un oggetto, la madre potrebbe sostenerne la dimensione di estensione corporea con un “oooooh!!” partecipativo e incoraggiante. Queste dimensioni di scambio e co-regolazione affettiva sono tra l’altro alla base dell’importanza degli elementi prosodici del linguaggio, per i quali aldilà del contenuto logico delle proposizioni, noi tutti traiamo informazioni soprattutto dal tono e dalla musicalità del linguaggio verbale del nostro interlocutore. Vi possono essere sintonizzazioni per così dire perfette, in cui la qualità dinamico-affettiva viene riprodotta accuratamente, e sintonizzazioni imperfette: non sbagliate, ma con un principio di modulazione. Può capitare infatti che una madre senta l'esigenza di vitalizzare il momento affettivo del proprio bimbo aumentando il senso di vivacità ed entusiasmo, o al contrario di calmarlo e attenuarne l'eccitazione. Capiamo bene quanto questi equilibri siano delicati e come in qualche modo caratterizzino l'esperienza di ciascuna singola diade madre neonato, divenendo una sorta di impronta digitale di coppia o colonna sonora dell'esperienza: il clima affettivo che percepiamo all'interno di una famiglia.
Nessun genitore è sempre sintonizzato sull'esperienza emotiva del proprio figlio, e altri autori hanno per l'appunto descritto queste interazioni precoci come fatte da rotture e riparazioni dello stato sintonico, come se in una danza vi potessero essere abitualmente passi falsi e recuperi dell'accordo dinamico.
Le emozioni sono state pensate secondo un approccio dimensionale a due assi, costituiti dall'arousal (o livello di attivazione), e dal tono edonico piacevole o sgradevole. Ad esempio, sentirci felici è una esperienza piacevole, sentirci ansiosi o preoccupati ci crea disagio, ma entrambe implicano maggiore attivazione rispetto al sentirci sereni oppure apatici.
Siegel riassume : le emozioni esprimono un cambiamento nello stato di integrazione del Sè (come ci sentiamo a essere noi stessi in questo momento in riferimento allo stato corporeo e relazionale), regolano e sono regolate.
Si utilizza il concetto di finestra di tolleranza dell'emozione, per definire la gamma più o meno estesa di emozioni (positive e negative) che ciascuno di noi riesce a tollerare mantenendosi organizzato e flessibile nel rapporto con l'ambiente. Quando si esce dalla finestra di tolleranza ci disorganizziamo: possiamo diventare iperattivati, caotici, instabili e troppo agitati oppure eccessivamente rigidi; o all'opposto sottoattivati: ritirarci e diventare evitanti. Tanto per intenderci, possiamo pensare a bambini iper attivati che hanno una crisi di rabbia, o che divengono troppo eccitati, o a bambini sotto attivati che rinunciano a fare esperienze, fino a fenomeni quali la fobia scolastica o l'intolleranza verso quello che non si può controllare completamente. Una regolazione ottimale, una finestra di tolleranza ampia ci permette di interagire con l'ambiente in modo flessibile. La disregolazione ci fa diventare rigidi o caotici, riduce la tolleranza della complessità e attenua la prospettiva temporale.
Naturalmente si possono avere restrizioni episodiche della finestra di tolleranza per stress fisiologici contingenti, quali ad esempio stanchezza eccessiva o fame acuta. O si possono avere particolari stati quali ad esempio la prematurità, i disturbi dell'attenzione e dell'attività con delle loro specifiche peculiarità da tenere nel debito conto.
Nella regolazione sono all'opera modalità quali amplificare, ridurre, elaborare, riparare, offrire una cornice, creare stati di equilibrio nuovi o tornare a stati precedenti. Una adeguata regolazione emotiva crea confidenza con i propri stati affettivi, e possibilità di esprimerli con le parole.
Noi utilizziamo sia modi di autoregolazione che di regolazione attraverso la relazione. Autori quali Beebe e Lachmann hanno messo in luce come un equilibrio flessibile tra autoregolazione e regolazione interattiva sia la modalità ottimale di gestione dell'affettività. Ci sarà facile notare come ci si possa sentire molto dipendenti e attenti al contesto durante una interrogazione a scuola, un esame universitario, una visita medica, una testimonianza in tribunale o simili circostanze. Viceversa in un ambiente amichevole e confidenziale, ci sentiamo liberi di alternare coinvolgimento nella relazione e momenti di disimpegno, agio e pensosità personale.
