PATERNITÀ
Paternità
Mario Priori
Il termine paternità non indica l’evento conclusivo di una biologica capacità generativa che si realizza con la nascita di un figlio. Né possiamo considerare un primato del biologico se consideriamo come la prima forma di concepimento sia tutt’altro che biologica, dal momento che nasce da un desiderio della coppia e diventa un’idea che inaugura un vero e proprio concepimento emozionale i cui ingredienti sono le fantasie condivise di una genitorialità, esplorata in una creativa giocosità amorosa di coppia.
Sebbene la parola genitore contenga, quindi, un forte richiamo ad una funzione generativa che ha spesso il valore di rito iniziatico dell’età adulta, dal punto di vista psicoanalitico, la paternità non è considerata come uno status al quale si accede con la nascita di un figlio, quanto piuttosto come il risultato di una serie di processi psichici che conferiscono a questo evento la caratteristica di un vero e proprio passaggio evolutivo, non meno cruciale di quelli che contraddistinguono il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e da questa all’età adulta: una vera e propria riorganizzazione dell’identità che accompagnerà, attraverso progressive trasformazioni, la crescita dei figli.
Nella cultura occidentale, nessun altro ruolo ha avuto trasformazioni tanto profonde quanto quelle che negli ultimi decenni hanno riguardato la figura paterna. Possiamo datare l’inizio di queste trasformazioni con il crollo dei totalitarismi che nella metà del secolo scorso ha determinato il tramonto di quel principio d’autorità che era stato il simbolo socio-culturale del potere paterno e , successivamente, con le rivoluzioni culturali del sessantotto che sanciranno ideologicamente la fine del potere millenario dei padri, innescando profonde trasformazioni negli assetti della famiglia e nei ruoli genitoriali.
Per quanto importanti cambiamenti abbiano riguardato anche la figura della madre, questa è pur sempre rimasta legata ad una matrice biologica nelle sue funzioni di accudimento che la coinvolgono nel rapporto con la prole in una intensa vicinanza corporea, caratterizzata da profonde esperienze sensoriali. L’allattamento e le cure corporee rivolte al bambino sono un esempio di questa naturale intimità dei primi rapporti dopo la nascita, una intimità che origina fin dal periodo della gestazione.
La funzione paterna, sfuggendo alla concretezza degli elementi sensoriali che caratterizzano l’esperienza delle madri, sembra consegnarsi ad una maggiore influenza di elementi culturali e ,di conseguenza, ad un lavoro psicologico più difficile per accedere ai tratti esperienziali della relazione con il nascituro e con la trasformazione della coppia. La costruzione di una identità paterna segue strade accidentate che espongono al rischio di una fuga difensiva nei ruoli codificati dalla tradizione, basati sul senso di responsabilità e sui doveri, che possono aggirare gli aspetti psichici profondi che scaturiscono da queste esperienze. Se nell’antichità i padri con la nascita della prole intensificavano le loro battute di caccia per sfamare la famiglia, decine di secoli dopo, non è raro vedere padri che si tuffano nel lavoro diventando cacciatori di reddito. L’evitamento dei processi psichici connessi a queste trasformazioni del nucleo familiare è spesso alla base di sentimenti di esclusione difficilmente esplorabili che generano difficoltà nella vita di coppia. La frequenza di crisi coniugali e di separazioni si addensa in modo significativo nei periodi successivi a questi nuovi assetti del nucleo familiare.
I padri sembrano essere chiamati ad un difficile compito nell’entrare in contatto con esperienze psichiche profonde, un compito difficile non tanto per qualche impedimento connaturato quanto, piuttosto, per quegli elementi socio-culturali che per secoli hanno connotato l’identità maschile e la stessa funzione paterna. La questione della funzione paterna all’interno della famiglia è intrecciata profondamente con i ruoli socio-culturali del maschile e del femminile, identità per secoli connotate da una rigida ripartizione di compiti, mansioni ed atteggiamenti attraverso i quali si definiva la propria appartenenza al genere. Ogni deviazione da questi dettami culturali diventava una screziatura per l’identità e ,tranne rare eccezioni, allevare figli è stato per millenni un compito delle donne e fare la guerra, lavorare ed esplorare un’ incombenza dell’uomo. L’assenza del padre nella cura della prole sembra affondare le radici in una esigenza quasi fobica di differenziazione dal femminile. Le forti componenti culturali dell’identità paterna hanno per lungo tempo messo in ombra gli aspetti affettivi connessi a questo ruolo, un’area di intimità totalmente relegata nel femminile materno.
Nonostante la figura paterna sia emersa trasformata dai movimenti socio-culturali del novecento, aspetti legati alla tradizione sembrano ancora giocare un ruolo importante nella difficoltà del padre ad immergersi nella relazione col nascituro. Le esperienze della tenerezza, dell’affettività esplicita e della partecipazione emotiva all’evento della nascita sembrano, per taluni, rappresentare un traguardo ancora non pienamente raggiunto. Le trasformazioni del maschile paterno ci raggiungono ormai da anni attraverso immagini patinate che sembrano voler riformulare il ruolo paterno attraverso un coinvolgimento nei compiti che la tradizione ha sempre attribuito al mondo femminile, immagini che sembrano scavare una distanza abissale dalla galleria di personaggi di cui questi nuovi padri sono i diretti discendenti. Eppure, le tradizioni millenarie dei padri sembrano ancora pesare sulla nostra cultura e si rappresentano in una sorta di residuo timore paterno verso la tenerezza.
