HIKIKOMORI: il mondo chiuso in una stanza

in Dizionario AIPPI per Genitori

HIKIKOMORI: IL MONDO CHIUSO IN UNA STANZA

 Elisabetta Bellagamba

 

Sempre più spesso sentiamo parlare di adolescenti e giovani adulti che iniziano a isolarsi dal mondo, chiudendosi nella propria stanza, vissuta inizialmente come un rifugio sicuro, ma che col tempo si trasforma in una prigione. Tra i neologismi di recente acquisizione della lingua italiana compare proprio il termine hikikomori, che letteralmente significa “stare in disparte”. È una forma volontaria di auto-reclusione, che preoccupa molto i genitori e non solo, e che conduce ad un allontanamento dai rapporti più intimi. Si tratta dei nuovi eremiti in famiglia che si segregano, spesso, nella loro cameretta. I genitori chiamano allarmati perché vedono il proprio figlio o la propria figlia che lentamente si sta mettendo all'angolo. 

Parte della letteratura internazionale aveva definito, in passato, l’hikikomori una sindrome culturalmente caratterizzata o cultural bound syndrome, ma il fenomeno ha ottenuto una risonanza sempre maggiore a livello internazionale quando ci si è resi conto che il fenomeno non riguardava esclusivamente l’Estremo Oriente. La pubblicazione di articoli che descrivevano casi analoghi in realtà completamente diverse come Spagna, Francia, Stati Uniti, Australia e Regno Unito oltre che in diversi paesi asiatici ha fatto abbandonare la prima definizione, sostituita dalla tesi che l’hikikomori trascenda il contesto culturale pur essendone influenzato. 

In Italia diversi lavori sia di taglio antropologico che psicologico-clinico  hanno descritto numerosi adolescenti con comportamenti molto simili a quelli dei coetanei giapponesi e questo ha condotto a formulare l’ipotesi che tale diffusione fosse riconducibile alla rivoluzione culturale rappresentata dalla immediatezza e alla diffusione del web 2.0, quello dei social network. Le indagini nel nostro paese in una fase iniziale sono state avviate principalmente per indagare il fenomeno della così detta dipendenza da Internet, ma hanno rivelato l’esistenza di una fascia di adolescenti che riduce il proprio rapporto con il mondo alla sola relazione mediatica, e talvolta evita anche questa ultima forma di contatto. La navigazione in rete, per i giovani hikikomori, può risultare l’unico mezzo per rimanere in relazione con il mondo esterno e l’unica possibilità di restare in contatto con altre persone instaurando relazioni in cui possano sentirsi al sicuro e protetti dallo sguardo dell’altro che alimenta vissuti di vergogna e senso di inadeguatezza. La rete diventa, in queste situazione, un’ancora di salvezza che fa mantenere il contatto con la realtà consentendo di preservare una forma di collegamento con essa. Si è in un funzionamento in cui la vita e la crescita vengono messe in pausa, restando in una modalità di sospensione, e gli adolescenti più a rischio di rimanere in un impasse evolutiva sono proprio quelli che rifiutano non solo le relazioni reali ma anche il contatto con il virtuale. Pertanto, si evince, come la rete in queste specifiche situazioni, rappresenti una risorsa utile. 

Si tratta di giovani con un passato scolastico brillante, intelligenti, tendenzialmente introversi che incontrando nuovi compiti evolutivi nel loro percorso di crescita si sentono particolarmente fragili tanto da sentirsi e percepirsi come molto distanti dai loro coetanei che vedono, invece, come più equipaggiati. I genitori, durante i colloqui, spesso descrivono che il figlio/a è sempre stato un ragazzo/a sveglio, prendeva voti altissimi senza neanche impegnarsi troppo. Ma da un po’… è come se si fosse spento ed è come se si sentisse sempre fuori posto. 

Le ragioni, tuttavia,  che spingono un giovane a ritirarsi dalla vita sociale sono molteplici e complesse. Si intrecciano vari fattori tra cui quelli personali, familiari e culturali. È importante, pertanto, provare a capire quali situazioni, nel corso della crescita, possano condurre un adolescente verso l’isolamento.

Alcuni elementi culturali e sociali sembrano avere un ruolo importante. Per esempio, in Giappone — dove il fenomeno è nato — viene data grandissima importanza all’efficienza, al rispetto delle regole e all’adesione ai valori della comunità. L’educazione tende a scoraggiare chi esprime un’opinione diversa o personale, e questo può far sentire chi non si adegua fuori posto o inadeguato.

Anche la scuola giapponese è molto esigente: chi non riesce a stare al passo con gli alti standard richiesti può sentirsi fallito, incapace o “meno degli altri”. Questo senso di inadeguatezza può far nascere nei ragazzi il bisogno di scappare, evitando situazioni che fanno sentire sotto pressione.