Verso la fine del primo anno il bambino passa da una regolazione fondamentalmente diadica, ad una sorta di autoregolazione assistita.
Nei primi mesi di vita inizia il gioco faccia a faccia tra la madre e il bambino, e questo permette lo sviluppo del senso di sicurezza del bambino. Sono stati fatti studi che correlano la qualità di queste interazioni precoci con l'acquisizione di un attaccamento sicuro o insicuro del bambino.
Aiutare un figlio a regolarsi emotivamente non consiste tanto nel ribadire la regola, quanto piuttosto nell'accogliere le sue emozioni nel rapporto con la regola, e a partire da queste aiutarlo a modularle in modo flessibile ed efficace. Condividere e trovare un senso per le esperienze di tutti i giorni.
Il gioco svolge un ruolo molto importante nella regolazione affettiva dei bambini.
Diversi autori nella storia della psicoanalisi si sono occupati del gioco. Fonagy ad esempio ci dice che il bambino in origine non riconosce l’ intenzionalità degli stati psicologici, tende a sovrapporre le sue idee con la realtà, non coglie ancora le rappresentazioni mentali o i vissuti in quanto tali.
A tre anni il bambino distingue sogni e realtà e inizia il gioco del fare finta. Il gioco ha un ruolo cardine nello sviluppo del pensiero, e della sua integrazione con l’esperienza emotiva. Nel gioco del fare finta il bambino percepisce la rappresentazionalità del pensiero: un bastone sta per un cavallo, senza esserlo a tutti gli effetti nella realtà. Viceversa fuori dal gioco questa distinzione e questa comprensione della mente non è ancora stabilmente raggiunta.
Giocare con le idee, stare dentro e fuori la realtà, addolcisce i vissuti e stabilizza la rappresentazione di sé. Il genitore con una storia personale difficile a volte potrebbe avere difficoltà a giocare con le idee e le emozioni che percepisce come conflittuali e queste potrebbero divenire allarmanti per il bambino.
Il bambino che gioca esprimendo il proprio mondo emotivo con trepidazione, impulsività o agitazione potrebbe venire aiutato dal rispecchiamento emotivo che avviene con marcature mimiche o espressive da parte dell'adulto, che avvengono perlopiù in maniera spontanea. Gli sguardi, la testa leggermente inclinata, le esagerazioni dell'intonazione con toni alti o rallentati, aiutano il bambino a capire che si sta solamente giocando e che non stiamo sul piano di una preoccupante realtà. Nel gioco di finzione e nelle interazioni empatiche il rispecchiamento marcato consente al bambino di sentirsi in sicurezza e di raggiungere una progressiva e adeguata regolazione affettiva, che può sia precedere che svilupparsi insieme alle capacità simboliche.
Ogni genitore cerca di trasmettere il meglio ai propri figli, basandosi in questo sulle proprie esperienze. Talvolta può capitare di provare a iper-compensare carenze o aspetti della relazione che hanno avuto carattere conflittuale nella nostra storia personale, e non sempre questo - anche se comprensibile - ottiene i risultati sperati. In genere ci può aiutare avere fiducia in noi stessi, nel dialogo tra coniugi o con persone di fiducia ed esperienza, in caso di necessità richiedere una consultazione: saper chiedere aiuto all'occorrenza è una funzione matura del nostro essere adulti.
Possiamo sintonizzarci con i nostri figli facendo mente locale sulle nostre stesse sensibilità e trepidazioni, ricordando i nostri vissuti nel corso della nostra infanzia e adolescenza. Alcuni autori hanno messo in luce come si tratti di sognare o immaginare le esperienze emotive dei nostri figli, condividendo e metabolizzando emozioni ed eventuali stati di allarme e preoccupazione, restituendo ai piccoli serenità e senso di speranza, senza perfezionismi e tollerando i limiti dei nostri figli e i nostri, sentendoci moderatamente soddisfatti qualora riuscissimo a stimarci genitori sufficientemente buoni.
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13/07/2025