QUALI PAROLE PER LA GUERRA - PARTE II

in Dialoghi con i genitori

 

QUALI PAROLE PER LA GUERRA

di Emanuela Abballe e Livia Aisemberg

 

  

Come parlare della guerra con gli adolescenti?

A differenza dei bambini, gli adolescenti hanno un’idea chiara di cosa significhi la guerra, anche perché, nel corso degli anni scolastici, sono già venuti a conoscenza della storia passata. Possiedono, tra l’altro, numerosi strumenti attraverso cui informarsi e formare un’opinione propria: la televisione, il cellulare, i tablet, i giornali, il confronto con i coetanei e non ultima la scuola. Tutto ciò li aiuta anche a geolocalizzare l’evento guerra e quindi a ridimensionarne il portato angoscioso, ma soprattutto a creare una prima distanza, se non altro fisica e geografica.

Con loro, quindi, non si tratta di pensare a come “come poter presentare loro” ciò che accade, quanto di collocarsi in una posizione di ascolto, consentendo loro di poter depositare dubbi e questioni aperte. L’adolescenza è già, di per sé, una fase di grande conflitto interno, segnata dalla complessità di proiettarsi in un futuro molto incerto, non tanto per le criticità concrete della vita (studio, lavoro), quanto per le difficoltà nel costruire la propria identità, nel trovare il proprio posto nel mondo.

Risulta, dunque, ancora più importante creare uno spazio di pensiero, in cui l’adulto non imponga la propria idea, non fornisca risposte e posizioni definitivamente schierate, bensì si collochi, esso stesso, in un’ottica di confronto aperto. Accogliendo dubbi e idee anche opposte alle proprie; aprendo alla possibilità di meravigliarsi per l’interesse, il coinvolgimento e la competenza dei ragazzi.

 

Gino Strada, fondatore di Emergency, ha più volte ribadito la necessità di fare “uno sforzo collettivo” per immaginare un mondo senza guerra. Si tratta di un’idea forte, trainante, carica di speranza, alla quale vorrebbero tutti aggrapparsi, malgrado un esame critico rivolto alla storia del genere umano non possa fare a meno di constatare come la guerra, pur con cause e motivazioni differenti, sia sempre esistita, in ogni epoca e luogo.

Non è forse, allora, la guerra espressione, seppure estrema e terribile, dell’essere umano stesso?

Questa tesi emerge già dal famoso carteggio tra Einstein e Freud “Perché la guerra?”. Freud infatti, riprendendo la considerazione di Einstein circa la tendenza naturale alla violenza, esponeva la propria teoria delle pulsioni, secondo cui nell’uomo sono presenti la pulsione di vita (Eros) e quella di morte (Thanatos); l’attività di quest’ultima induce al piacere per l’aggredire e il distruggere. Per Freud la distruttività è, quindi, parte inevitabile della natura umana e, in quanto tale, non può essere eliminata; occorre semmai individuare le condizioni perché non trovi espressione nella guerra, deviarla altrove.

Al contempo la gestione della violenza è costitutiva della società umana e viene via via delegata alla famiglia, al gruppo sociale, allo stato.

In questo senso, il pensare alla guerra può aiutare i ragazzi a comprendere cosa rappresenti la violenza, come possa nascere dai piccoli comportamenti quotidiani di intolleranza e prepotenza verso i più deboli. La non accoglienza, il non rispetto, può facilmente trasformarsi in ostilità; è dunque importante trasmettere l’accoglienza della diversità, rispettare l’altro, trasmettere e fornire strumenti per imparare a mediare e gestire i conflitti. Avvicinare i ragazzi a vivere “l’altro” non come colui che “toglie”, ma come “arricchimento”.

19/03/2022

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