Bullismo e Cyberbullismo
Bullismo e Cyberbullismo
Lorenzo Iannotta
Le tante sfaccettature del bullismo
Il termine bullismo è la traduzione italiana dell'inglese “bullying": i comportamenti di chi ripetutamente fa azioni o dice cose per avere potere su un'altra persona, dominarla, umiliarla. Il termine originario "bullying" include sia i comportamenti del "persecutore" che quelli della “vittima", cioè si riferisce alla relazione nel suo insieme. È da considerare bullismo anche l’esclusione duratura da un gruppo.
Il cyberbullismo si realizza attraverso smartphone, tablet e computer.
Il bullismo è un fenomeno complesso che affonda le sue radici in un profondo disagio esistenziale che può manifestarsi nell’età evolutiva e che è in relazione al contesto sociale, emotivo e affettivo in cui si vive. Eventi di vita difficile e dolorosa, contesti violenti o eccessivamente permissivi incidono su questi comportamenti.
Importante distinguere i normali conflitti fra coetanei che, a differenza del bullismo, non si ripetono con la stessa frequenza deliberata, non implicano l’intenzione premeditata di far soffrire l’altro, anzi c’è il desiderio di chiarire o anche riappacificarsi.
Il bullismo può configurare reati penali e civili (minacce, percosse, diffamazione o violenza privata) e le conseguenze per chi lo commette possono essere sia penali (reclusione o pecuniaria) sia civili (risarcimento danni).
A che età inizia e quanto è diffuso il bullismo
Purtroppo sono diffusi già nella scuola elementare episodi in cui un bambino più prepotente o più grande o più bambini in gruppo minacciano o intimoriscono un altro bambino, tanto più se lo ritengono più debole o in difficoltà.
Da un’indagine ISTAT del 2023 circa 7 ragazzi su 10 tra 11 e 19 anni dichiara di aver subito, nei 12 mesi precedenti, un qualche episodio offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione, talvolta nelle interazioni online. Ad avere subito questi atti più volte al mese sono circa 2 ragazzi su 10 e circa 1 su 10 almeno una volta a settimana. La cadenza più che mensile degli eventi vessatori subiti si riscontra soprattutto tra i giovanissimi, poco più di 2 ragazzi su 10 hanno tra 11 e13 anni.
Da dove ha origine il bullismo? E cosa provoca?
Chi attua il bullismo con comportamenti persecutori non esprime forza di carattere, ma una fragilità e problematicità profonda. Difficoltà nella regolazione degli impulsi, emozioni profonde - angosce di esclusione o abbandono, vissuti di svalutazione, paura della propria vulnerabilità - che non riescono a essere messe in parole e affrontate inducono a utilizzare azioni che diventano un linguaggio sostitutivo che nega la realtà dolorosa delle proprie angosce. Molte volte quanto più aspetti personali sono vissuti come indesiderabili in se stessi e perciò sono rifiutati, più si avverte a livello inconsapevole la necessità di “trasferirli” e poi “attaccarli” nell’altro, anziché farsene carico direttamente.
Chi subisce atti di bullismo va incontro al crollo della fiducia nell’altro, a vissuti di intrusione e invasione, alla vergogna profonda e alla confusione fra colpa reale e fantasmatica. Vissuti che spesso hanno un peso sul modo in cui la vittima potrà parlare dell’esperienza, o non parlarne affatto.
Più forti in gruppo
Gli episodi di bullismo si consumano il più delle volte in gruppo.
Durante l’adolescenza c’è una fase in cui il gruppo dei coetanei diventa il principale punto di riferimento. È un passaggio necessario che permette all’adolescente di avviarsi verso l’indipendenza propria dell’età adulta e di trasformare i propri legami all’interno della famiglia con modalità diverse da quelle dell’infanzia. Il gruppo dei coetanei fornisce quindi ai ragazzi la possibilità di sentire colmato il vuoto lasciato dai legami infantili interni alla famiglia, di condividere conflitti e ansie proprie dell’età, di sperimentare un forte sentimento di appartenenza e di potere o, anche, di onnipotenza.
I ragazzi che avvertono consistente disagio, disorientamento, incertezza, possono isolarsi oppure utilizzare il gruppo per negare - piuttosto che affrontare - la solitudine, l’ansia, la sensazione di malessere, talvolta l’angoscia, la frustrazione, o la “paura” della complessità del mondo che li circonda. Il gruppo diventa l’arma per vivere e affrontare il mondo a testa alta e quando il gruppo si sente minacciato dall’esterno, per esempio dal biasimo degli adulti o dalla rivalità con altro gruppo, subentra il patto difensivo delle bande che segue la legge: “Tutti per uno e uno per tutti”.
