Mascherarsi: solo a Carnevale? di C. Mezzalama e L. Mercuri

Mascherarsi: solo a Carnevale?

 

di Chiara Mezzalama e Laura Mercuri

 

 

 

Sopravvive ancora il fascino del Carnevale?

 

È tempo di Carnevale, i bambini scelgono maschere e travestimenti ben prima del martedì e del giovedì grasso, giorni in cui si concentrano feste e sfilate. Per le strade si può ancora incontrare una folla di personaggi tratti da favole e romanzi (principesse in attesa del principe azzurro, dame invitate al ballo di corte, moschettieri, cowboy e indiani), oppure personaggi cari ai piccoli spettatori della televisione di qualche anno fa (Zorro, Batman, Superman e altri supereroi), ma anche una grande varietà di personaggi dell’immaginario disneyano, e naturalmente le maschere ispirate alla tradizione, da Arlecchino a Pulcinella. Questi personaggi sono protagonisti di trame e copioni ben conosciuti da tutti, e permettono ai bambini di interpretare senza ambiguità, al riparo della maschera, un ruolo ambito o anche temuto. A volte le vicende stesse di molti personaggi mostrano come figure ordinarie delle vita quotidiana possano all’occorrenza rivelare qualità superiori e inaspettate trasformandosi addirittura in supereroi.

 

Come potevano i bambini resistere a una tale affascinante suggestione? Perché mascherarsi è così affascinante e divertente?

 

Indossando una maschera e interpretando un copione si ha la possibilità di dare voce a istanze interne, come il senso di giustizia, la ricerca dell’amore, la forza, il coraggio, la combattività, il potere, che rappresentano delle costanti dell’animo umano e che nel Carnevale possono essere liberamente espresse; in quest’occasione si possono quindi esibire con orgoglio, dando voce a diverse sfumature emotive. Per un giorno il più timido può diventare un eroe senza paura, il più impacciato potrà destreggiarsi con la spada, si potranno avere poteri magici e bellissimi abiti che faranno sognare alle bambine di essere già grandi. Anche i sentimenti negativi, rappresentati dai personaggi tradizionalmente “cattivi”, trovano spazio perché protetti dalla finzione: nessuno in questa occasione biasima il cattivo, non fa mica sul serio! L’incanto è quello di poter uscire da se stessi e diventare per un giorno ciò che si desidera da sempre.

 

I travestimenti dei bambini seguono oggi nuove mode?

 

Molti di questi travestimenti sopravvivono da lungo tempo nella tradizione del Carnevale, ma accanto ad essi si affermano nuove tendenze che trovano ampio consenso tra i bambini: sono i nuovi eroi e le nuove eroine che fanno riferimento ai cartoni animati televisivi o a giochi, personaggi e accessori di moda. Ma c’è un’importante differenza: quando ci si traveste da principessa o da supereroe ci sono tanti copioni da interpretare, tanti canovacci già pronti che il bambino può modificare a suo piacimento. Invece molte delle maschere più “attuali” puntano esclusivamente sull’apparenza: il travestimento è così diventato autoreferenziale, rimanda ad un mondo di accessori nel quale la fantasia del bambino non serve e non esistono più copioni da tutti conosciuti e condivisi. In questo mondo la possibilità di vivere nel gioco sentimenti e vicende che fanno parte della gamma delle emozioni umane è molto ridotta e si appiattisce spesso sul bisogno di primeggiare, di emergere sugli altri e a volte di sopraffarli.

 

Quali sono i nuovi modelli di identificazione?

 

La riflessione sul Carnevale ci dà la possibilità di estendere il discorso, più in generale, al tema dei modelli di identificazione offerti dalla nostra cultura. Il meccanismo dell’identificazione come condizione necessaria alla crescita permane, ma la questione nasce dal fatto che i modelli offerti oggi non sono più tanto facilmente interpretabili. Gli eroi della televisione sono creature ambigue che non rientrano più in categorie ben definite, per esempio il buono o il cattivo. E soprattutto sono modelli meno prevedibili, quando invece la prevedibilità offre la cornice nella quale si possono inserire liberamente tutte le variazioni emotive e di comportamento, senza compromettere la sicurezza interiore. Tali modelli imprevedibili, lungi dal fornire la possibilità di un’identificazione protettiva per il bambino, producono confusione e rischiano di alimentare, al contrario, una profonda insicurezza. Se il modello è ambiguo, e quindi sfuggente, si può imitarne solo l’apparenza, dotandosi di tutti quegli oggetti, magnificati dalla pubblicità, che il personaggio sfoggia nelle sue avventure. Come stimolare i bambini ad orientarsi tra vecchi e nuovi modelli? I modelli di riferimento che oggi la televisione e i media propongono entrano a far parte della quotidianità e sono pertanto molto potenti e pervasivi, anche se ambigui.

 

Quale aiuto possono dare i genitori?

 

È certamente molto utile, come viene sempre raccomandato dagli esperti, che assistano almeno qualche volta con i figli ai loro programmi preferiti e che magari propongano una chiave di lettura delle storie superando per quanto possibile l’ambiguità di vicende e personaggi.

 

Ma un genitore può accontentarsi di questi suggerimenti pedagogici o deve forse andare anche un po’ più oltre?

 

La pedagogia funziona solo all’interno di un rapporto, quando cioè gli adulti accettano veramente di guardare le cose con gli occhi dei bambini, e cercano di scoprire che cosa attrae tanto ognuno di loro: l’ambiguità, i poteri, le trasformazioni, o semplicemente il fascino degli effetti speciali? In questo modo si può avere una visione differente di vicende e personaggi e nel migliore dei casi, con un colpo d’ala creativo, si possono riscrivere insieme delle storie nuove, magari aggiungendo anche qualche tocco personale alla maschera amata. Da qui la possibilità di riscoprire il piacere di preparare qualcosa insieme che si dimostrerà prezioso anche al di là del Carnevale.

04/07/2007

Centri Clinici AIPPI

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