ADOLESCENZA e ADOZIONE. Un tempo per ripensare i legami
Adolescenza e adozione.
Un tempo per ripensare i legami
Floriana Vecchione
La piccola Fortunella, divenuta grande, si trova di fronte ad un compito difficile: deve imparare a conoscersi e accettare di non essere un gatto se vuole volare… se vuole cioè diventare una Gabbiana. (Sepùlveda, 1996)
Questo breve riferimento al libro di Sepulveda “La gabbianella e il gatto che le insegnò a volare”, può essere utilizzato come uno spunto di riflessione per comprendere quel delicato periodo evolutivo che è l’adolescenza e in particolare l’adolescenza per un figlio adottato e per i genitori adottivi. È corretto riferire il termine adolescenza ai cambiamenti fisici e psichici che investono, un po’ senza preavviso, i fanciulli alle soglie della pubertà, ma sarebbe riduttivo non considerare che i cambiamenti che avvengono nell’adolescente minano gli assetti relazionali familiari e costringono i genitori ad essere osservatori partecipanti della turbolenza in atto.
Il termine Adolescenza venne usato per la prima volta dallo psicologo statunitense G. Stanley Hall nel 1904 per indicare una particolare fase di transizione della vita dell’individuo dall’età infantile a quella adulta. Nella storia della psicoanalisi l’Adolescenza, già prima di Freud, era stata oggetto di attenzione e studio solo perché segnava l’inizio della vita sessuale dell’individuo. Tuttavia, come sottolineava anche Anna Freud, la complessità del processo e l’inadeguatezza della tecnica classica al trattamento degli adolescenti, non aveva permesso alla psicoanalisi di comprendere il funzionamento ed i meccanismi caratterizzanti questa fase di sviluppo, fino agli anni ’50-’60. È Winnicott, nello sviluppo della psicoanalisi inglese, a dare un contributo importante all’approfondimento ed alla comprensione delle manifestazioni comportamentali caratteristiche degli adolescenti, descrivendo questo periodo come la “bonaccia adolescenziale, ovvero quello stato simile al mare calmo, in cui il ragazzo è in una condizione di sospensione e di rifiuto in attesa di trovare la propria identità. (Winnicott, 1961).
La nascita e lo sviluppo di un individuo quale soggetto con la sua specificità e unicità, procede attraverso un processo continuo e costante di integrazione di esperienze senso-percettive e relazionali, di emozioni, di apprendimenti precedenti con quelli successivi; una costruzione che ha origine fin dalle primissime e originarie esperienze prenatali e che trova nella continuità relazionale con la madre e nella sua capacità di accogliere e provare a dare un significato agli stati affettivi ed emotivi del neonato, il suo ambiente di sviluppo potenziale. È attraverso queste esperienze relazionali che il bambino comincia a tessere la sua rete di legami, a mettere ordine nel caos delle sue sensazioni, percezioni e affetti sperimentando contemporaneamente anche la reazione dell’adulto e degli adulti con i quale ha cominciato a costruire dei legami. Cosa accade in adolescenza quando questa possibilità/funzione primaria è compromessa? Quando i legami originari sono danneggiati e precocemente interrotti come nei bambini adottabili?
In adolescenza, sotto la spinta dei cambiamenti puberali le esperienze affettive e relazionali primarie tornano a farsi vive, riemergono e l’adolescente si trova a dover riorganizzare un nuovo equilibrio fisico e psichico, a dover mettere insieme il passato infantile con una nuova configurazione, a lui ancora poco conosciuta, che lo catapulta nel mondo degli adulti. Non si tratta soltanto di imparare a conoscere il proprio corpo che si trasforma, e gestire le emozioni dirompenti, ma di rompere e ricostruire quei legami importanti che, attraverso le identificazioni con le persone significative incontrate durante la crescita, hanno contribuito a costruire il sé e la propria personalità. Per tali motivo l’adolescenza del figlio adottato si presenta come più complessa e mette spesso a rischio la fragile struttura familiare: le parti di sé da ri-formare e ri-costruire contengono le ferite antiche, i traumi, i vecchi e più recenti adattamenti a nuovi contesti familiari, le tante e diverse esperienze di separazione, le tante domande cui non è mai stata data risposta, “perché mi hanno abbandonato, perché non posso vivere con i miei genitori, cosa è accaduto?… Chi sono?”