La psicoanalisi ha sempre rivolto un profondo interesse al tema dello sviluppo psichico dell’essere umano. Con i pionieristici studi di Melanie Klein(1948) ed i successivi sviluppi psicoanalitici (Bion, 1967), le relazioni primarie del bambino con le figure genitoriali hanno acquisito un ruolo fondamentale per il suo sviluppo mentale. Con questi studi, veniva sovvertito un antico paradigma che voleva un neonato passare dall’individualità alla relazionalità, sottolineando invece come sia proprio la relazione a creare una vera individualità. Una relazione che accogliendo gli sconvolgimenti delle esperienze sensoriali del neonato, definisce confini corporei ed esperienze di contenimento emotivo, istituendo un sistema di relazioni atto a fondare l’individualità del bambino quale piena esperienza di sé, di esistere e di avere una propria specifica vita mentale. Da quei pionieristici studi kleiniani ha preso avvio un imponente filone di ricerche che ha ulteriormente esplorato la funzione evolutiva delle prime relazioni, culminato negli ultimi decenni con le importanti acquisizioni dell’Infant Research, della psicologia dello sviluppo, dell’osservazione psicoanalitica, delle neuroscienze, della biologia e della genetica.
Queste ricerche, oltre a sottolineare l’importanza dei primi rapporti per la vita mentale del bambino, hanno fatto emergere marcate competenze relazionali del bambino stesso fin dalla nascita, a tal punto che si è ormai soliti considerare il neonato come naturalmente predisposto alla relazionalità (Trevarthen, 1995).
Questa enfasi rivolta all’importanza degli aspetti relazionali per lo sviluppo della prole ha convocato il padre ad una presenza nella famiglia molto più intima e profonda di quanto la tradizione culturale prevedesse. Quindi, non più un padre decentrato, che all’interno della famiglia interveniva dopo i primi anni di vita dei figli con il ruolo di introdurre la legge e l’ordine sociale, come avveniva nella tradizione, ma piuttosto una figura da coinvolgere negli aspetti esperienziali delle relazioni primarie. Proprio l’emergere della complessità e della ricchezza del processo di sviluppo psichico infantile richiede una partecipazione profonda ed un impegno psicologico ad una madre che sarà enormemente facilitata nel suo compito da un padre attento, disponibile ed in grado di contenere le ansie inevitabili che scaturiscono dalla faticosa intensità di questo rapporto primario. Una funzione paterna che si esplica nel rifornire e proteggere la relazione madre-bambino. Il padre è quindi chiamato ad una condivisione con un femminile possibilmente non più così estraneo come la tradizione ha voluto difensivamente istituire per millenni. Un padre capace di mobilitare le proprie componenti femminili-materne attraverso il contenimento ed il prendere protettivamente nella propria mente la coppia madre-bambino, tollerando altresì una gamma di complessi vissuti che configurano una minaccia regressiva, che vanno dal senso di esclusione alla più pura invidia. Un compito, quello del padre, che dovrebbe basarsi su una mobilità interna e su una consapevolezza chiara dei propri vissuti, due elementi non sempre così immediatamente disponibili ma che sono la base dei processi psichici connessi alla paternità.
Così come la funzione paterna può essere indicata durante i primi periodi di vita nel compito di proteggere la relazione fusionale del bambino con la madre, ben presto il padre è chiamato ad un ruolo altrettanto impegnativo, dalle importanti funzioni evolutive. Parlare di Complesso d’Edipo è ormai frequente anche nel linguaggio comune e dire che qualcuno soffre di questo complesso è diventato, semplicisticamente, sinonimo di un eccessivo attaccamento alla figura materna. Ma, quando parliamo di Edipo nello sviluppo dei bambini, ci stiamo riferendo ad un concetto psicoanalitico che presuppone un’idea di tre, ove il terzo che compare sulla scena è proprio il padre. La situazione edipica si realizza quando il bambino percepisce la presenza del padre come elemento terzo che gli fornisce l’esperienza di qualcuno (o qualcosa) che gli contende il possesso esclusivo della madre. L’elemento paterno, nel ruolo di terzo incomodo, introduce l’idea di una funzione separativa che ridimensiona uno stato mentale del bambino connotato dalla fantasia di un totale ed ininterrotto appagamento nel rapporto con una madre sentita come indifferenziata da sé . Il padre diventa sinonimo di frustrazione, ma svolge in tal modo una funzione determinante nel permettere al bambino di uscire da una dimensione ove un flusso di fantasie legate alla totale ed esclusiva disponibilità materna rischia di strutturare una organizzazione mentale che renderebbe un figlio inadatto a vivere in un mondo reale che propone anche immancabili limiti. Lo strutturarsi di una persistente fantasia di unione fusionale esporrebbe il bambino a gravi sofferenze psichiche di fronte a qualsiasi esperienza di separatezza e di limite che immancabilmente il mondo reale gli proporrebbe.
Questo non sarà l’ultimo compito a cui la figura paterna è chiamata ma possiamo considerarlo come una acquisizione basilare per la salute mentale di un figlio. Altri importanti funzioni evolutive attendono i padri nell’adolescenza dei figli.
Bibliografia
Bion, W. R. (1967). Riflettendoci meglio (A cura di L. Micati & L. Zecca). Roma: Astrolabio.
Klein, M. (1948). Scritti 1921–1958 (Trad. it.). Torino: Boringhieri, 1978.
Trevarthen, C. (1995). Empatia e biologia (Trad. it.). Milano: Raffaello Cortina, 1998.
Consigliati
Film Terrence Malick the tree of life , 2011
Romanzo Ugarte, P. (2009). Un padre. Milano: Zero91 Ed.
13/07/2025