La rivincita dei padri? di C. Mezzalama e L. Mercuri

La rivincita dei padri?


di Chiara Mezzalama Psicologa e  Laura Mercuri

 

 

Oggi i figli non sono più soltanto una faccenda di donne. I futuri padri spesso vivono la gravidanza stessa delle loro compagne con molta partecipazione, entrano in sala parto, cambiano i pannolini, preparano biberon, si svegliano di notte per accudire i neonati. Quanta differenza rispetto ai padri che aspettavano (fumando) l’arrivo delle infermiere per sapere il sesso del nuovo nato! Molti padri hanno cominciato a rivendicare un ruolo più centrale nella partecipazione alla vita familiare...

 

Come sono i padri oggi?

 

Si situano, probabilmente, all’interno di un continuum ideale che va dal padre tradizionale/disimpegnato al padre “mammo”, in tutto e per tutto sostituibile alla madre, passando attraverso una serie di stili paterni, più frutto delle circostanze che di una reale consapevolezza di che tipo di padre si vuole diventare. La differenza sostanziale tra madre e padre è che la madre non può scegliere, più di tanto, che tipo di madre essere: l’esperienza della maternità, vissuta attraverso il corpo della donna, provoca ineludibilmente delle modificazioni emotive profonde, dalle quali il padre, che non vive direttamente l’esperienza fisica, non viene coinvolto e rispetto alla quale può reagire in maniera molto diversa.

 

Come vivono l’esperienza della gravidanza e i primi mesi di vita del bambino?

 

Il bambino “che c’è ma non si vede”, quando è ancora nella pancia della mamma, genera nei futuri padri aspettative e fantasie che possono assumere diverse forme: alcuni temono che l’arrivo del bambino possa compromettere l’equilibrio della coppia, altri hanno paura di non essere in grado di prendersi cura del figlio, altri ancora si identificano a tal punto con la compagna da arrivare a soffrire gli stessi sintomi fisici (stanchezza, nausee…). Allo stesso modo, molti padri raccontano di aver provato un fortissimo e istintivo coinvolgimento con il neonato, nel momento stesso in cui lo hanno preso in braccio per la prima volta, mentre altri ammettono, con riluttanza, di aver provato solo un senso di estraneità al contatto con quella creatura minuscola e urlante. Questa grande differenza di reazioni emotive proviene, come già detto, dalla mancanza dell’esperienza fisica della gravidanza che rende il diventare padre un percorso da “costruire”, a differenza di quel che avviene solitamente per la madre, in maniera quasi spontanea.

 

Evviva il “mammo”?

 

Il desiderio, legittimo, di molti padri di oggi di partecipare attivamente alla cura e all’accudimento del figlio sin dai primi giorni di vita può dar origine a un equivoco, quello sull’interscambiabilità dei ruoli materno e paterno, specie nel caso in cui il bambino non venga allattato al seno dalla mamma, nell’illusione che i bisogni del piccolo, in quel momento, siano principalmente mangiare ed essere cambiato. Al contrario, il bisogno fondamentale del neonato è quello di avere un contatto strettissimo con la madre, di essere quasi un tutt’uno con lei. La madre, “casa” del bambino per nove mesi, fonte di odori e suoni per lui familiari e consolatori, è il tramite necessario tra il mondo protetto e rassicurante dell’utero e quello sconosciuto ed estraneo in cui la nascita lo ha catapultato. Ciò che il padre invece può (e dovrebbe) fare, in un momento così delicato come la formazione di una nuova famiglia, è di essere di supporto alla sua compagna, soprattutto da un punto di vista emotivo, accogliendo le sue ansie, ascoltandola, rassicurandola e sostenendola nell’impegno gratificante ma psicologicamente gravoso che comporta quell’assoluta dedizione al bambino, tollerando il senso di esclusione che inevitabilmente prova di fronte alla coppia madre-bambino.

 

Quale spazio per il padre?

 

Il ruolo del padre durante i primi anni di vita del bambino non si esaurisce nel sostenere e supportare, specie psicologicamente, la compagna, ma si declina, soprattutto dopo i primi tre mesi del piccolo, nel costituire, rispetto alla coppia madre/bambino, il cosiddetto “terzo che separa”. Spieghiamoci meglio: il rapporto molto stretto che, dalla nascita in poi, si crea tra la madre e il figlio, così fondamentale per lo sviluppo di quest’ultimo, non deve protrarsi oltre i limiti naturali rappresentati, da parte del bambino, dalla progressiva acquisizione della capacità di discriminare i volti, le voci, le situazioni e della capacità di entrare in relazione con persone diverse dalla madre che siano per lui significative e non minacciose. È a questo punto che entra in gioco il padre che, per tutta la vita del figlio, costituirà per lui una risorsa imprescindibile e, soprattutto, diversa dalla madre. Già nel periodo dello svezzamento, quindi, è importante che il padre, agevolato dalla compagna e da lei non ostacolato, riesca a creare un rapporto con il piccolo che sia originale e strettamente personale, magari ritagliando con lui dei momenti “esclusivi”, che possono essere quelli del gioco, della passeggiata nel marsupio, del bagnetto. Questo intervento paterno si rende fondamentale non solo ai fini dello sviluppo successivo del rapporto col figlio, ma anche in relazione alla necessità di costituire, nei confronti della diade madre/bambino, il “terzo” elemento, colui che consente al bambino di staccarsi senza paura dalla stretta vicinanza con la madre, cominciando così a sperimentare la propria esperienza del mondo, e che consente alla madre di “riprendersi se stessa”, aprendo la strada ad un recupero necessario di intimità con il compagno, per forza di cose trascurata durante il periodo “fusionale” con il neonato.

 

Genitori si nasce o si diventa?

 

Il percorso che attende il padre, da un ruolo inizialmente più di supporto alla madre, ad una partecipazione sempre più attiva nel legame che va costruendo con il figlio, illustra un processo che riguarda, in realtà, entrambi i genitori. Esiste probabilmente quello che si potrebbe chiamare “istinto materno” o “istinto paterno”, un vissuto molto profondo che ha a che fare con il desiderio e la capacità di far sopravvivere il piccolo, ma il legame vero e proprio si costruisce quotidianamente con l’esperienza che la madre e il padre fanno con il loro bambino. È il bambino che con il suo carattere, con le sue richieste di attenzione e di affetto ma anche con i suoi capricci e le sue sfide, contribuisce a costruire l’identità del genitore, insegnandogli, in qualche maniera, a rispondere ai suoi bisogni. Si può perciò affermare che non sono solo i genitori ad aiutare i figli a crescere, ma sono anche i figli che ci aiutano a diventare genitori.

25/09/2008

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