Sono piccolo, lo so, ma ho tanti pensieri che non mi fanno dormire bene. Di M. Santarone

 

 

Sono piccolo, lo so, ma ho tanti pensieri che non mi fanno dormire bene.

Mi chiamo Piero, ho quasi quattro anni.

 

Di Mariadele Santarone

 

L’anno scorso ho iniziato la scuola materna. All’inizio mi pareva tutto brutto, salutare la mamma mi faceva sempre piangere. Dove mi lascia? Chi è questa signora che mi parla e mi vuole tenere qui? Ho tanta paura e il cuoricino mi batte forte, gli altri bambini mi guardano. Mi fanno un po’ paura anche loro. Tranne una piccolina, magra, ha i capelli morbidi e me li lascia toccare come faccio sempre con quelli della mamma. La signora si chiama Chiara, è la mia maestra, ha una voce gentile e a poco a poco mi calmo. Mi danno da mangiare delle cose strane, non sono sicuro che mi piacciano. Il tempo passa e dopo mangiato alzo lo sguardo e vedo la mia mamma alla porta, è venuta a prendermi, sorride, sono felice, con lei sarà un bel pomeriggio.

A poco a poco i giorni passano e inizio ad avere voglia di venire qui. Mi sono fatto degli amici, giochiamo insieme ai Power Rangers, e a tante altre cose, mi sento un guerriero quando sono con loro. Chiara ci aiuta a giocare insieme e quando sono triste se ne accorge e mi sta vicino. Ora so che la mamma o la nonna o il papà verranno a prendermi dopo la merenda. Ne sono sicuro, non mi hanno mai lasciato ad aspettare troppo. Quando viene il papà mi fermo al parchetto a giocare con lui.

La mattina quando mi alzo penso già alla faccia di Giacomo che mi accoglie in atrio, arriva prima di me e non vede l’ora che giochiamo insieme, penso a come costruiremo la nostra tana, forse potremmo invitare anche Aldo, fare la nostra banda in quell’angolo con le stoffe.

La mamma al mattino dice che devo smetterla di sognare e “darmi una mossa”, bere il latte con la tortina. Stiamo facendo tardi e lei deve andare al lavoro; devo fare un sacco di cose alla mattina, mettermi le calze è la più complicata, sbaglio sempre e devo ricominciare da capo. Quando la mamma ha proprio fretta, fa quasi tutto lei per me, ma io preferisco fare da solo, mi sento grande e mi pare che saprò stare da solo anche quando devo per forza, per esempio a scuola. Il sabato e la domenica cambia tutto, posso andare nel lettone e stare in pigiama fino a tardi. Ma poi facciamo un sacco di cose: i nonni ci aspettano. Andiamo a fare passeggiate, per me è bellissimo, ci sono papà e mamma e spesso anche i nostri amici: i grandi parlano tra loro e noi possiamo scorazzare come ci va.

Ma l’altro giorno ho iniziato a sentire che papà e mamma parlavano fitto, fitto. Guardavano la TV in continuazione e poi mi hanno detto che lunedì non sarei andato a scuola, le scuole avevano chiuso, tutti erano a casa. Quando vedo mamma con le sopracciglia alzate e la faccia preoccupata mi metto in allerta, mi viene paura. Ho sentito parlare di qualcosa, una parola aveva a che fare coi re, quello che portano sulla testa, quando sono sul trono e comandano … ma poi ho capito che era qualcosa di cattivo e invisibile che ci faceva ammalare e noi facevamo ammalare i nonni. Qualcosa di invisibile e che può uccidere: il coronavirus, che parolona. Coronavirus, coronavirus, coronavirus, … BASTA, non voglio più sentirla questa parola, mi fa venire i brividi.

Non potevo più uscire, nessuno poteva più uscire di casa neanche mamma e papà. All’inizio ero un po’ felice, non è così facile salutare la mamma alla mattina e stare senza di lei quasi tutto il giorno. Pensavo che avremmo potuto fare tanti giochi insieme. Mi sbagliavo. Mamma e Papà in due stanze diverse sempre davanti al computer. La mamma mi rispondeva distratta, non sentiva davvero quello che le chiedevo, mi diceva che sono un po’ grande e posso giocare da solo.

A poco a poco ho pensato che dovevo trovare una soluzione e combattere quel “Corona.. qualcosa”, perché di notte diventava sempre più grande e mi spaventava … voleva impadronirsi di me. Non potevo dirlo a nessuno, era un segreto tra me e me, ma ho pensato: se smetto di mangiare, se lascio “fuori” tutto, non può impadronirsi di me, se tutti portano quel bavaglio davanti alla bocca per non farlo entrare, per salvarsi bisogna non fare entrare nulla altrimenti …. è lui che mangia me da dentro e poi anche i nonni.

Così ho deciso di non mangiare più …. bere poco, poco …. Ho pensato anche: forse stare lontano dalla mamma, andare all’asilo, essere un guerriero coi miei amici era davvero pericoloso come credevo all’inizio, tutti lo dicono la soluzione è stare chiusi in casa.

Che paura!!! 

Anche mamma e papà hanno iniziato a preoccuparsi. La mamma e il papà li ho sempre visti sicuri, ma ora anche se cercano di sorridermi, li vedo in ansia.

Ma poi un giorno mi hanno detto che potevamo uscire e andare a trovare i nonni. La mamma ha combinato con la mamma di Giacomo per farci giocare insieme ai giardinetti. Ogni tanto mi faceva stare con il papà e si chiudeva a telefonare alla “porticina” (ndr “Lo sportello”) e la vedevo molto più contenta quando aveva finito. Se la mamma è sorridente, mi pare non ci sia più nulla di brutto nel mondo.

Mi ha anche detto che il mio asilo riapriva per l’estate e potevo tornare a giocare con Giacomo e Aldo qualche ora al giorno. 

A poco a poco mi sono sentito più tranquillo, quel brutto invisibile era diventato molto più piccolo e se ne occupavano i grandi, non dovevo preoccuparmi io, ci pensavano i miei genitori e tutti i dottori che ne sanno molto più di me. 

Ho ricominciato a mangiare tutte le cose buone che mi cucina la mamma, che è una vera cuoca e non vedo l’ora di giocare ancora al guerriero.

 

(Il racconto, pur di fantasia, ha preso ispirazione dall’esperienza di Ascolto degli Sportelli psicologici per genitori in tempo di Covid-19)

30/05/2020

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