RABBIA e AGGRESSIVITÀ Emozioni da reprimere o da comprendere?
RABBIA e AGGRESSIVITÀ
Emozioni da reprimere o da comprendere?
Donatella Fiocchi
Nell’immaginario collettivo, soprattutto nella cultura occidentale contemporanea, i bambini piccoli vengono spesso immaginati come esseri naturalmente felici, quasi immuni da sofferenza o turbamento, puri, innocenti. Questa visione idilliaca nasce da un intreccio di fattori culturali, religiosi e sociali: l’idea del “paradiso dell’infanzia”, della purezza originaria e del bambino come simbolo di spontaneità e autenticità emotiva.
Quindi, frequentemente una giovane coppia o dei genitori alla prima esperienza si trovano spesso in difficoltà di fronte ad un piccolo neonato o ad un bambino di pochi anni in preda a crisi di rabbia o comportamenti aggressivi verso oggetti o persone, coetanei oppure addirittura adulti.
Ci si spaventa per l’intensa sofferenza che si percepisce in quel comportamento, ci si sente colpevoli di avere sbagliato qualcosa di grave, inconsapevolmente ci si difende arrabbiandoci a nostra volta dietro la spinta razionale che il nostro “dovere di genitori” sia quello di educarlo.
In realtà, la rabbia è considerata una delle emozioni primarie più potenti e complesse, caratterizzata da una intensa attivazione psicofisiologica in risposta a minacce percepite.
Ma quali minacce può percepire, in situazioni normali, un bimbo amato e sul quale arrivano tutte le attenzioni e le cure?
Per la verità, quello che prova e vive un bambino appena nato, ancora per i primi tre anni e, anche se gradualmente sempre meno, fino a sei non è per niente quel mondo semplice e roseo che la tradizione ci trasmette.
Melanie Klein è stata la prima psicoanalista, quasi contemporaneamente a Freud, a interessarsi allo sviluppo psichico dei bambini e a sostenere che fin dai primi mesi il neonato possiede una vita interiore molto ricca fatta di emozioni intense, eccitazioni, agitazioni, angosce; tutte reazioni a quanto si muove intorno a lui fin dal suo arrivo dal ventre materno, dopo i nove mesi vissuti in un ambiente relativamente stabile fatto di suoni ritmici e continui (il battito cardiaco, il respiro della madre, ecc.), di temperatura costante, di leggerezza corporea per l’assenza di peso immerso nel liquido amniotico.
Alla nascita il neonato incontra un mondo totalmente sconosciuto, dove rumori, luci troppo forti, immagini, colpiscono la sua mente e il suo corpo continuamente, sollevando in lui paura assoluta, la stessa che proviamo anche noi adulti di fronte a qualcosa di totalmente nuovo e sconosciuto. E per un neonato tutto quanto succede intorno e dentro di lui è “nuovo e sconosciuto”.
Se alla nascita ci sono ad accoglierlo braccia ampie e calde, la voce che lui ha lentamente imparato un po’ a riconoscere negli ultimi mesi precedenti, un latte che lo riempie con sensazioni nuove positive, il piccolo si rassicura, può rinforzare l’idea, già un poco percepita, di “qualcuno” fuori; può non sentirsi cadere nel vuoto.
Melanie Klein ci ha insegnato anche che il neonato, fin dall’inizio, pensa e sente profondamente, non vive solo gli stimoli fisici che arrivano dal mondo esterno intono a lui, ma elabora le emozioni provate in fantasie complesse legate alle sensazioni che solo lentamente, nel tempo, gli permetteranno di costruire la conoscenza del mondo reale e saranno anche la base della sua identità e dei suoi futuri rapporti con gli altri.
Diversi studiosi hanno confermato, anche se in maniera leggermente diversa, queste ipotesi e i più recenti studi neurobiologici le hanno ribadite.
Questo processo si svolge però lentamente, ma per diversi mesi, quando il latte non arriva a placare la fame, quando la mamma o chi si occupa di lui, le sue braccia o la sua voce non ci sono, quando un dolore nel corpo si fa sentire il piccolo si sente solo, invaso dal terrore come in un mare in tempesta, ancora troppo poche le esperienze buone per arrivare in soccorso con un buon ricordo rassicurante. Il mondo dentro di lui è un caos e la sua pelle troppo fragile, ci vogliono le braccia, la voce, lo sguardo di chi lo cura per mettere un confine, dare un senso.
