COMUNITÀ TERAPEUTICA

in Dizionario AIPPI per Genitori

Comunità Terapeutica

Roberto Quintiliani

 

Gli studi degli ultimi 40 anni hanno messo in luce quanto sia importante per l’intervento una terapia integrata che tenga conto non solo degli aspetti prettamente sanitari, ma anche di una presa in carico del paziente nella sua crescita attraverso la quotidianità.

Da questa consapevolezza scientifica e operativa e` nata la legge n. 180/78, seguita dalla legge di riforma sanitaria n. 833/78 e da una serie di normative e regolamentazioni regionali che hanno sancito il definitivo superamento della struttura manicomiale e l’instaurazione di strutture territoriali diversificate tra cui le Comunità Terapeutiche.

Il contesto storico in cui si e` sviluppato il percorso estremamente complesso dagli anni settanta ad oggi, ha visto la transizione da una cultura “manicomiale” della segregazione ad una cultura delle Comunità Terapeutiche che promuove la cura, la riabilitazione, il reinserimento sociale e il tentativo di recupero delle risorse del soggetto finalizzato a una migliore qualità di vita.

La possibilità di prendersi cura di persone affette da disturbi mentali gravi in ambiti e ambienti alternativi all’ospedale psichiatrico, a seguito dell’approvazione della legge 180, ha permesso lo sviluppo negli anni ’80 delle Comunità Terapeutiche.

Questo metodo di cura trae le sue origini da quel movimento di rinnovamento della cultura sociale del dopoguerra, che vede lo sviluppo teorico-clinico della psicoanalisi di gruppo di Bion, la nascita della Gruppoanalisi e delle Comunità Terapeutiche inglesi con pionieri quali Bion, Foulkes, Main e Jones, il modello psicodinamico francese di Racamier e Sassolas, le esperienze della Menninger Clinic e dell’Austin Riggs Hospital negli Usa.

I principi fondamentali presenti nelle CT inglesi sono rappresentati da: comunalismo, democraticità, tolleranza e confronto con la realtà nonché dalla cosiddetta “cultura dell’indagine” (Main 1983), intesa come quell’’attitudine e disponibilità all’auto-osservazione e riflessione attenta su ciò che accade. A questi principi fondativi attualmente il network di Community of Communities in Inghilterra ne ha aggiunto altri quali l’attaccamento, il contenimento, il rispetto, la comunicazione, l’interdipendenza, la relazione, la partecipazione, l’integrazione tra esperienze positive e negative e la responsabilizzazione.

Molti di questi valori sono assunti nel metodo e nella pratica delle Comunità Terapeutiche che si sono sviluppate in Italia declinando alcuni capisaldi storici in un modello specifico. Le CT che hanno resistito sino a oggi conservando l’obiettivo della cura della malattia mentale piuttosto che solo l’assistenza, sono quelle che hanno saputo mantenere una struttura di base originaria psicodinamica e che hanno lavorato e continuano ad operare per la formazione delle loro equipe

Cos’è una Comunità Terapeutica?

La Comunità Terapeutica è una tipologia di presidio sanitario residenziale alternativo al ricovero ospedaliero, rivolta a persone che hanno un disagio psicologico importante. Si tratta di strutture che non devono essere confuse con le comunità per il recupero dei tossicodipendenti o per gli interventi riabilitativi di persone con handicap fisico.

La terapia di comunità si colloca in uno spazio intermedio tra l'istituzione ospedaliera e quella familiare e si basa sull’erogazione di prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione. Si rivolge in particolare a quei ragazzi che hanno avuto nel corso della loro vita dei blocchi evolutivi in seguito ai quali la vita scolastica, lavorativa e familiare è diventata particolarmente problematica.

Vi accedono quindi persone per le quali i Servizi Territoriali richiedono un programma di cura e di riabilitazione finalizzato al cambiamento e che siano in grado di gestire il quotidiano.

Per quanto possibile, le tipologie di intervento sono raggruppate per programmi affini a cui accedono persone distinte per previsione di esito, per fasce di età e per complessità della problematica personale. Esistono comunità per adolescenti, per adulti, specializzate per disturbi alimentari, per doppie diagnosi in cui la componente psichiatrica è affiancata da quella della dipendenza da sostanze.

Cosa prevede il programma terapeutico di queste strutture?

I programmi terapeutici delle comunità sono articolati e modulati sui bisogni delle persone che ne usufruiscono secondo progetti individualizzati stabiliti dagli utenti, i loro famigliari, l’équipe della comunità e il Servizio inviante.

Tutti i programmi sono autogestiti dagli operatori addetti all'assistenza terapeutica alla persona, unitamente ai loro affidati in cura: gestione della casa, degli spazi personali, della persona, ecc. Queste attività, distribuite nell'arco della giornata, occupano una parte del tempo a disposizione. Parte del tempo è dedicata alle attività terapeutiche ad orientamento psicoterapico, individuali e di gruppo. Una terza parte è dedicata alle attività artistiche/creative e ludico-sportive. I tempi di relax e di riposo completano la giornata. I tempi morti, non significativi, a differenza di quanto avviene negli ospedali e nelle cliniche psichiatriche, sono occasionali e marginali.