In un ambiente dove viene premiato chi si conforma e si adatta, può diventare difficile sviluppare una propria identità autentica. Alcuni ragazzi finiscono per mettere da parte i propri desideri e sogni, cercando solo di corrispondere alle aspettative degli altri, comprese quelle della società e della cultura di appartenenza. Così facendo, costruiscono una “maschera” che però, alla lunga, diventa troppo pesante da sostenere. 

Spesso nei colloqui con i genitori di ragazzi ritirati o sulla strada del ritiro (Ranieri, Andreoli, Bellagamba et al. 2015) emerge in linea generale il seguente discorso: “Noi volevamo solo il meglio per lui. Fin da piccolo abbiamo sempre creduto tanto nelle sue capacità, l’abbiamo sempre visto come un bambino speciale, destinato a fare grandi cose. Forse… forse abbiamo proiettato su di lui un’immagine troppo idealizzata, un’idea di come avrebbe dovuto essere. Ma adesso ci chiediamo: era davvero quello che voleva lui? O era quello che volevamo noi per lui? Ci siamo accorti che molte delle scelte che faceva sembravano più per compiacerci che per desiderio suo. Cercava di essere quel ragazzo brillante, maturo, sempre all’altezza, quasi per non deluderci. Ma non sappiamo più se era davvero felice. Non voleva mai deludere nessuno, stava sempre attento a non sbagliare. E quando qualcosa non andava, quando c’era il rischio di un fallimento… si tirava indietro. Preferiva rinunciare in partenza piuttosto che rischiare di perdere. Diceva: ‘Tanto non ce la farei comunque’. Come se avesse paura anche solo di provarci."

Nella storia personale di questi soggetti si possono riscontrate degli elementi anamnestici comuni tra i quali: esperienze di bullismo, storie di scherno e derisione, esclusione da parte dei compagni. La prima manifestazione del comportamento di ritiro è quasi sempre un periodo più o meno prolungato di assenza scolastica. Altri elementi peculiari a livello individuale che concorrono ad aumentare il rischio di chiusura nei confronti del mondo sono la timidezza, l’introversione e la vergogna. 

 

Tipologie di ritiro

Il ritiro sociale si declina lungo un continuum che parte da una generica predisposizione allo stare da solo e arriva fino alla condizione del ritiro sociale estremo. Prestando attenzione alle diverse modalità di ingresso nel ritiro, all’esperienza ed all’intensità del ritiro stesso, alle dinamiche familiari, alle relazioni tra pari, ed ai percorsi scolastici sono stati individuati tre tipologie di ritiro: alternativo, corrispondente ad un altro modo di attraversare l'adolescenza; sospensione, riferendosi alla risposta sintomatica a un contesto con gravi difficoltà familiari; crisalide, che funziona come una modalità di ritiro di fronte all'impossibilità di accedere o assumere la posizione di individuo adulto indipendente (Fansten, 2015)

I giovani con un ritiro definibile alternativo provano una sensazione di disagio e disconnessione con gli altri adolescenti e mostrano la necessità di forgiare la propria identità e crescere al riparo dai coetanei. Solitamente si ritirano anticipatamente dalla scuola,  che viene interrotta per un periodo più o meno lungo per poi essere ripresa. Questo tipo di ritiro può essere inteso come un modo alternativo di affrontare i compiti evolutivi propri dell'adolescenza, in particolare il problema dell'appartenenza al gruppo dei pari in quanto la relazione è percepita come minacciosa a causa di un'identità vissuta come fragile e diversa. Il ritiro si configura come un momento regressivo necessario per proteggersi dalle aspettative del mondo esterno e poter ri-organizzarsi e far crescere il proprio Sé in uno spazio intimo e privato.  

Il ritiro di sospensione avviene a seguito di importanti difficoltà familiari, spesso contraddistinte da modalità interattive violente. La sospensione si configura come una modalità difensiva di fronte ad una situazione di crisi percepita come traumatica, l’adolescente si ritira per dimenticare non solo le difficoltà, ma anche per dimenticare se stesso in un epoca in cui dovrebbe affermarsi. L’utilizzo della rete permette in questa situazione di svuotare la mente, anestetizzarla trovando un mondo alternativo nel quale può non solo padroneggiare le situazioni ma anche essere vincitore. 

Nel ritiro a crisalide gli adolescenti cercano di fermare il tempo e vivere in un eterno presente, senza proiettarsi nel futuro vissuto con eccessiva pressione avendo vissuto in un ambiente molto richiedente in termini di riuscita ed avendo loro stessi un ideale performante che non contempla il fallimento e gli errori. 