A volte una semplice domanda “quando sono nata? È proprio la mia data di nascita vera?”, come quella che Mina rivolge ai suoi genitori adottivi nel film “Il fragile legame” (2019) a segnare l’inizio di un processo di conoscenza di sé e delle relazioni familiari che richiede un atto di rottura, una cesura dolorosa e concreta come può essere la nascita di un bambino, per potersi avviare. La carica aggressiva, a volte molto intensa, dei comportamenti dell’adolescente adottato, spinto dalla necessità (che passa spesso attraverso azioni concrete) di mettere alla prova il legame con i genitori naturali e adottivi, “accettare di non essere un gatto” diceva Sepulveda, (ma nemmeno la Gabbianella che l’ha lasciata) e, dalla paura di perdere anche questi genitori, incontra la delusione dei genitori adottivi. Il figlio non più riconoscibile, diventa quell’estraneo con il quale i genitori devono fare i conti, un estraneo familiare, perturbante, che fa emergere fantasie persecutorie e preoccupanti sulle sue origini: “non è più il bambino conosciuto, allora chi è? Da dove viene?”. Non solo, le azioni distruttive del figlio attaccano la fantasia salvifica che sostiene spesso il progetto adottivo confrontando le coppie con la dolorosa consapevolezza della propria impotenza di fronte al dolore, spesso impensabile e indicibile, che il ragazzo fa sentire loro con i propri comportamenti incomprensibili. Sono le madri adottive ad incontrare maggiori difficoltà in questo periodo rispetto ai padri. Ci siamo chiesti perché. Forse il padre, biologico o adottante, è sempre un padre adottivo, è per sua natura predisposto ad una gestazione solo mentale, ad accogliere e riconoscere un figlio come proprio, senza passare per quel legame corporeo che facilita nelle madri il riconoscimento del neonato come estraneo ma appartenente a sé. Come i figli adolescenti, anche le madri adottive devono operare una trasformazione profonda, imparare a non essere madri per scoprire la maternità adottiva. I cambiamenti, diceva un noto psicoanalista di nome Bion, sono sempre “catastrofici”, dove il termine catastrofico va riferito alla sua etimologia greca di sovvertimento e sconvolgimento dell’ordine delle cose, punto di partenza per un’evoluzione.
Possiamo allora chiederci se il disordine che l’adolescenza porta nelle famiglie adottive non possa essere considerato come una possibilità, il tempo/spazio della nascita del figlio adottivo, una cesura dolorosa, faticosa, rischiosa, dove le angosce di morte prevalgono e viene meno la fiducia nelle proprie capacità e nelle sicurezze costruite. Un periodo nella lenta costruzione della famiglia adottiva che può diventare una opportunità, il Kairos dicevano i greci, dove è ancora possibile dare vita a nuovi legami tra genitori adottivi e figli, radici in cui ritrovare e mettere insieme le origini della storia adottiva e le tracce della storia biologica.
Bibliografia
Bion, W. R. (1965). Trasformazioni. Il passaggio dall'apprendimento alla crescita (Trad. it.). Roma: Armando, 1973.
Sepúlveda, L. (1996). Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. Milano: Salani.
Winnicott, D. W. (1961). Adolescenza: il dibattersi della bonaccia. In La famiglia e lo sviluppo dell’individuo (Trad. it.). Roma: Armando, 1968.
Filmografia sul tema
- A testa alta(2015), Emmanuelle Bercot
- Dustbin Baby(2008), Juliet May
- La guerra di Mario(2005), Antonio Capuano
- La mia casa è la tua(film – documentario), Emmanuel Exitu
- Segreti e bugie, di Mike Leigh, Gb/Francia, 1996
- La gabbianella e il gatto(1998, Animazione), Enzo Dalò
- Un fragile legame (2019), Adeline Darraux
13/07/2025