DIGITALE e ADOLESCENZA

Crescere nel tempo dei social, delle immagini e del tempo reale
in Dizionario AIPPI per Genitori

DIGITALE e ADOLESCENZA

Crescere nel tempo dei social, delle immagini e del tempo reale

Francesca De Marino

Più che soffermarsi sugli usi o sui rischi del digitale, questa voce prova a interrogare come esso stia modificando le condizioni stesse dell’esperienza nell’adolescenza.
Il presente scorre mentre accade, e i ragazzi ci crescono dentro.

Gli adolescenti di oggi abitano un mondo che si trasforma nel momento stesso in cui viene vissuto. Non si tratta soltanto dell’introduzione di nuove tecnologie, ma di una modificazione delle condizioni dell’esperienza. Social, video, gaming, chat, intelligenza artificiale non sono più strumenti esterni, ma ambienti. È lì che si costruiscono identità, si cercano riconoscimenti, si attraversano emozioni. I ragazzi non “usano” il digitale: ci crescono dentro. 

In questo senso, il digitale può essere pensato come un ecosistema psichico complesso, in cui l’esperienza non solo si esprime, ma prende forma, si organizza, talvolta si trasforma, altre si difende. Il soggetto contemporaneo si muove al suo interno oscillando tra possibilità evolutive e rischi di ritiro, dentro configurazioni che intrecciano corpo, legame, immaginario e cultura.

Ciò che molti genitori osservano, la fatica a fermarsi, il bisogno continuo di stimoli, il passaggio rapido da un contenuto all’altro, non riguarda soltanto un comportamento, ma una qualità del tempo. Il digitale introduce un ritmo continuo, senza pausa, che tende a saturare ogni intervallo: lo scorrimento, la notifica, l’aggiornamento incessante.
In questa configurazione, il tempo non è soltanto più veloce: è sempre più spesso organizzato da sistemi che selezionano e propongono contenuti sulla base delle azioni precedenti. Si tratta di un tempo che anticipa, che riduce l’intervallo tra un’esperienza e l’altra, che tende a offrire ciò che è già in qualche modo atteso.
In questa forma, che potremmo chiamare tempo algoritmico, il rischio non è semplicemente l’eccesso di esposizione, ma una riduzione dello spazio necessario a trasformare l’esperienza. Il tempo tende così a organizzarsi in sequenze sempre più continue e coerenti tra loro, lasciando meno spazio all’imprevisto, all’attesa, al vuoto. Ciò che accade può arrivare prima di poter essere pensato.

Si produce così una tensione: da un lato un ambiente che accelera, dall’altro una mente che ha bisogno di tempo per elaborare, simbolizzare, fare proprio ciò che vive. Quando questo scarto si amplia, l’esperienza può restare allo stato di urto, di eccitazione non trasformata, oppure essere evacuata in sequenze che non sedimentano.

Questa trasformazione investe in modo particolare il corpo. L’adolescenza è da sempre il tempo in cui il corpo cambia statuto psichico, ma oggi questa trasformazione avviene sotto uno sguardo amplificato e potenzialmente continuo. Il corpo è insieme vissuto, immaginato ed esposto. Non si tratta soltanto di apparire, ma di esistere in una condizione di visibilità che può diventare permanente. Lo sguardo dell’altro, un tempo intermittente, oggi può essere moltiplicato, registrato, restituito sotto forma di immagini, commenti, metriche.

Questo produce effetti ambivalenti. Da un lato può intensificare i processi di costruzione identitaria, offrendo possibilità di sperimentazione e riconoscimento. Dall’altro può esporre a una vulnerabilità diffusa, in cui il valore di sé tende a essere continuamente rimesso in gioco. Il corpo diventa così luogo di verifica, superficie di iscrizione di un giudizio che non si esaurisce mai del tutto.

In questo scenario, il digitale non può essere assunto semplicemente come causa del disagio. Può costituire uno spazio di gioco, di invenzione, di legame; può offrire linguaggi e forme attraverso cui ciò che non trova parola altrove inizia a prendere forma. Ma può anche diventare un luogo di ripetizione, di evitamento o di irrigidimento, quando l’esperienza non riesce a trasformarsi e resta intrappolata in circuiti che si autoalimentano.

Alcuni segnali diventano allora significativi non in sé, ma per la loro persistenza e per la qualità del funzionamento che esprimono: il ritiro progressivo dal mondo condiviso, l’uso del digitale come unico regolatore emotivo, la dipendenza dallo sguardo dell’altro, la difficoltà a tollerare l’attesa, la noia, il vuoto. Non si tratta di indicatori da leggere in modo lineare, ma di movimenti che, quando si consolidano, segnalano una possibile riduzione dello spazio psichico.

In questi casi, la necessità di aiuto non va intesa come risposta a un malfunzionamento, ma come apertura di uno spazio di pensiero. Quando l’esperienza non trova più trasformazione, quando il campo relazionale si restringe o si irrigidisce, diventa necessario introdurre un terzo, cioè qualcuno che possa stare accanto, capace di restituire tempo e parola a ciò che tende a restare agito o isolato.

Il lavoro degli adulti si colloca precisamente in questo punto. Non si tratta di opporsi al digitale né di regolamentarlo soltanto dall’esterno, ma di costruire condizioni in cui l’esperienza possa essere condivisa, pensata. Questo implica una presenza che non sia solo controllo, ma disponibilità a entrare, almeno in parte, nei linguaggi e nei mondi dei ragazzi, senza perdere la propria funzione di limite e di trasformazione.

Il punto non è sottrarre i ragazzi a questi ambienti, ma aiutarli a non coincidere completamente con essi. A mantenere uno scarto, una possibilità di riflessione, uno spazio in cui ciò che accade possa diventare esperienza.

In questo senso, la questione non riguarda il digitale in sé, ma il rapporto tra esperienza e simbolizzazione, cioè la possibilità che ciò che si vive trovi una forma. Quando il tempo dell’esperienza può organizzarsi e sedimentare, anche ciò che è rapido e frammentato può essere integrato. Quando invece questo passaggio si interrompe, ciò che accade tende a ripetersi senza trasformarsi.

Dove il tempo corre, serve qualcuno che lo tenga, almeno per un momento, tra le mani.

Immagine:

Refik Anadol, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Francesca De Marino

Psicoterapeuta, Socia ordinaria AIPPI, docente di Teoria Psicoanalitica nella Scuola di Specializzazione AIPPI. Svolge attività clinica a Roma e conduce gruppi di formazione, ricerca e intervento centrati sull’uso psicoanalitico di fiabe, miti e linguaggi simbolici. È autrice di saggi pubblicati su riviste scientifiche specializzate.

Allegati

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