GUERRA Come parlare della guerra a bambini ed adolescenti

in Dizionario AIPPI per Genitori

Guerra

Come parlare della guerra a bambini ed adolescenti

Emanuela Abballe, Livia Aisemberg

 

I bambini appartengono al mondo e di esso è giusto che abbiano consapevolezza; la verità è sempre un loro diritto. 

È quindi importante che gli adulti parlino ai bambini della guerra, per evitare che, nello spazio vuoto della non risposta e del non detto, vengano a germogliare fantasie e paure ancora più angoscianti.

La guerra è un evento traumatico e i bambini potrebbero non essere sufficientemente attrezzati a gestire e contenere emozioni forti come quelle suscitate dall’idea della guerra stessa e dalle fantasie ad essa associate. È, dunque, fondamentale che vengano sostenuti ed accompagnati, affinché i sentimenti di paura, spavento e angoscia, non si associno a quelli di solitudine e vuoto, diventando ancor di più intollerabili.

Il bisogno del bambino è, infatti, quello di sentire, nell’adulto, la persona alla quale poter chiedere aiuto, con il quale poter condividere i propri vissuti, sentendosi riconosciuto. 

L’adulto non può proteggere il bambino dagli eventi dolorosi del mondo, ma può aiutarlo a dare un significato a ciò che prova.

Con i bambini fino a sei anni l’adulto può mantenere una posizione di osservazione e di ascolto; in questa fascia di età l’idea della guerra è molto astratta, difficilmente comprensibile, e non è detto che i bambini ne parlino. 

Nel caso in cui lo facessero, è importante che il genitore accolga ciò che il bambino vuole comunicare, senza sminuirne il contenuto, né l’importanza, ma facendolo sentire compreso e sostenuto. 

È probabile che il bambino abbia appreso solo che c’è una guerra in atto, percependone i vissuti connessi, e che chieda magari chiarimenti a riguardo. La guerra potrebbe quindi essere descritta come una grande difficoltà che alcune persone adulte incontrano nel trovare un accordo, una situazione che provoca rabbia e porta al conflitto.

In questa fascia d’età, il bambino ha bisogno di ricevere molte rassicurazioni; pur riconoscendo che si tratta di una situazione seria, è importante evidenziare come lui si trovi al sicuro, in un ambiente lontano dal pericolo. Potrebbe essere utile spiegargli anche che si stanno attivando tutti gli aiuti possibili, affinché venga presto ripristinata la pace.

È controproducente utilizzare, in questo caso, confronti con esperienze di vita da lui stesso vissute, ad esempio, paragonando la guerra e il conflitto alle accese discussioni che il bambino vive con i compagni o alle tensioni che quotidianamente si creano tra coetanei. 

Questo paragone, infatti, potrebbe comportare in lui una certa confusione, nonché generare preoccupazione e/o senso di colpa per le dinamiche che comunemente vive e per gli atteggiamenti che lui stesso mette in atto.

Se i bambini in età scolare chiedono informazioni sulla guerra (magari perché ne hanno sentito parlare a scuola), è importante prima ascoltare ciò che vogliono esprimere e cosa sanno già, evitando di fornire dettagli non richiesti. 

Sovraccaricarli di notizie ed elementi drammatici (come un’eccessiva esposizione ai notiziari), ma anche di nostre riflessioni e osservazioni, rischierebbe solo di “riempirli” di contenuti complessi, emotivamente difficili da gestire.

I bambini potrebbero sentirsi pervasi da un senso irrazionale di angoscia. 

Spetta all’adulto il ruolo di “tradurre” quanto accade in un linguaggio adatto al proprio bambino. 

Forse la guerra potrebbe essere descritta come la difficoltà, di alcune persone, nel trovare un accordo. Piuttosto che dialogare e comprendersi, si arriva a generare un forte conflitto.

Si potrà quindi ricorrere ad un linguaggio libero da parole troppo perturbanti, come “bombe, distruzione, attacchi e morte”, perché probabilmente troppo angoscianti.

Sarà inoltre importante rispondere solo a ciò che lui realmente chiede, lasciando sempre aperto il varco delle domande e della condivisione, senza pressioni. 

Dare un tempo al bambino per poter “digerire” e gestire tutto quello che sta provando, senza forzarlo nel tornare sull’argomento ma lasciando a lui la possibilità di farlo quando e se si sente pronto. 

Ogni bambino ha il suo tempo ed è il genitore che segue il suo ritmo, accompagnandolo.

Rispettando eventualmente anche i suoi silenzi e il suo desiderio di non sentirne parlare. 

Il silenzio potrebbe essere anche un tempo funzionale per lui, per “proteggersi” dal confronto con un genitore troppo angosciato o spaventato. Spesso, infatti, soprattutto in situazioni traumatiche come la guerra, il bambino può divenire ricettacolo delle paure e delle ansie degli adulti; il genitore, infatti, mosso dalle proprie preoccupazioni e dal timore di non riuscire a sostenere quelle del figlio, potrebbe “spostare” (proiettare) questi vissuti sul bambino stesso, faticando nell’alimentare, quindi, sentimenti di fiducia e speranza.

