DIPENDENZE
Dipendenze
Barbara Bandini Lucarini
Quando si parla di dipendenza patologica ci si riferisce ad un particolare coinvolgimento in un’abitudine ripetitiva e persistente che non tiene conto delle conseguenze e che viene mantenuta e intensificata nel tempo. Si tratta di una condizione morbosa, determinata dall’uso distorto di una sostanza, comportamento, oggetto caratterizzata da perdita del controllo e da fenomeni quali: compulsività, assuefazione e astinenza.
Le persone diventano dipendenti da esperienze o da sostanze che possono modificare l’umore e le percezioni e pertanto, la dipendenza, prima ancora di essere una condizione neurobiologica o un problema sociale è innanzitutto un fenomeno individuale che può presentarsi nel corso dello sviluppo psicologico come risposta a specifici fattori evolutivi.
Questi fattori fanno della dipendenza una costellazione di relazioni interpersonali interiorizzate (relazioni oggettuali), angosce e difese la cui dinamica si manifesta in una spinta verso un atteggiamento che ha finalità e motivazioni non sempre chiare, ne alla consapevolezza del soggetto, né alla valutazione del clinico. Il piacere che si ricava da una forma di dipendenza patologica può essere inteso come la ricerca di uno stato di trance autoindotto, un rifugio mentale il cui scopo è di costruirsi una realtà parallela psicosensoriale diversa dalla realtà ordinaria, evidentemente percepita come intollerabile, e che permetta di percepirsi in modo più positivo.
Sebbene le dipendenze dalle droghe e dall’alcool siano quelle maggiormente conosciute, la dipendenza da cibo, sesso, televisione, internet, videogiochi, shopping compulsivo, gioco d’azzardo, lavoro eccessivo, così come la ricerca incessante di esperienze sentimentali e stati di innamoramento, sono anch’esse forme di dipendenza e costituiscono un insieme eterogeneo che nel suo complesso può essere definito “tossicomania oggettuale” (Caretti, La Barbera, 2005). Attualmente la comunità scientifica internazionale si riferisce all’insieme delle condotte dipendenti con il costrutto di addiction comportamentali ed è interessante notare che addiction derivi dal latino addictus: “costretto attraverso il corpo”, che a sua volta fa riferimento ad una condotta attraverso cui un individuo è reso schiavo.
Nell’ambito del dibattito se esista o meno una personalità geneticamente predisposta alla dipendenza, l’ipotesi psicoanalitica attuale è che non esista una personalità dipendente in senso genetico, e che anche le componenti neurobiologiche, relative a questo adattamento disfunzionale alla realtà, vadano ricercate in un incontro difficile con l’ ambiente.
L’essere umano infatti nasce in una condizione di dipendenza che non ha nulla di patologico in sé, e intraprende il suo cammino evolutivo definendosi come persona separata capace di autodeterminarsi e realizzare il proprio potenziale umano e relazionale attraverso il raggiungimento dell’autonomia. Tuttavia nel corso di questo sviluppo molti possono essere i fattori ambientali, culturali e relazionali che influiscono sul determinarsi di uno sviluppo armonioso. Se la madre è in grado di trasmettere al bambino sia il vissuto della propria completa presenza, sia quello di una non completa totalità di questa presenza, sia l’illusione onnipotente che una progressiva disillusione, l’autonomia sarà percepita come una conquista progressiva e non come lesiva di un unità immutabile. Non è quindi patologico dipendere dalla propria madre quando si è bambini, ma è patologico dipendere da lei quando si hanno trent’anni; non è patologico amare qualcuno e voler proteggere la propria relazione, ma è patologico quando questa relazione mette in pericolo la propria vita e quella dei propri figli.
Nelle opere di Freud (1905), la fissazione alla fase orale dello sviluppo libidico è considerata l’origine del fatto che il soggetto dipendente sia incapace di staccarsi da un oggetto d’amore che lo nutre e placa l’angoscia derivata dalla mancata soddisfazione dei bisogni primari. Dalla fissazione orale deriva il carattere coatto della ricerca del piacere e l’incapacità di dilazionare nel tempo la soddisfazione del bisogno pulsionale. Le droghe, l’alcool e le condotte dipendenti permettono fantasie di gratificazione allucinatoria in funzione difensiva contro l’angoscia, allo stesso modo del bambino che succhiando le proprie dita, allucina la gratificazione desiderata dalla madre assente. In questo modo, le sensazioni persecutorie sono negate e si rafforzano i sentimenti di onnipotenza narcisistici.
Gli studi più recenti sottolineano che non esiste uno specifico profilo psicopatologico della dipendenza ma che essa costituisce un sintomo che caratterizza disturbi psichici di vario tipo e rispetto ai quali svolge funzioni diversificate. La domanda che sarebbe opportuno porsi per meglio comprendere questo adattamento disfunzionale alla realtà è: “qual è la funzione psicologica del sintomo- dipendenza?”.
L’origine della condotta dipendente va quindi cercata nella storia personale di ogni individuo tenendo conto dei rapporti che il bambino stabilisce nel corso dello sviluppo con persone e cose dell’ambiente esterno significative sul piano affettivo e alle modalità con cui costruisce nel tempo l’immagine di sé e degli altri. La mancata interiorizzazione di una figura materna rassicurante e disponibile dalla quale attingere fiducia e conforto, lascerà il soggetto più esposto alla fragilità psichica. Di fronte a situazioni frustranti che producono angoscia non sarà possibile utilizzare la rappresentazione interna di una madre che cura e nutre e quindi verrà meno la funzione calmante e consolatoria di questa. Sarà quindi necessario ricorrere ad altre modalità quali la ricerca compulsiva di un oggetto gratificante o la modalità dissociativa con il conseguente rifugio in un mondo dominato dall’onnipotenza in cui il contatto con la realtà verrà sempre più sfumato. Così il cibo, le droghe, il sesso, ecc. sono scoperti come oggetti e comportamenti che possono almeno temporaneamente, alleviare l’angoscia e svolgere una funzione contenitiva che l’individuo non è in grado di fornire a se stesso.
Le dinamiche di dipendenza sono quindi strettamente connesse ai legami interiorizzati durante l’infanzia e ai processi di identificazione che caratterizzano la costruzione dell’identità. È in questa trama relazionale che possono nascere modalità disfunzionali di affrontare il dolore, l’angoscia e la solitudine che in seguito si esprimono attraverso comportamenti dipendenti.
Sembra quindi importante osservare l’aspetto difensivo del comportamento dipendente che si configura come un tentativo di automedicazione al fine di gestire stati affettivi dolorosi che il soggetto non è in grado di elaborare a causa di un’organizzazione psichica fragile e incapace di elaborare simbolicamente i conflitti.
BIBLIOGRAFIA
Caretti, V., La Barbera, D. (2005). Le dipendenze patologiche. Milano: Raffaello Cortina.
Freud, S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale. Torino: Bollati Boringhieri.
Winnicott, D. W. (1965). Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando.
13/07/2025