INCEL
Incel
Francesca De Marino
Quando il desiderio si spegne e si arma
Ci sono ragazzi che si sentono invisibili. Ragazzi che non si toccano, non si guardano. Il loro dolore ha trovato un nome: incel.
"Incel" è l'abbreviazione di involuntary celibate, cioè "celibe involontario". Un termine oggi usato soprattutto da ragazzi – in genere adolescenti o giovani uomini eterosessuali – che si percepiscono esclusi dal mondo affettivo e sessuale. Ma non si tratta solo di timidezza o solitudine: si sentono scartati in partenza, come se amore e desiderio fossero riservati a chi possiede bellezza, sicurezza, virilità.
Il fallimento relazionale, per loro, non è un passaggio difficile della crescita, ma una condanna definitiva. Le cause? Sempre esterne: le donne, la società, il proprio aspetto fisico, un destino ritenuto ingiusto.
Nato negli anni Novanta in un forum canadese come termine neutro, "incel" è diventato nel tempo un contenitore di risentimento e frustrazione, riscritto nei margini più oscuri del web. Là dove la mancanza di relazioni viene vissuta come umiliazione, può nascere la rabbia, il disprezzo, a volte persino l’adesione a ideologie misogine e violente. Alcuni tragici fatti di cronaca hanno portato questo fenomeno alla ribalta.
Ma dietro l’etichetta c'è un mondo interno complesso, che merita uno sguardo più attento.
Vergogna, rabbia, desiderio: dentro la fragilità maschile contemporanea
Cosa succede, davvero, dentro questi ragazzi?
Dietro la parola incel si nascondono spesso vissuti profondi e dolorosi: vergogna, solitudine, paura di non essere amati, rabbia che non trova parole. Tanti si sentono "sbagliati": non abbastanza belli, non desiderabili, esclusi dalla possibilità di essere scelti. Il corpo diventa un ostacolo, qualcosa da nascondere o da cui fuggire. Anche il corpo dell’altro – spesso quello femminile – può apparire distante, giudicante, minaccioso.
Crescere, per questi ragazzi, significa affrontare emozioni complesse, imparare ad aspettare, tollerare l’incertezza, il confronto, persino il rifiuto. Ma quando il dolore è troppo grande, ci si può chiudere. Il pensiero si spegne, le emozioni travolgono, e il desiderio resta confuso, senza parole.
A volte questa chiusura assume la forma di una maturità apparente: ragazzi che sembrano adulti, cinici, sicuri, ma che sotto la superficie restano fragili e spaventati. In psicoanalisi si parla di "pseudo-maturità": un adattamento rigido, una maschera che copre una crescita non compiuta.
Spesso alla base c'è una ferita invisibile: la difficoltà ad accettare che l’altro non possa amarli sempre, in modo assoluto. Un passaggio necessario per diventare grandi: comprendere che l’altro è diverso da sé, con i suoi tempi e limiti. Solo così il desiderio può prendere corpo. Quando questo non accade, il desiderio resta confuso con il bisogno, senza immagini né voce. E ciò che non si riesce a pensare si ripete, senza trasformarsi.
Chiudersi per non soffrire: pensieri che non respirano
Per difendersi dalla paura del rifiuto, molti ragazzi si chiudono. Ma sotto la corazza resta un dolore vivo, e il bisogno, mai del tutto spento, di essere visti, ascoltati, riconosciuti.
Uno dei nodi più silenziosi riguarda il corpo. Troppo brutto, troppo magro, troppo grasso: per molti ragazzi incel, il corpo diventa motivo di esclusione. E con esso anche il desiderio si spegne. Se questa convinzione non viene ascoltata, può diventare una prigione.
La narrazione incel irrigidisce tutto questo malessere: propone una visione semplificata e chiusa, in cui le donne sono colpevoli e inaccessibili, gli uomini si dividono tra vincenti e scartati, l’amore diventa un traguardo da conquistare, la sessualità una classifica impietosa. Nessuno spazio per l'ambiguità, per le goffaggini dell'esperienza reale.
