Perché il mio bambino dice sempre di no? di Bianca Micanzi Ravagli (25.12.2013)

in Dialoghi con i genitori

Perché il mio bambino dice sempre no?
di Bianca Micanzi Ravagli

1) Il mio bambino non fa che dire di no ed è difficile fargli cambiare idea. Che fare?

Come spesso avviene, la risposta più giusta è: “Dipende”. Dipende infatti da un gran numero di circostanze: prima di tutto dall’età. Il“no” nei bambini piccoli caratterizza un periodo affascinante anche se tumultuoso della loro crescita. Sono i mesi che seguono il primo compleanno, mesi nei quali il bambino impara a camminare e si sposta sempre più velocemente verso le mille cose che lo attraggono. Molti “no” in questo periodo sono i genitori a dirli. Sono giorni e mesi pieni di esclamazioni: “No, No!”, quando il bambino si avvicina a fornelli accesi, prese della luce, finestre ecc…

 

Ben presto però è lui a scuotere energicamente la testa e a dire il suo “no” a quelle  che –comprensibilmente- sente come limitazioni alla sua iniziativa. In questo caso il no è una vera e propria dichiarazione di indipendenza, una giusta affermazione di sé, e, come tale, va capita e rispettata.

 

2) Rispettare la sua autonomia significa rinunziare a mettergli dei limiti?

 

Il bisogno di esplorare nei bambini è tra le cose più preziose, e va quindi rispettato e incoraggiato, ma ciò non vuol dire che il limite non serva; anzi, nella prima infanzia ci sono molti “no” che sono indispensabili alla sicurezza, o per meglio dire alla incolumità fisica. Per chiarezza si potrebbe dire che il bisogno di esplorare si sostiene meglio all’interno di una delimitazione di sicurezza. Per fortuna a questa età i bambini sono molto mobili e interessati ad una molteplicità di stimoli per cui, presi con la dovuta sensibilità, in genere accettano di passare da un gioco ad un altro. Cercare di capire la difficoltà a rinunziare al gioco iniziato e fare altre proposte attraenti funziona meglio e più durevolmente delle spiegazioni, dei divieti tassativi o delle minacce.

 

Certo, non si può negare che quando i bambini conquistano l’autonomia e arrivano dappertutto, il problema principale dei genitori è come esercitare il controllo, ma, anche se ci possono essere dei momenti di contrasto e di opposizione, si può sempre evitare di trasformare la situazione in un “braccio di ferro” che esaspera gli adulti e rischia di peggiorare il carattere dei bambini rendendoli più ostinati e diffidenti di qualsiasi proposta.

 

3) E se è un bambino di più grande a ostinarsi nel dire di no?

 

Se crescendo il bambino non matura una certa flessibilità, se non sa cedere anche quando sarebbe necessario, se non accetta le idee o le proposte degli altri, se non impara a rimandare la soddisfazione di un desiderio, il “no” del bambino può rappresentare una difficoltà ad accettare i limiti e le frustrazioni che impone la crescita e l’interdipendenza tra le persone. E’ molto facile che in questo caso anche a livello sociale appaiano dei problemi: i bambini sanno scegliersi i compagni di gioco e i prepotenti e gli ostinati non hanno vita facile nei gruppi spontanei. Se poi in un bambino all’ostinazione si aggiunge la suscettibilità, per cui a scuola si sente facilmente maltrattato, se dagli amichetti si sente escluso, allora forse a casa cercherà dei risarcimenti e delle compensazioni a queste situazioni frustranti o sfogherà il suo malumore e il suo nervosismo. Tutto ciò va capito, per evitare che alle frustrazioni esterne si aggiunga l’incomprensione dei familiari. Se un bambino non tollera di essere contrariato occorre evitare di mettersi sul suo stesso piano rincarando la dose di rabbia e di sfida: ciò avrebbe come conseguenza un progressivo deterioramento del rapporto e l’instaurarsi di un circolo vizioso di diffidenza, ricatti psicologici, e crescenti contrasti.

 

4) Il voler far prevalere ad ogni costo il proprio punto di vista non è un segno di forza di carattere?

 

A volte i genitori confondono l’ostinazione con la determinazione che è qualità giustamente molto apprezzata e che viene comunemente considerata un segno della forza del carattere. Occorre però ricordare che quest’ultima, quando si impegna in un progetto, sa far ricorso ad altre non meno importanti capacità quali, il saper tollerare la frustrazione, l’essere flessibili alle difficoltà temporanee mantenendo il proprio obiettivo, il saper aspettare, capacità e qualità che sono l’esatto opposto di una rigida opposizione.

 

La forza di carattere si manifesta quindi anche e soprattutto nel poter accettare il punto di vista dell’altro mantenendo i propri desideri e obiettivi ma evitando di logorarsi in una continua contrattazione-competizione.Ciò vale per i bambini ma soprattutto per i genitori, i quali sanno per esperienza che Il puntiglio e la rabbia vanno evitati perché non garantiscono il successo e la popolarità, ma al contrario aumentano nelle persone il senso di isolamento e il rancore. Dunque non c’è altra strada che fermarsi a pensare e chiedersi da dove nascano tutti questi “no”.  Potrebbero allora scoprire che un “no” irremovibile nasce spesso dall’incapacità a tollerare le frustrazioni e dall’ansia rispetto alle proprie capacità e prerogative, ansia che, come si è detto, rende anche suscettibili.

 

5) Che fare? E’ meglio essere severi o lasciar correre?

 

Le esperienze compiute nell’infanzia hanno un forte peso sullo sviluppo del carattere e sui rapporti sociali, è quindi necessario fare qualcosa per trasformare il circolo vizioso in circolo virtuoso, ma questa inversione il bambino non la può fare senza l’aiuto di un adulto. Vediamo i rischi che i genitori corrono più facilmente: intanto ci può essere ancora una volta la tentazione del braccio di ferro dove ciò che conta è dimostrare chi è più forte, piuttosto che tendere ad una modificazione della situazione. All’altro estremo c’è la resa incondizionata: il lasciare cioè che il bambino si arrangi e faccia ciò che vuole. E’ questo un rischio altrettanto grave in quanto, dopo la prima esultanza, probabilmente egli si sentirà abbandonato a sé stesso, in balia di emozioni che lo sopraffanno, che lo fanno sentire “cattivo” e che non gli permettono di vivere bene con gli altri…Un atteggiamento di comprensione da parte dei genitori, non esclude affatto la chiarezza e la determinazione nel mantenere il proprio ruolo e le proprie convinzioni.

25/12/2013

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