 

Perché nascondersi dallo sguardo dell’altro? Il vissuto legato alla vergogna

Durante l’adolescenza, i ragazzi iniziano a guardare al di fuori della famiglia: vogliono confrontarsi con il mondo, con gli amici, con chi è simile a loro per età. È una fase in cui sentono il bisogno di provare nuovi aspetti di sé, di scoprire chi sono davvero anche lontano da casa. Ma questo passaggio non è semplice, perché comporta inevitabilmente anche delle delusioni: si rendono conto che non possono essere perfetti, che hanno dei limiti, che gli altri non sono sempre come se li erano immaginati.

Accettare tutto questo — smettere di pensarsi onnipotenti o di idealizzare sé stessi e le persone attorno — è una tappa fondamentale della crescita. Non tutti riescono però ad affrontarla allo stesso modo: per alcuni può essere molto dolorosa, tanto da portarli a ritirarsi invece di esporsi. In alcune situazioni, gli adolescenti vivono il loro debutto sul palco della vita come fonte di estrema angoscia, non riuscendo a tollerare la vergogna per il possibile fallimento, e decidono di ritirarsi dietro le quinte, smettendo di giocare e bloccando la loro crescita evolutiva. Questi adolescenti smettono di investire nelle relazioni, nella scuola e nei loro progetti futuri per allontanarsi dagli sguardi degli altri, vissuti come giudicanti. La vergogna ed il senso di inadeguatezza prendono il sopravvento, schiacciando i giovani e mettendoli in una posizione di disconnessione dalla vita che provoca lo stand by del processo di negoziazione delle proprie aspettative che fanno seguito alla presa di coscienza della perdita delle figure parentali grandiose e potenti della prima infanzia. 

L’adolescenza è un’età in cui ci si mette alla prova e ci si espone molto, per questo gli adolescenti sono particolarmente sensibili al giudizio degli altri. In questo periodo, anche piccoli errori o imperfezioni possono generare un profondo senso di vergogna. Si vergognano del corpo che cambia, dei sentimenti che non riescono a controllare, dei pensieri che sembrano “strani”, delle insicurezze che non sanno nominare. 

 

Come aiutarli: il ruolo degli adulti

In questo processo, la presenza degli adulti, come i genitori, gli insegnanti, gli educatori, e non solo, è cruciale. Non per correggere o giudicare, ma per offrire uno sguardo che non umilia, che non pretende la perfezione, ma che accoglie.

Un adulto che sa restare vicino, anche quando l’adolescente si chiude o si arrabbia, trasmette un messaggio fondamentale: “Non sei sbagliato per quello che provi. Anche se ti senti fragile, io ci sono e non ti giudico.” È proprio questo sguardo umano e non colpevolizzante che può aiutare il ragazzo o la ragazza a non identificarsi completamente con quel sentimento di vergogna. Gli adulti, in fondo, possono fare da specchio positivo, in grado di restituire un’immagine di sè più tollerabile, più vera, più completa. Ad esempio dopo un brutto voto può accadere che gli adulti rispondano: “potevi fare di più”, ma con gli adolescenti più introversi e/o in fase di ritiro, questa frase può rimbombargli in testa in modo martellante, andando a incrementare un possibile malessere che ancora non ha preso forma specifica. In queste situazioni sarebbe utile poter trasmettere che  capita a tutti di sbagliare o andare male. Non cambia il valore della propria persona. Un voto non dice chi si è. 

Ridurre la vergogna significa cercare parole che non ridicolizzino, non correggano troppo in fretta e che non diano soluzioni immediate. Sarebbe importante poter star accanto, ascoltare senza fretta, accettare l’altro per com’è, anche nelle sue parti fragili.

Tuttavia, è fondamentale che gli adulti riconoscano quando il loro sostegno, pur prezioso, non è sufficiente. Quando i segnali di ritiro si intensificano o si prolungano nel tempo, quando l’isolamento diventa più marcato e coinvolge diverse aree della vita dell’adolescente — dalla scuola alle relazioni sociali — è essenziale non esitare a cercare l’aiuto di figure professionali specializzate. Psicologi, psicoterapeuti e altri professionisti della salute mentale possono offrire strumenti specifici e interventi mirati per prevenire che queste dinamiche di ritiro si estendano ulteriormente, diventando più pervasive e difficili da affrontare.

 

Bibliografia

Fansten, M., Figueiredo, C. (2015). Parcours de hikikomori et typologie du retrait. Adolescence 33(3):603-612

Ranieri, F., Andreoli, M., Bellagamba, E., Franchi, E., Mancini, F., Pitti, L., Stoppielli, M. (2015). Adolescenti tra abbandono scolastico e ritiro sociale: il fenomeno degli “hikikomori” ad Arezzo. Il Cesalpino, 14, 13-17

Elisabetta Bellagamba

Psicoterapeuta, Membro Ordinario Associazione Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica Infanzia, Adolescenza e Famiglia (AIPPI). Psicoanalista, Societā Psicoanalitica Italiana e International Psychoanalytical Association. Č autrice di saggi pubblicati su riviste scientifiche. Svolge attivitā clinica ad Arezzo.

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