Quando il gruppo diventa “banda”
Ognuno di noi si definisce quotidianamente attraverso l’appartenenza a diversi gruppi: la scuola, la specifica classe scolastica, il quartiere, il lavoro. Il gruppo accoglie i bisogni individuali e dà spazio all’espressione della propria personalità. In quest’ottica, dunque, sono i legami emotivi la base della costituzione di un gruppo. Esistono gruppi spontanei e che hanno una durata limitata e gruppi con una struttura stabile e organizzata. Ad un livello maturo ed esplicito il gruppo funziona sulla base della cooperazione dei suoi membri; tuttavia, anche in questo caso, bisogna considerare che nel gruppo sono attive forze emotive potenti che possono indurre un membro, o anche l’intero gruppo, ad agire con modalità impulsive. Il gruppo, infatti, tende ad incrementare le tendenze individuali, per cui può determinarsi una situazione di scarso controllo degli impulsi aggressivi e sessuali che spinge a realizzare pensieri e fantasie senza riflessione, senza elaborazione mentale.
La banda, per sua natura e definizione, è un tipo particolare di gruppo: piccola o grande che sia, si costituisce attraverso un patto “offensivo” di alleanza tra i membri contro l’esterno. Prevalgono impulsività e idealizzazione della violenza e del sopruso. Essa fonda i suoi legami interni sull’idea di dover contrastare ed eliminare “l’altro”, visto come un intralcio: la debolezza, la passività, la fragilità non vengono tollerate perché sono percepite come minaccia alla propria identità personale e per questo “devono” essere combattute con ogni mezzo.
Anche all’interno di gruppi funzionanti si possono creare affiliazioni in bande: è il caso ad esempio degli ultrà o di gruppuscoli di studenti coalizzati contro un compagno disabile.
Adolescente violento uguale adulto violento?
Non necessariamente quello che succede nell’età evolutiva ha una continuità nell’età adulta. È vero che la violenza genera violenza e che le esperienze vissute durante l’infanzia e l’adolescenza segnano la nostra vita e ci inducono, anche inconsapevolmente, a comportarci secondo modelli determinati dal passato. È vero anche che le vittime di violenze possono diventare loro stessi violenti o, al contrario, vivere costantemente nel ruolo di vittime. Non va però dimenticato che l’aggressività in adolescenza ha un carattere – per così dire – “fisiologico”, funzionale al passaggio dall’identità infantile a quella adulta. Singoli episodi di aggressività in adolescenza possono essere superati e integrati nell’età adulta a patto che si riesca a spezzare la spirale costrittiva di comportamenti che diventano violenza.
Cosa possono fare genitori, docenti, educatori
Bisogna distinguere le situazioni episodiche di conflitto transitorio tra coetanei, in cui manca l’intenzione di far soffrire ed emerge la volontà di riappacificarsi, dalle situazioni in cui si delinea il quadro del bullismo. Nel primo caso è meglio che l’adulto segua a distanza e lasci che i bambini affrontino da soli la situazione. Nel secondo caso c’è un individuo o un gruppo con scarso controllo degli impulsi che usa la propria posizione dominante per sopraffare - con l’intimidazione, la minaccia o atti violenti - l’altro, che a sua volta sperimenta angoscia, rabbia, impotenza e vergogna per i soprusi subiti, dunque un vissuto traumatico. In questa situazione l’adulto deve intervenire il prima possibile facendo uso delle proprie capacità genitoriali e adulte. È necessario riuscire ad individuare il disagio che ha generato il bullismo, sia in chi lo ha perpetrato sia in chi lo ha subito, anche se può non essere facile, perché generalmente questi atti vengono mascherati.
Chiedersi il motivo per cui è venuta meno l’empatia e si è imposta l’idea che è possibile abusare del proprio potere, intimidire e usare violenza. O anche chiedersi come permettere a chi ha subito violenza di riuscire a parlare. Sopratutto vale la pena non minimizzare o negare il peso specifico che questi avvenimenti hanno sulla vita di chi li attua e di chi li subisce, l’adulto che fa finta di niente e sminuisce alimenta la dimensione traumatica dei vissuti conseguenti al bullismo. Questo è il motivo per cui sono utili i molti progetti e laboratori che nella scuola affrontano queste complesse tematiche che possono ostacolare la crescita.
09/12/2025