La misoginia che emerge in questi gruppi non nasce tanto da un odio consapevole, quanto da una percezione distorta: come se le donne avessero accesso a una libertà, a un piacere, a un potere da cui questi ragazzi si sentono esclusi. È una ferita che non trova pensiero, e che può deformarsi in rabbia o attacco.
All’interno delle community online incel, la fragilità non ha spazio. Mostrarsi vulnerabili è umiliante, la sofferenza viene ridicolizzata. Il gruppo diventa rifugio e gabbia: protegge dal dolore, ma soffoca il pensiero. Bion parlava di "gruppi in assunti di base": insiemi governati da difese inconsce, dove la condivisione serve a confermare, non a trasformare. È un pensiero claustrofilico: chiuso, che si nutre solo di ciò che già conosce.
Gli algoritmi rafforzano questo circuito: più si cercano contenuti intrisi di rabbia e sfiducia, più se ne ricevono. Un processo di radicalizzazione silenziosa, che impedisce l’incontro con ciò che è diverso, con l'altro.
Molti studiosi hanno sottolineato come il fenomeno incel si intrecci con una più ampia crisi della maschilità. I ruoli di genere cambiano, le soggettività femminili e queer chiedono spazi nuovi, i modelli tradizionali vengono messi in discussione. Dove mancano strumenti simbolici per pensare questi cambiamenti, alcuni reagiscono con rabbia e chiusura.
Elisabeth Roudinesco parla di una "democratizzazione del desiderio" che ha scardinato le gerarchie ma ha lasciato vuoti di senso. Bell hooks ricorda che il patriarcato ferisce anche gli uomini: nega loro vulnerabilità, riconoscimento emotivo, la possibilità di chiedere aiuto. Paul B. Preciado ci invita a ripensare il desiderio non come possesso, ma come costruzione di senso tra corpi diversi, opachi, mai del tutto decifrabili.
Anche la psicoterapia può essere uno spazio in cui ciò che è stato difeso con la chiusura possa cominciare a trasformarsi in parola.
E i genitori, cosa possono fare?
Che può fare un genitore, di fronte a questo mondo sotterraneo che i figli spesso non raccontano?
Forse poco, ma abbastanza.
Accorgersi, ad esempio, se un ragazzo che prima era espansivo ora si chiude in camera, evita il contatto visivo, fa battute sprezzanti sul proprio aspetto. Ascoltare ciò che non viene detto: i silenzi, la vergogna che attraversa il corpo, le parole che feriscono e chiedono aiuto.
Frasi come "nessuna mi vorrà mai" o "sono uno scarto" non vanno corrette troppo in fretta. Un "non dire così" può far sentire ancora più soli. Meglio restituire uno sguardo che accoglie, anche quando non capisce. Un semplice: "dev'essere dura sentirsi così" può aprire uno spazio di fiducia.
Anche il mondo online va abitato con loro, senza invadere. Non si tratta di vietare forum o contenuti, ma di restare in contatto:
"Ti va di vedere insieme quel video che ti ha colpito?", "Ho letto qualcosa su questi gruppi... tu cosa ne pensi?" sono domande che costruiscono un ponte.
Quando possibile, proporre uno spazio psicoterapeutico: non come punizione, ma come occasione. Dire: "forse può farti bene parlare con una persona che ascolta per lavoro" può essere più efficace che insistere. È un invito a prendersi cura di sé, con l’aiuto di una persona che sa ascoltare davvero: con attenzione, rispetto, senza giudizio.
Lo psicoterapeuta non dà consigli dall’alto e non dice cosa fare, ma aiuta a comprendere cosa succede dentro, anche quando è difficile da dire. Attraverso un ascolto profondo e partecipe, offre uno spazio sicuro dove poter dare voce a ciò che pesa in silenzio, e cominciare a trasformarlo.