Non dobbiamo certo immaginare che il piccolo non possa mai restare solo neppure qualche minuto, ovviamente non è così, ma il tempo dei piccoli e quello degli adulti sono molto diversi e, nel momento in cui sorge una difficoltà, per il neonato e il bambino piccolo anche un secondo è un tempo infinito. Allora nasce la rabbia quando il bambino si sente ferito, frustrato, o improvvisamente solo; è una difesa dal dolore, per cercare di espellerlo e proteggersi da quanto dentro si sente come violento e distruttore.
Ma già dalle prime ore il neonato non è un grumo passivo di cellule; ha, in misura maggiore o minore, una sua forza vitale innata molto importante: l’aggressività.
Questa forza non è quindi qualcosa di distruttivo da cui difendersi come nella vita adulta, non nasce dal dolore ma dalla spinta della vita. Non è “cattiva” né “pericolosa”: è la base dell’autonomia e della vitalità.
È l’energia che spinge il bambino ad afferrare, esplorare, spingere, mordere, gridare, a dire “io sono”. È la stessa forza che, crescendo, diventa curiosità, desiderio, creatività.
Quando questa energia incontra un adulto capace di contenerla e di non spaventarsene, l’aggressività diventa una risorsa: insegna al bambino a conoscere i propri limiti e a rispettare quelli degli altri. Quindi contenerla non significa lasciarla dilagare ma fermarla senza violenza, accoglierla ma riuscire a mettere il giusto limite. Se invece viene inibita, giudicata o punita troppo presto, può trasformarsi in rabbia distruttiva o chiusura.
Rabbia e aggressività: due forze diverse
Spesso usiamo le parole “rabbia” e “aggressività” come se fossero la stessa cosa.
In realtà, esprimono due esperienze molto diverse, anche se a volte si intrecciano.
Esprimono un bisogno comune pur diverse, hanno una radice comune: il bisogno di essere visti e riconosciuti.
La rabbia ci dice: “Sto soffrendo, aiutami a ritrovare il legame.”
L’aggressività dice: “Guarda come cresco, come provo a esistere da solo.” Accogliere queste emozioni — senza paura, senza giudizio — permette al bambino di scoprire che le emozioni non distruggono i legami, ma li rendono più veri e profondi.
Ma che dire della rabbia e dell’aggressività in adolescenza? Hanno lo stesso significato?
In adolescenza la rabbia e l’aggressività possono portare in sé le radici antiche — quelle mancanze, quei bisogni non riconosciuti, quel dolore di un rapporto mancante originario — ma non sono più solo questo.
In questa fase emerge anche un secondo motore, nuovo, potente, inevitabile: il cambiamento.
Nell’adolescenza la rabbia non è più solo una risposta a un dolore antico, ma anche una tensione evolutiva: un tentativo di costruire identità, proteggere i confini in cambiamento e affermare la propria individualità di fronte al mondo.
Si aggiungono perciò delle nuove funzioni: aiutare a proteggersi dal sentirsi vulnerabili, respingere sguardi o una vicinanza che può essere sentita come troppo invadente, ma nello stesso tempo esprimere la paura che il legame si rompa per sempre e difendersi dall’angoscia di ritrovarsi abbandonato e solo.
Come si collegano queste funzioni a quelle infantili
L’infanzia e l’adolescenza condividono gli stessi concetti, ma sono vissuti in modo opposto. Nell’adolescenza accade un ribaltamento: per il bambino la rabbia è una difesa dal dolore, per l’adolescente una difesa dalla disorganizzazione della sua nuova personalità in formazione; per il bambino è un ponte per richiamare una presenza, per l’adolescente un ponte per costruire una buona distanza; per il bambino l’aggressività è una prova di esistenza e per l’adolescente una prova di identità e forza personale.
La radice è simile (relazione e identità), ma il movimento interno è diverso:
• nel neonato: avvicinare per sopravvivere
• nell’adolescente: allontanare per nascere.
Bibliografia
Brazelton, T.B. (1992). Il bambino da 0 a 3 anni: guida allo sviluppo fisico, emotivo e comportamentale del bambino. Rizzoli, Milano.
Dolto, F. (1985). I problemi dei bambini. Mondadori, Milano.
Klein, M. (1932). La psicoanalisi dei bambini. Giunti Editore, Firenze e Milano.
Phillips, A. (1999). I no che aiutano a crescere. Feltrinelli, Milano.
Winnicott, D.W. (1965). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando Editore, Roma.
12/01/2026