GIOCO

in Dizionario AIPPI per Genitori

Gioco

Francesca De Marino

 

Cosa succede quando un bambino prende in mano una macchinina e la fa volare? Quando fa parlare una bambola o trasforma una bottiglia in un drago?

Sta giocando, sì. Ma sta anche vedendo il mondo e se stesso con il corpo, ascoltando con la pelle, rispondendo con la precisione intuitiva di un gesto che non ha bisogno di parole.

Il gioco è una soglia: tra azione e racconto, tra sé e il mondo. È anche un doppio: vero e falso fino in fondo, simile e dissimile al tempo stesso. Ogni dettaglio è gravido di promesse. Si può sostare in quella tensione tra il desiderio e il timore, tra il volere e il non volere. La realtà si congiunge con una realtà altra, che è vera proprio per il fatto di essere finta.

Chi gioca entra in un altrove, senza sapere cosa accadrà. È un varco. Un rito. Una forma di pensiero che nasce prima delle parole. Il bambino non osserva, partecipa. Non descrive, esperisce. Prima di nominare le cose, le mette alla prova. Le apre, le rovescia, le trasforma per vedere se reggono il peso del suo sentire.

Ed è proprio entrando nel gioco che il bambino comincia a scoprire sé stesso e il mondo. Chi gioca lo fa con tutto se stesso, scivolando nel possibile e affidandosi a ciò che ancora non conosce. Il gioco trasforma ciò che tocca, ma resta se stesso. È il luogo dove l’invisibile si manifesta.

Come quando una bambina “fa la maestra” con le bambole: non sta solo imitando, ma esplorando cosa significhi avere voce, stabilire regole, farsi ascoltare. Sta cercando una nuova posizione e prova a sentire come ci si sta.

Giocare non è solo un passatempo. È il primo modo in cui un bambino si mette a cercare anche se non sa dire cosa. È il suo modo di pensare, raccontarsi, guarire. Il tentativo di dare forma all’indicibile, di costruire un ponte tra ciò che sente e ciò che può rappresentare.

Nel gioco, la realtà si trasfigura: ogni spazio ne contiene un altro, ogni oggetto un potenziale nascosto. Una sedia diventa un treno, un angolo un rifugio, un pavimento un mare. E, quando il gioco finisce, quel luogo non è più lo stesso: porta in sé la traccia dell’immaginazione.

Anche le parole lo raccontano: to play, in inglese, rimanda al piacere, alla leggerezza. Ma “divertimento” significa anche deviazione, slittamento. Il gioco diverge, sposta, sorprende. È lì che risiede la sua forza: non nel contenuto, ma nella sua capacità di generare qualcosa di nuovo tra chi gioca e ciò con cui gioca. Giocare è produrre qualcosa che prima non c’era – e che spesso nemmeno si sapeva di desiderare.

Fin dai primi mesi, questo slittamento creativo prende forma nel corpo e nella relazione. In questo movimento c’è l’indugio e lo stupore che ritma la conoscenza. Si entra in un altrove dove si può essere e fare tutto: esplorare, riparare, mettere in scena un'angoscia, un desiderio, un bisogno ancora senza nome.

Proprio in questo eccedere, traboccare, espandersi, il bambino inizia a costruire la misura. È nel corpo a corpo tra troppo e troppo poco che nasce la modulazione. Il gioco è una palestra dove si può esagerare, per poi imparare a tornare indietro. È lì che si sperimenta la regolazione degli affetti, delle azioni, dei desideri. Non si impara il limite stando fermi, ma attraversandolo – e il gioco, più di ogni altro spazio, lo consente in modo vivo, simbolico, tollerabile.

Quando un genitore osserva senza giudicare, sostiene senza invadere, aiuta il bambino a trasformare l’eccesso in linguaggio.

Ripetere per capire

I bambini, del “di nuovo” hanno fame. Chiedono ancora: la stessa fiaba, lo stesso gioco, le stesse parole. Non è noia, è costruzione. Tornare allo stesso punto è anche saper tornare a casa: ritrovare ciò che si conosce dopo la fatica del mondo.

La ripetizione crea continuità, ritmo, possibilità di trasformazione. Un bambino che lancia una palla contro il muro, in silenzio, non sta solo scaricando una tensione: sta cercando un ritmo interno, una cadenza che contenga.

Ma non tutta la ripetizione è uguale. A volte, la struttura del gioco si fa ritmico-ripetitiva. E in questa ripetitività si produce un calore per sfregamento, una dilatazione. Nella dilatazione entra anche ciò che prima era rimasto escluso, allargando lo spazio interno e facendo crollare ciò che sembrava compatto.