Anche i linguaggi dell’immaginazione possono aiutare: film, musica, narrazioni. Guardare un film insieme e parlarne, ascoltare le loro canzoni preferite e chiedere cosa colpisce. Gesti piccoli, ma che avvicinano.
Soprattutto, non avere fretta di spiegare o aggiustare. Restare. Anche nel dubbio. Anche nel silenzio. Come dice Ogden, "pensare con un altro" è un atto creativo. È lì che può nascere il pensiero.
Come si può amare oggi, in un tempo che vuole tutto sotto controllo – anche i sentimenti? Dove ogni emozione deve essere tracciabile, ogni legame messo in sicurezza, ogni rischio neutralizzato?
Forse la vera domanda è: come si può amare, se ci proteggiamo da ogni sbavatura, da ogni inciampo, mappando ogni movimento interiore per non perderci? Ma da quando la felicità dipende solo da noi, e non anche da un imprevisto?
A volte, ciò che salva è la possibilità di dire: "non so", e restare. In ascolto. Alla ricerca di una vibrazione giusta, come il colpo sul tamburo nel momento dell’iniziazione.
Se riconosci in tuo figlio alcuni di questi segnali, non restare solo. Parlarne con una persona di fiducia o con un professionista può fare la differenza.
Mini glossario incel
Incel: abbreviazione di involuntary celibate, indica chi si sente escluso dalla possibilità di vivere relazioni affettive e sessuali, attribuendo la causa a fattori esterni e immutabili.
Blackpill: visione nichilista e disperata, secondo cui la condizione incel è definitiva e senza via d’uscita.
Chad / Stacy: nomi usati per descrivere uomini e donne considerati "vincenti" – belli, sicuri, desiderati – contrapposti a chi si identifica come incel.
Looksmaxxing: strategie, a volte estreme o ossessive, per migliorare il proprio aspetto fisico nel tentativo di risultare più desiderabili e "competitivi" nel mercato del desiderio.
Misoginia: atteggiamento di disprezzo o ostilità verso le donne. Nei contesti incel nasce spesso come reazione difensiva alla percezione di esclusione o rifiuto.
Bibliografia
Camilli, A. (2025). Gli incel italiani. Internazionale, 15 aprile 2025. https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2025/04/15/incel-italia
hooks, b. (2004). La volontà di cambiare. Mascolinità e amore. Il Saggiatore.
Kolano, M. (2022). Il piacere della misoginia – incel, castrazione e differenza sessuale. Indagine psicoanalitica, 42(7), 544–556. https://doi.org/10.1080/07351690.2022.2121142
Legros, C. (2024). Mascolinismo e femminismo: due visioni opposte della mascolinità. Internazionale, 31 ottobre 2024. https://www.internazionale.it/notizie/claire-legros/2024/10/31/mascolinismo-femminismo
Ogden, T. H. (1992). Il limite primitivo dell’esperienza. Milano, Raffaello Cortina Editore, 2008.
Preciado, P. B. (2020). Un appartamento su Urano. Cronache della transizione. Fandango Libri.
Roudinesco, É. (2020). La famiglia in disordine, Roma, Maltemi
Sterritt, J. (2022). Psychoanalysis and Involuntary Celibacy: The Cultural Unconscious of the Incel Phenomenon. The American Journal of Psychoanalysis, 82(1), 1–20.
Letture consigliate per i genitori
Tisseron S., Guarda un po’. Immaginazione del bambino e civiltà dell'immagine, Feltrinelli Editore, 2006
Dikotomiko, Incel in una stanza. Il cinema dei maschi brutti, soli e cattivi, Shatter 2025
Serie consigliata
Adolescence (2025) – Miniserie TV britannica disponibile su Netflix
Diretta da Philip Barantini, scritta da Jack Thorne e Stephen Graham.
29/07/2025