A differenza dei bambini, gli adolescenti hanno un’idea chiara di cosa sia la guerra.

Non si tratta, dunque, di pensare a “come poter presentare loro” ciò che accade, quanto di collocarsi in una posizione di ascolto, consentendo di poter depositare dubbi e domande. L’adolescenza è una fase di grande conflitto interno, segnata dalla complessità di proiettarsi in un futuro molto incerto, non tanto per le criticità concrete della vita (studio, lavoro), quanto per le difficoltà nel costruire la propria identità, nel trovare il proprio posto nel mondo. 

I vissuti generati dalla guerra, quali l’insicurezza, l’angoscia di morte, la precarietà, potrebbero essere davvero di difficile elaborazione per una mente fragile come quella dell’adolescente. Tanto difficili da essere “evitati”, anche mettendo in atto agiti aggressivi, contro se stessi o contro gli altri.

Risulta, dunque, ancora più importante creare uno spazio di pensiero, in cui l’adulto non imponga la propria idea, non fornisca risposte e posizioni definitivamente schierate, bensì si collochi, egli stesso, in un’ottica di confronto aperto. Accolga dubbi e idee anche opposte alle proprie; si apra alla possibilità di meravigliarsi per l’interesse, il coinvolgimento e la competenza dei ragazzi. 

La guerra può diventare esperienza nella quale confrontarsi con l’idea della violenza, dell’intolleranza, della prepotenza verso i più deboli.

La non accoglienza, il non rispetto, può facilmente trasformarsi in ostilità; è dunque importante insegnare ad accogliere la diversità, rispettare l’altro, trasmettere e fornire strumenti per imparare a mediare e gestire i conflitti. Avvicinare i ragazzi a vivere “l’altro” non come colui che “toglie”, ma come “arricchimento”.

Nel carteggio tra Einstein e Freud “Perché la guerra?”, Freud, prendendo l’idea di Einstein circa la tendenza naturale alla violenza, esponeva la propria teoria delle pulsioni, secondo cui nell’uomo sono presenti la pulsione di vita (Eros) e quella di morte (Thanatos); l’attività di Thanatos induce al piacere di aggredire e distruggere. 

Per Freud la distruttività è, quindi, parte inevitabile della natura umana e, in quanto tale, non può essere eliminata; occorre semmai individuare le condizioni perché non trovi espressione nella guerra, cioè deviarla altrove, ad esempio con la creazione di legami emotivi e di solidarietà tra le persone. “Assoggettare” queste pulsioni distruttive all’intelletto, così da poter temere gli effetti della messa in atto di una guerra. Occorre, dunque, fare in modo che la pulsione distruttiva, interna ed inevitabile, venga risolta e gestita nella propria conflittualità interna, e non “messa in atto”, cioè portata fuori dai propri confini interiori.

Ad ogni modo, indipendentemente dall’età, di fronte agli accadimenti della guerra, sembrano essere importanti due elementi: il sentimento di speranza e il desiderio di poter “riparare”.

Riparare significa aiutare bambini e ragazzi a sentirsi meno impotenti rispetto agli eventi, offrendo loro la possibilità di fare qualcosa di concreto per contribuire al cambiamento. 

Coltivare la speranza vuol dire permettere loro di continuare ad affacciarsi al mondo con accesa fiducia, affinché possano “digerire” il dolore e l’angoscia che generano da alcuni eventi del mondo, senza sentirsene sopraffatti. Trasformare, quindi, il trauma, con la speranza di poter sempre “ricominciare”.

 

Suggerimenti sul tema:

Per i bambini

(2021) Cortometraggio Mila, regia di Cinzia Angeli

(2011) Film La Guerra dei bottoni di Christophe Barratier

Per gli adolescenti

(1981) Film Fuga per la vittoria, regia di John Huston

(2024) La pace è l’unica strada, David Grossman, Mondadori

(2022) Lo sguardo oltre il confine, Francesca Mannocchi, De Agostini

(2020) Zerocalcare, Kobane calling, Bao

(2022) Zerocalcare, No sleep till Shengal, Bao 

Emanuela Abballe, Livia Aisemberg

EMANUELA ABBALLE Psicologa clinica. Psicoterapeuta. Socio Ordinario AIPPI. Svolge attività clinica nel proprio studio privato e progetti di sostegno psicologico nelle scuole (sportello psicologico e osservazioni nei gruppi classi). LIVIA AISEMBERG Psicologa, Psicoterapeuta. Socio ordinario AIPPI, membro del Centro Clinico AIPPI Roma. Ha lavorato presso la Casa Internazionale delle Donne, come socia di Donna Ascolta Donna. Particolarmente interessata ai contesti multiculturali, grazie alla doppia nazionalità italo-argentina, partecipa al Gruppo immigrazione AIPPI. Affianca al lavoro clinico presso lo studio privato, l’attività di psicologo scolastico.

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