Un bambino costruisce e distrugge una torre dieci volte con la stessa intensità: ogni ripetizione porta un rischio, una possibilità. Ogni ritorno incrina la struttura, lascia passare l’inatteso.

Gioco e identificazione: diventare, non solo imitare

Nel gioco simbolico, il bambino non solo esplora: diventa. Un leone, una mamma, un treno, una talpa cieca. L’identificazione è il cuore pulsante del gioco: un processo attivo di trasformazione.

Un bambino che gioca al dottore dopo una visita non sta solo imitando: cerca di padroneggiare un’esperienza vissuta come passiva o dolorosa. Entrare nella forma dell’altro serve a scoprire qualcosa di sé. E ogni volta si può tornare indietro, cambiare ruolo, aggiungere un dettaglio. Con il gioco, i bambini esprimono le cose attraverso di sé. Non cercano di trarre conclusioni, ma abitano una verità interiore che si rivela nell’esperienza, non nel ragionamento.

Come in un sogno, entrano e sentono: vedono, toccano, immaginano all’infinito. Ci ricordano che dentro ciascuno di noi esiste, in modo assolutamente originale, questa possibilità.

Anche il tragitto da una stanza all’altra può diventare un viaggio. Mai innocente.

Quando il gioco si irrigidisce

Ma cosa succede quando il gioco non si trasforma, non diverge più? Quando si ripete uguale, senza immaginazione, senza desiderio?

Un bambino che allinea macchinine per ore, senza coinvolgere altri né variare la scena, potrebbe star cercando di contenere un’angoscia troppo grande per essere narrata. In questi casi, è importante che l’adulto non si limiti a "far giocare", ma offra uno spazio mentale che possa accogliere ciò che il bambino, senza riuscirci, sta cercando di dire.

Anche da queste rigidità può nascere un movimento trasformativo. Una bambina che vuole “fare la stessa cosa” ogni giorno, a un certo punto aggiunge un dettaglio nuovo: segno che qualcosa si è mosso.

Ma attenzione: con un eccesso di inganno – quando l’illusione prende troppo piede – si può finire dentro un’altra realtà, coerente in tutta la sua verità incoercibile, per quanto bizzarra. Una volta entrati, è difficile uscirne se non tornando indietro e spezzando bruscamente l’illusione. Anche il gioco ha bisogno di un confine, di un’uscita simbolica.

In questi casi, è fondamentale che il bambino non venga lasciato solo dentro quell’esperienza. Occorre raggiungerlo lì dove si trova, nel suo linguaggio e nella sua logica affettiva, per ricostruire insieme un ponte, una condivisione che renda più tollerabile e pian piano trasformabile quel “troppo” che il gioco, da solo, non riesce più a contenere.

Quando questo non è possibile all’interno della relazione familiare, può essere utile rivolgersi a uno psicoterapeuta dell’età evolutiva, capace di ascoltare il bambino nel suo linguaggio simbolico e accompagnarlo con rispetto verso nuove possibilità di espressione e pensiero.

Il gioco come sogno, pensiero, relazione

Per Melanie Klein, pioniera della psicoanalisi infantile, il gioco ha lo stesso valore che le parole hanno per gli adulti: è il linguaggio dell’inconscio.
Per Donald Winnicott, il gioco nasce in uno spazio potenziale, sospeso tra dentro e fuori, tra sé e l’altro, tra realtà e fantasia. Solo chi ha potuto giocare abbastanza, scrive, potrà vivere creativamente e sentirsi reale.

La ricerca contemporanea ha mostrato come il gioco affondi le sue radici nel corpo e nella relazione primaria. Suzanne Maiello ne coglie la preistoria affettiva: parla di “proto-gioco” e di “oggetto sonoro”, dove voce, ritmo, presenza anticipano il pensiero.
Dina Vallino mette in luce una funzione ludica primaria, inscritta negli scambi precoci tra madre e bambino: sguardi, pause, rispecchiamenti che rendono pensabile l’esperienza. Il compito dell’adulto, dice, non è “far giocare”, ma rendere giocabile ciò che accade.

Il gioco è anche narrazione. Maria Luisa Algini lo descrive come una prima storia di sé: fatta di frammenti, simboli, dialoghi emotivi. Il terapeuta, in questo scenario, deve saper sostare nell’attesa, accogliere l’ambiguità, non affrettare il senso.

Per Antonino Ferro, il gioco è un sogno a due: un campo narrativo condiviso, dove si animano personaggi, si elaborano affetti, si crea significato. Marta Badoni scrive: giocare è sognare con il corpo.