Gli interventi terapeutici si misurano nella loro qualità intrinseca e nella possibilità della loro integrazione con tutti gli aspetti della vita comunitaria e costituiscono un insieme di azioni terapeutiche significative legate tra loro dalla presenza continua di osservatori che ne colgono il significato profondo e lo riportano all’elaborazione e all’integrazione nei momenti di confronto collettivo, operativo e dinamico. Viene data particolare attenzione alla relazione e alle interazioni sia degli ospiti tra di loro che con gli operatori.

Questi ultimi hanno una formazione specifica altamente qualificata che permette loro di contribuire a rendere terapeutico il quotidiano della comunità.

Si possono riprendere studi o lavoro durante la permanenza in Comunità?

I programmi delle comunità terapeutiche tendono alla riacquisizione delle capacità non aggredite dalla malattia. In questa ottica, spesso si avviano o si riavviano programmi di studio o di piccola professionalizzazione; con l’aiuto degli operatori spesso è possibile riavvicinarsi al mondo del lavoro o riprendere gli studi là dove erano stati interrotti o si possono frequentare corsi che possono permettere di entrare nel mondo del lavoro.

Quanto tempo vi si deve trascorrere?

I tempi della cura in comunità sono direttamente proporzionali ai tempi della sofferenza psichica precedente all’ingresso. Più profonde sono le ferite inferte dall’inefficacia delle cure nel periodo precedente l'ingresso in comunità, più difficile sarà recuperare l'invalidità che il periodo di sofferenza ha causato. La sofferenza psichica presa agli esordi ha un esito favorevole e la Comunità Terapeutica dovrebbe essere una prima scelta e non l’ultima spiaggia come purtroppo spesso accade. Il disagio psicologico grave, se si cronicizza, consente spesso solo recuperi parziali: in questo caso non si può fare altro che lavorare per stabilizzare la situazione ed evitare esiti degenerativi ancora più invalidanti.

Generalmente i tempi di cura nella Comunità Terapeutica sono nell’ordine di due o più anni e dipendono sia dalle normative regionali che ne fissano il limite massimo, sia dagli obiettivi che assistito ed équipe terapeutica si pongono.

Una volta concluso il percorso terapeutico cosa accade?

Se la terapia fa il suo corso, ciò che ci si deve aspettare è quanto previsto nel progetto terapeutico, ossia: il recupero, più o meno completo degli esiti negativi invalidanti e la risoluzione o comunque l’attenuazione del dolore psichico; il contenimento di eventuali esiti degenerativi invalidanti; il rientro in famiglia; il rientro sul territorio; il rientro protetto in strutture residenziali tipo casa famiglia o gruppo appartamento qualora ci sia bisogno di continuare il programma terapeutico nell’ambito di una gradualità dei tempi di reinserimento in una vita autonoma e indipendente.  Avere chiaro il possibile obiettivo su cui mirare permette di rendere più efficace il processo di cura ed evita illusioni e possibili dolorose disillusioni.

Per questo motivo il primo contatto e i colloqui clinici di valutazione che preludono all'ingresso sono di fondamentale importanza.

Come fare per entrare in una Comunità Terapeutica?

Bisogna innanzi tutto precisare che in Italia il diritto alla cura è sancito dalla Costituzione. Il diritto alla cura, perché sia reale, comporta il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura. In psichiatria il diritto alla libera scelta del luogo di cura è stato confermato da varie leggi, ma purtroppo non sempre questo viene rispettato.

In particolare è importante sapere che nelle comunità terapeutiche gli inserimenti avvengono con il consenso dell’assistito e con il parere favorevole dell’equipe del Servizio di Salute Mentale competente per territorio. Coloro che desiderano essere curati in comunità devono operare affinché il Servizio, attraverso il referente psichiatrico curante, sia convinto dell'utilità della cura in ambiente comunitario e provveda di conseguenza per l'inserimento.

Le rette sono stabilite dalla Regione di appartenenza e sono a loro carico.

Infine, per le situazioni di urgenza, è utile sapere che la Legge di riforma psichiatrica vieta i Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO) nei Servizi e presidi sanitari extraospedalieri come le comunità terapeutiche. I ricoveri di urgenza disposti dalle Autorità sanitarie, devono avvenire nei Servizi Psichiatrici Ospedalieri.

Nelle comunità terapeutiche non si fanno ricoveri ma inserimenti volontari. Le equipe del Servizio inviante e quelle delle comunità operano in sintonia e in appoggio alla famiglia e al paziente, per spiegare e far comprendere la necessità ma anche l'utilità di una separazione temporanea laddove questa risulti particolarmente difficile.

Roberto Quintiliani

Psicologo e psicoterapeuta, Didatta AIPPI, Presidente delle Comunità Terapeutiche psichiatriche Reverie.

COMUNITÀ TERAPEUTICA
Dal 06/07/2025
Modulo di iscrizione

06/07/2025

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