Anche in seduta, il gioco resta un linguaggio. Un bambino che “fa la talpa cieca” forse non vuole vedere qualcosa – o non può ancora permetterselo. Ma il terapeuta non interpreta, non forza. Gioca con lui, lo accompagna. Crea uno spazio in cui quel gesto può trasformarsi.

Il gioco come palestra sociale

Il gioco non è solo trasformazione interna. È anche relazione. Nel passaggio dal gioco solitario a quello cooperativo, i bambini imparano a negoziare ruoli, condividere potere, tollerare frustrazioni. È lì che nascono le prime alleanze, i primi conflitti.

Due bambini che litigano su chi deve guidare il trenino stanno imparando a cedere e rilanciare, a mettersi nei panni dell’altro.

Nell’adolescenza il gioco si trasforma ancora. Non sparisce: si traveste. Diventa ironia, scena mentale, sfida, musica, scrittura, travestimento. È un modo di pensare il rischio, esplorare i limiti, raccontarsi senza confessarsi.
Un adolescente che crea un meme che fa ridere e ferisce insieme, sta giocando con il potere della parola e con l’identità.

Eppure, oggi, il tempo dedicato al gioco mimetico è drasticamente ridotto. Anche l’ascolto del racconto dal vivo si fa più raro, sostituito da una rapida successione di immagini e informazioni che svuota il tempo dell’attesa.

L’istituzione scolastica stessa, troppo spesso, fatica ad accettare l’indugio, l’incertezza, i passaggi lenti: preoccupata di raggiungere obiettivi, finisce talvolta per trascurare il processo di lavoro – e con esso, anche il gioco.

Per un genitore, il gioco è un invito. Non a entrare subito. Non a spiegare. Ma a osservare. A lasciarsi toccare da ciò che ancora non ha parole.

Osservare, però, non significa restare fuori. Significa sentire il tempo giusto per esserci, condividere senza guidare, accogliere senza invadere.

A volte, basta una presenza accanto. Altre volte, il genitore può entrare nel gioco, quando il bambino glielo permette, e partecipare in punta di piedi, come si entra in una danza già avviata.

Il bambino gioca per dire, per scoprire, per guarire. E quando un adulto sa guardarlo senza fretta, può diventare testimone di un pensiero che nasce, di un mondo che si costruisce, di una storia che comincia.

Lo si dice spesso, ma troppo spesso non lo si ascolta davvero: il gioco non è un passatempo. È un gesto creativo, un laboratorio simbolico, una forma viva di relazione.

Non servono giocattoli costosi né performance: serve tempo, ascolto, uno sguardo che aspetta e, a volte, una mano che segue, con delicatezza.

Guardare un bambino che gioca è forse il modo più profondo per dirgli: ti vedo.
E per lasciarsi, insieme, trasformare.

Ma accompagnare il gioco richiede anche presenza, attenzione, capacità di reggere l’onda che si muove.

In questo processo, l’adulto deve ispirare fiducia. E se a volte la partecipazione dei bambini esonda come un fiume in piena, lui, come un direttore d’orchestra, deve saper ricomporre l’onda d’urto, rimodellarla, suonandola con arte. Perché la rappresentazione può sciogliere anche le tensioni più caotiche, non con la forza, ma con la musica: vibrando e facendo vibrare.

La sua preoccupazione non deve essere quella di raggiungere un risultato immediato, ma di tracciare un percorso di costruzione – passo dopo passo, parola dopo parola, attimo dopo attimo – che segni l’esperienza e possa condurre alla meta.
Un adulto che accompagna il gioco deve essere insieme fermo e mobile: una presenza che sostiene, senza ingabbiare; che ascolta, senza smettere di condurre.

Libri consigliati:

Maiello, S. (a cura di), 2018. Gioco e linguaggio. Milano: FrancoAngeli.
Con contributi di Antonino Ferro, Didier Houzel, Suzanne Maiello, Elena Molinari, Mario Priori, Cathy Urwin.

Winnicott, D.W., 1971. Gioco e realtà. Roma: Armando Editore, 2001.

Francesca De Marino

Psicoterapeuta, Socia ordinaria AIPPI, docente di Teoria Psicoanalitica nella Scuola di Specializzazione AIPPI. Svolge attività clinica a Roma e conduce gruppi di formazione, ricerca e intervento centrati sull’uso psicoanalitico di fiabe, miti e linguaggi simbolici. È autrice di saggi pubblicati su riviste scientifiche specializzate.

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